| Scritto da: Andrea Avato, lunedì 08 marzo 2010 |
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 Erpen messo giù in area, era rigore Alla faccia delle tabelle, dei pronostici e delle marce d'avvicinamento. Se c'era bisogno di schiarirsi le idee, la giornata di ieri è capitata a fagiolo. Troppo facile pensare che sul campo dell'ultima in classifica sarebbero arrivati tre punti senza colpo ferire, che il Novara si sarebbe fatto mettere le briglie dal Lumezzane e che la Cremonese avrebbe allungato la crisi perdendo a Benevento. Il calcio è un'altra cosa, soprattutto in categorie come questa, dove l'equilibrio la fa da padrone, e in periodi come questo, con i punti che pesano come macigni. Galderisi in settimana aveva sparso ai quattro venti la convinzione che a Pagani ci sarebbe stato da soffrire. Ha avuto ragione e la realtà si è rivelata anche più cupa del previsto, perché la squadra di Palumbo, nella sua pochezza tecnica, ci ha dato dentro a testa bassa, costruendo la bellezza di otto palle gol (contro quattro). Il pareggio sancito dal campo è giusto e sacrosanto ed è la riprova che sognare l'aggancio alla capolista, tentazione in cui sono caduti in molti, rimane quello che è sempre stato: una forzatura. Si ha un bel dire che nel calcio non c'è nulla di impossibile, ma i numeri spingono in un'altra direzione. Controllare le statistiche per credere. Se poi la ruota dovesse prendere a girare al contrario, tanto meglio. Ma oggi l'Arezzo fa bene a concentrarsi sui play-off, che sono un obiettivo più che plausibile, e sulla possibilità di strappare la piazza d'onore alla Cremonese. A Pagani, si diceva, gli amaranto hanno trovato pane per i loro denti. Il riferimento non è al contorno, come potrebbe suggerire il precedente dell'anno scorso, bensì all'aspetto tecnico, tattico e agonistico. Palumbo ha schierato i suoi col 4-3-3, ha cercato di avere un uomo in più a metà campo e alla lunga ha avuto ragione, visto che De Oliveira e Venitucci piano piano sono usciti dal match. Le condizioni del terreno hanno rappresentato un intoppo non da poco per l'Arezzo, che non ha potuto quasi mai giocare palla a terra. Costretta a copiare la Paganese, affidandosi al lancio lungo sulle punte, la squadra ha smarrito la solita incisività di manovra. Oltre al terreno sotto i piedi, col trascorrere dei minuti è scivolato via pure il controllo della gara. Onore agli avversari, che ci hanno messo tonnellate di cuore e volontà, indulgenza concessa per il meteo, con un vento gelido e forte che condizionava le traiettorie, e recriminazioni giustificate per un fallo da rigore su Erpen che avrebbe potuto mandare l'Arezzo sul 2-0. Però dopo il gol di Croce, con il match sbloccato e la strada in discesa, ci si sarebbe aspettati qualcosa in più. Le spietate ripartenze, letali contro Lecco e Foligno, non si sono viste. Il fuorigioco è scattato con minor frequenza. La linea difensiva si è abbassata di venti metri. E la Paganese, dai e dai, ha pareggiato. Ora, mettendo tutto sulla bilancia, comprese le assenze degli squalificati e degli infortunati, siamo proprio al confine tra l'accogliere l'1-1 come un risultato che ci sta e il coltivare il rammarico per non aver inferto il colpo del ko a un avversario che camminava sul filo del rasoio. Galderisi ha spiegato alla fine che l'Arezzo, considerando il quadro generale, non poteva fare più di quel che ha fatto. Ha sicuramente ragione. Ma un po' d'amaro in bocca resta.
Guarda la fotogallery (by Giulio Cirinei)
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