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SERIE C GIRONE A - 18a giornata

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I segreti di Arezzo - Le Giostre del Toppo

Anno 1288. Arezzo aveva acquisito un ruolo centrale nello scacchiere del ghibellinismo toscano. I filo-imperiali, con a capo il vescovo Guglielmino degli Ubertini, l’anno precedente si erano impossessati della città con un colpo di mano che aveva portato all’espulsione della fazione guelfa. Questo fatto riaccese le ostilità in Toscana.



il cippo che ricorda le giostre del ToppoAnno 1288. Arezzo aveva acquisito un ruolo centrale nello scacchiere del ghibellinismo toscano. I filo-imperiali, con a capo il vescovo Guglielmino degli Ubertini, l’anno precedente si erano impossessati della città con un colpo di mano che aveva portato all’espulsione della fazione guelfa.

 

Questo fatto riaccese le ostilità in Toscana. I fiorentini avevano la necessità di sottomettere Arezzo per molteplici motivi, anche di natura economica, poiché la vittoria avrebbe aperto sbocchi ai commerci verso l’Adriatico. Fu così che la filo-papale Firenze organizzò un grosso contingente e mosse contro gli aretini, coadiuvata da truppe provenienti da Lucca, Pistoia, Prato, Volterra, San Gimignano e Siena. Quest’ultima inviò oltre 3.000 uomini.

 

Un esercito di circa ventimila soldati, che annoverava anche drappelli emiliani e marchigiani, si accampò agli inizi di giugno nei pressi di Olmo, dopo che per molti giorni erano stati guastati castelli fedeli ad Arezzo nella Valdambra e nel Valdarno, come quello di Laterina. A più riprese si tentò di scardinare la difesa ghibellina, e quando si capì che la città non era espugnabile, i guelfi si “consolarono” schernendo gli aretini con danze e feste sotto le mura e tagliando a sfregio il secolare olmo situato nei pressi dell’omonimo paesino a sud-est di Arezzo.

 

incisione di Gustave Dorè che raffigura la morte di Buonconte da MontefeltroIl 25 giugno le truppe fiorentine recedettero definitivamente dai loro intenti e, percorrendo la strada per Montevarchi, se ne tornarono verso casa. I senesi (3.000 fanti e 400 cavalieri), invece di seguire il resto dell’esercito e quindi continuare attraverso il più tranquillo Chianti in direzione di Siena, presero incautamente l’odierna strada senese-aretina verso Pieve al Toppo, a quei tempi una delle poche zone dell’impaludata Valdichiana dove si poteva far guadare un intero esercito. Il loro obiettivo era quello di saccheggiare Lucignano durante il tragitto.

 

Nel frattempo gli aretini, dopo essersi difesi, organizzarono una potente controffensiva. Guidati da Buonconte da Montefeltro e Guglielmo dei Pazzi uscirono nella notte con una armata composta da 2.000 fanti e 300 cavalieri. Metà andò all’inseguimento dei nemici attraverso l’attuale Via Romana, l’altra metà si diresse in direzione di Battifolle e aggirò gli avversari risbucando dalla zona di Mugliano. I guelfi si ritrovarono completamente circondati: a nord, est e ovest l’irruzione dell’esercito ghibellino, a sud le paludi.

 

I senesi, colti di sorpresa, subirono un’autentica carneficina. Personaggi importanti e rampolli delle principali famiglie cittadine persero la vita. L’esercito allo sbando si disperse, e così iniziò un'autentica caccia all’uomo a cui parteciparono, pare, anche i contadini del circondario armati di arnesi per i campi.

 

punte di verrettoni, tra le armi utilizzate dagli aretiniCadde anche il nobile Ranuccio Farnese, ma tra coloro che persero la vita a Pieve al Toppo il più famoso è senz’altro Lano della “Brigata Spendereccia di Siena”, un ricco benestante che aveva scialacquato tutte le sue fortune e che era stato costretto a entrare nell’esercito per guadagnarsi da vivere. La sua morte viene ricordata nel XIII canto dell’Inferno della Divina Commedia, dove Dante Alighieri lo spedisce nel girone degli “scialacquatori”.

 

La tragica vicenda scosse fortemente i senesi e turbò non poco i fiorentini. Il partito guelfo aveva erroneamente sottovalutato Arezzo e i ghibellini, e capì che avrebbe li avrebbe piegati solo grazie a un’azione massiccia, congiunta e studiata nei minimi particolari.

 

La vittoria aretina del 1288 passò alla storia come Le Giostre del Toppo e nel 1921 gli abitanti della piccola frazione, nel sesto centenario della morte di Dante, posero una lapide commemorativa a ricordo dell’evento, che andò distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1977 è stato ricollocato un nuovo cippo in bronzo, opera di Marino Vecchio, che recita i versi ripresi della Divina Commedia: Lano, sì non furo accorte le gambe tue alle Giostre del Toppo.

 

scritto da: Marco Botti, 31/03/2016





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