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SERIE C GIRONE B - 20a giornata

RISULTATI CLASSIFICA PROSSIMO TURNO
Arezzo23Feralpi Salò
Imolese11Padova
Modena20Gubbio
Legnago21Vis Pesaro
Fano00Perugia
Mantova10Fermana
Matelica32Triestina
Samb51Carpi
Sud Tirol21Ravenna
Cesena13V. Verona
MONDO AMARANTO
Marco, Niko e Giulio a Andalo - Trentino
NEWS

I dolci ricordi di Pino Pellicanò

L’ex portiere dell’Arezzo ripercorre gli anni più belli della sua carriera (e della sua vita). “In amaranto ho vinto in campo e fuori, grazie all’affetto della gente. Quando tornai da avversario con la maglia del Bari, mi tremavano le gambe. Per questo ho scelto di vivere qua”. Una simpatica chiacchierata, durante la quale sono saltati fuori i nomi di Angelillo, Terziani, Catuzzi, Graziani, Cosmi, Somma, Marconato, ma anche Baggio, Maradona e… Cowans!



Pino Pellicanò in una plastica parata ad uso fotografiaIl tempo sembra essersi fermato davanti a Pino Pellicanò. A guardarlo in faccia, mentre chiacchieriamo dentro il Bar degli sportivi ai Bastioni, non si scorgono grandi differenze rispetto a quando giocava. Sarà per via dei baffi che porta fin da giovane e che quando aveva trent’anni gliene regalavano qualcuno di più. Oggi, al contrario, Pino pare lo stesso che ipnotizzava Morbiducci a Perugia o che raccoglieva gli applausi della vecchia curva sud, con un fisico asciutto da fare invidia. Classe di ferro ’54, origini calabresi, un’aretinità acquisita e metabolizzata a fondo, Pellicanò è stato uno dei grandi protagonisti del calcio amaranto degli anni ’80. Agile come un gatto, dotato di un rinvio potente, eccezionale para rigori, era un idolo o, per usare un termine che non va quasi più di moda, una bandiera. Il suo nome rappresentava anche l’incipit di una formazione che si poteva snocciolare festosamente, perché il turn over non l’avevano ancora inventato. Pellicanò, Doveri, Zanin eccetera eccetera. Mitici. Quasi come Zoff, Gentile, Cabrini.

Davanti a un caffè marocchino buono da morire, Pino parla dei tempi suoi, quando gli stadi erano pieni e i giocatori tecnici in campo facevano una vita da signori. “Mica c’era il pressing di oggi – dice. Spazi più larghi, possibilità di stoppare la palla, alzare la testa e giocarla. Più qualità, meno frenesia, ecco la sintesi”.

Il livello delle partite era veramente più elevato o stiamo esagerando?

“Il livello era alto, questo sì. Uno come Pirlo in quegli anni avrebbe fatto sfracelli. Adesso è costretto a giocare esclusivamente di prima, cosa che tra l’altro gli riesce benissimo”.

Questo significa che Neri nella B attuale, più aggressiva, sarebbe stato in difficoltà?

“No. Significa che chi aveva classe allora, ce l’avrebbe pure oggi. Però Ibrahimovic, per esempio, che fa la differenza a ritmi di gioco altissimi, nel 1984 sarebbe stato ancora più devastante”.

A te il calcio anni ’80 piaceva?

“Mi piaceva per quello che succedeva in campo e fuori. Le famiglie andavano veramente allo stadio, l’Arezzo giocava davanti a spalti gremiti. Mi pare che non sia più così”.

Perché?

“La televisione, le dirette da tutti i campi, la violenza. E le bandiere che non ci sono più. Io mi ricordo quando Antognoni rifiutò di andare alla Juve per restare a Firenze. O quando Neri non volle lasciare Arezzo. Chi lo farebbe oggi? Chi ha il coraggio di dire no a un procuratore? Quasi nessuno”.

Cosa ha caratterizzato le tue quattro stagioni aretine?

“L’entusiasmo. Prima la vittoria del campionato, poi il sogno della serie A. L’ambiente era carico”.

Il ricordo che per primo affiora nella tua memoria qual è?

“Il viaggio di ritorno da Latina, dopo aver conquistato la matematica promozione in B. L’autostrada colorata d’amaranto era pazzesca”.

Prima di Verona-Bari insieme a Giuliano GiulianiCome ci arrivasti ad Arezzo?

“Angelillo voleva un portiere forte perché, diceva lui, era la pedina che mancava per salire di categoria. Presero me. Trovai un gruppo affiatato, eccezionale: Neri, Zandonà, Mangoni, Malisan, ragazzi che avevano fame di vittorie e non solo. Ogni partitella mettevamo in palio panino e bicchiere di vino, chi perdeva pagava. Le giocavamo all’ultimo sangue”.

Che tipo era Angelillo?

“Il più bravo allenatore che ho avuto, insieme a Eriksson. Tatticamente non gli sfuggiva niente, se c’era bisogno faceva i cambi anche dopo cinque minuti. Con un altro carattere, più diplomatico, sarebbe arrivato sulla panchina dell’Inter”.

E Terziani?

“Uno zuzzurellone, un padre. Aveva un gruppo di collaboratori fidati, mi riferisco ai Farsetti, ai Caldelli, ai Municchi. Non c’era invidia tra loro, trovavano sempre la soluzione ai problemi. E noi vincevamo”.

San Siro dal di dentro come fu?

“Fu indimenticabile la settimana precedente alla partita, con centinaia di tifosi a vedere gli allenamenti. Ci seguirono in massa pure la domenica a Milano. Perdemmo 2-1 ma meritavamo di più”.

Tu nella famosa partita vinta a Perugia per 2-0, all’ultima di campionato, non c’eri già più. Però giocavi un paio di stagioni prima, quando parasti un rigore che ha fatto epoca.

“Lo parai a Morbiducci, davanti alla curva dei tifosi aretini. Il Perugia vinceva 1-0, poteva chiudere il derby, invece quel rigore ci tenne in vita e Traini, nel recupero, segnò l’1-1. Al ritorno a casa sembrava avessimo vinto un altro campionato”.

Mi parli un po’ di Maradona?

“Il Napoli venne ad Arezzo in amichevole, d’estate. Il primo tempo giocai io e chiudemmo sul 2-0. Nella ripresa entrò Carbonari, Diego gliene fece due. Vinse il Napoli in rimonta”.

Venti giorni più tardi l’Arezzo andò al San Paolo in Coppa Italia.

“Eravamo sulle scale del sottopassaggio, stavamo per entrare in campo e fuori c’era un silenzio irreale. Incrociai lo sguardo con i miei compagni, tutti stupiti. Appena spuntò fuori la testa di Maradona, ci fu un boato disumano. Era la prima partita ufficiale di Diego in Italia, allo stadio c’erano 8omila persone. Da non crederci”.

E Diego ti fece gol.

“Su punizione. Colantuono era in barriera, toccò la palla con la testa e io la sfiorai soltanto”.

Butti, in un’intervista di qualche mese fa, mi raccontò l’aneddoto relativo al tuo record dei rigori parati.

“Me l’ha frantumato lui… Nell’82-83 ne avevo parati otto su undici, tre erano andati fuori. All’ultima di campionato, contro la Reggiana, vincevamo 2-1. Mancavano due minuti al novantesimo, Stefano face fallo in area. L’arbitro dette il rigore e finì 2-2. Io ci rimisi il record”.

Nell’85 te ne sei andato al Bari. Perché?

“Mariottini, il direttore sportivo, spingeva per cedermi, non so perché. Io non ero convinto, avevo rifiutato tante altre proposte, qua stavo bene. La società mi pressò e allora andai via. L’Arezzo prese Orsi dalla Lazio”.

Con il Bari sei tornato per la prima e unica volta da avversario, giusto?

“Che giornata quella… Non volevo giocare, lo dissi anche a Catuzzi, l’allenatore, ma non ci fu verso. Era l’86, settembre se non sbaglio, andammo in ritiro al Continentale, in piazza Guido Monaco. Il sabato sera ci fu la processione dei tifosi che vennero a salutarmi. E la domenica mi portarono sotto la curva, mi misero la sciarpa al collo. I primi minuti mi tremavano le gambe, giuro. Ricordo che Butti ebbe una grande occasione da gol, calciò a colpo sicuro ma io gliela presi. Non chiedermi come perché non lo so. Vinse il Bari 1-0”.

Pellicanò oggi, considerato ormai un aretino d'adozioneDue stagioni in Puglia, poi il ritorno alla Fiorentina.

“Con Eriksson. C’era Landucci che voleva giocare, era più giovane di me, io ero già sopra la trentina abbondante. Invece Sven mi faceva: di portieri come te, in Italia ce ne sono pochi. Un grande. Disputai 11 partite da titolare, prima di rompermi il pollice. A Genova contro la Sampdoria parai tutto. Erano i tempi di Vialli e Mancini, mica scherzi”.

A Firenze c’era Baggio con te.

“C’era lui, c’era Dunga. C’era anche Battistini, mi aveva segnato ad Arezzo quando giocava nel Milan. Un giorno mi disse: sai che la foto di quel gol la tengo incorniciata in camera da letto? Pensa che roba”.

Baggio è stato il più forte con cui ha giocato?

“Lui e Antognoni, sì. E Cowans nel Bari”.

Gordon Cowans? Addirittura?

“Proprio lui, l’inglese. Arrivò insieme a Rideout. Cowans era fortissimo, solo che in Italia non si ambientò”.

Quanto è stato doloroso smettere di giocare?

“Abbastanza, anche se l’ultima partita l’ho giocata a 40 anni con l’Arezzo. C’era stato il fallimento, il salto all’indietro nei dilettanti. Ci ritrovammo senza portieri e io, che facevo l’allenatore, andai tra i pali a Chiusi al posto di Alboni. Mi pare che vincemmo”.

Possiamo considerarti un aretino d’adozione ormai?

“Altro che. Abito qui dai tempi di Firenze. Con Baggio facevamo a gara a chi arrivava prima agli allenamenti. Lui partiva da Sesto Fiorentino, io da Arezzo. Facevo sempre prima io”.

Che ricordo hai di Pinella Rossi?

“Splendido. Fu il mio primo preparatore, aveva carisma, mi ha aiutato molto”.

Sai che detiene ancora il record di imbattibilità ad Arezzo? 777 minuti, Marconato si è fermato a 697.

“Ho visto. Marconato comunque è forte e soprattutto ha ampi margini di miglioramento. L’unica cosa che non mi piace è la sua maglia”.

Perché?

“Io la maglia rosa non l’ho mai messa… E nemmeno quella gialla, Angelillo me la vietò perché diceva che portava male”.

Con i palloni di oggi avresti fatto più papere anche tu?

“Forse sì. Sento tanti commentatori gettare la croce addosso ai portieri, ma i palloni moderni sono imprevedibili. Non a caso sono aumentati i gol e si tira di più, anche da lunghe distanze”.

Della tua esperienza da allenatore cosa e quanto ti è rimasto?

“Ricordo il clima particolare del ’93, quando ripartimmo dai dilettanti. E ricordo lo splendido feeling che ebbi prima con Mosconi e poi con Tardioli, che andò in serie A insieme a Cosmi”.

Cosmi stava per portarti a Parma un anno e mezzo fa.

“Era tutto fatto, dovevo andare con lui, Palazzi e Bulletti. Preparai la valigia, poi all’ultimo secondo saltò tutto e il Parma prese Ranieri”.

Le vittorie da tecnico sono belle come quelle da calciatore?

“La vittoria più bella è l’ultima, il resto non conta. La promozione in C2 del ’96, la finale di Pistoia, l’annata con Somma, emozioni fortissime. Se l’Arezzo avesse tenuto Somma, l’anno dopo saremmo andati noi in serie A, al posto dell’Empoli”.

Facciamo il gioco della torre. Tra Angelillo e Riccomini chi butti di sotto?

“Nessuno dei due, voglio troppo bene a entrambi”.

Terziani o Mancini?

“Sono due presidenti che hanno portato l’Arezzo in B, non butto nessuno”.

Gritti o Traini?

“Grandi giocatori. Terziani dette via Tullio e prese Pasquale: un affarone per tutti”.

Va beh, ti chiedo l’ultima cosa. Cosa c’è nel tuo futuro?

“Mi alleno con i ragazzi del San Domenico, è divertente. Non essere nell’Arezzo mi dispiace, lo ammetto. Ma sono sicuro che non è una storia finita”.



scritto da: Andrea Avato, 25/02/2008