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17 aprile 1993, il giorno della tristezza. L'Arezzo radiato dal calcio

Mauro Bianchini era alla guida dell’Arezzo nell’anno della radiazione. Dopo anni di silenzio, ci ha riparlato di Cruciani e Nucifora, di Sili e Dall’Avo, di Clementi e Guerrieri. “Le casse societarie erano vuote, ma avremmo potuto arrivare a fine stagione con l’esercizio provvisorio, invece ci cancellarono dal calcio. Se penso agli spalmadebiti di oggi, mi viene da ridere. O da piangere”. I ricordi di un uomo che non vuole guardarsi indietro e che ai colori amaranto è rimasto legato. Anche se allo stadio non ci va più.



Mauro Bianchini e il ricordo doloroso della radiazioneIl nome di Mauro Bianchini è legato a doppio filo a una delle pagine più tristi e dolorose del calcio di casa nostra. C’era lui alla guida dell’Arezzo quando la vecchia Unione Sportiva, con un provvedimento di esasperata intransigenza da parte del Tribunale e della Federcalcio, venne dichiarata fallita e poi cancellata dal torneo di C1, a stagione in corso. L’atto finale si consumò in un grigio sabato di aprile del 1993, il 17 per l’esattezza. Il giorno dopo gli amaranto, ultimi in classifica e con un piede e mezzo in C2, avrebbero dovuto giocare a Vicenza. Quella partita non si disputò mai.

Mauro Bianchini aveva acquistato l’Arezzo tre anni prima, nel 1990, succedendo ad Alberto Farsetti. Fu salvezza all’ultima giornata, grazie al pareggio interno col Chievo. In squadra giocavano Tovalieri e Dell’Anno. La stagione successiva Neri guidò il gruppo a un onesto torneo nel girone B della C1, dove fu centrata una clamorosa e larga vittoria esterna sul campo della Battipagliese: 4-1 il risultato, sigilli di Zoppis, Petrachi e Scattini, più un’autorete. Nel 91-92, per un certo periodo, si cullarono addirittura sogni di promozione. I gol di Briaschi trascinarono a Ferrara, per lo scontro diretto con la Spal, qualcosa come duemila e passa tifosi aretini. Proliferavano gli striscioni con la scritta Supermen’co, ovviamente in onore di Domenico Neri, allenatore amato (quasi) come quando faceva gol in rovesciata. L’Arezzo perse 3-2, pian piano scivolò a metà classifica e disse addio a ogni velleità.

A giugno del ’92 si ruppe qualcosa. Bianchini voleva farsi da parte, le casse societarie erano praticamente vuote, debiti e vecchie pendenze da saldare erano diventate una zavorra insostenibile. Giuliano Sili, l’uomo mercato, se ne andò a Montevarchi. Bianchini allora intavolò una trattativa con una cordata romana che aveva mandato in avanscoperta tal Cruciani, di professione dentista. I romani pretesero di inserire nell’organigramma l’avvocato Enzo Nucifora in qualità di direttore sportivo. Bianchini acconsentì. E fu l’inizio della fine.

“Cominciò il campionato, perdemmo le prime due partite e da Roma non si fece più vivo nessuno” ricorda Mauro Bianchini, rimasto un appassionato di calcio e dell’Arezzo, anche se allo stadio non ci ha rimesso piede. Questa è la sua prima intervista dopo anni di silenzio.

Sconfitte che furono fatali.

“Due errori del portiere Guerrieri, a Massa e in campo neutro con la Vis Pesaro. Giocammo a San Giovanni perché lo stadio nostro era un cantiere. Quell’anno ci accadde di tutto”.

E Cruciani?

“Sparito, lui e i romani. Ma Nucifora ormai era dentro”.

Lei che rapporti aveva con l’avvocato?

“All’inizio discreti, nonostante da subito mi avesse dato l’idea di essere un po’ maneggione. Ma nel calcio erano, sono quasi tutti così”.

Che ricordo ha di quel 17 aprile?

“Una grande amarezza, un triste ricordo. Fu un giorno allucinante. Eravamo al Minerva, col pullman fuori dall’hotel, e non sapevamo se partire o no per Vicenza. Quando arrivò la brutta notizia, per me e per molti altri fu un dispiacere enorme”.

Per molti ma non per tutti.

“Lasciamo stare. C’era qualcuno che si fregava le mani, non aspettava altro. Calciatori svincolati, facili guadagni per i procuratori”.

Bruttissima questa cosa.

“Non ci voglio pensare. Mi dispiacque soprattutto per i magazzinieri, Eugenio e Mariolina. Mi dispiacque per Pinella Rossi, lui ci pianse, per Frescucci, che era di Castiglion Fiorentino e sentiva la maglia”.

Possibile che non si riuscì a trovare un’alternativa al fallimento?

“I conti erano saltati in aria. Io mi ero fatto da parte già a settembre, eravamo andati avanti coi soldi della campagna trasferimenti, con i contributi di Dall’Avo, di Piero Mancini, dei Del Tongo. Rinunciare all’esercizio provvisorio fu comunque un errore del curatore fallimentare: il capitale giocatori avrebbe potuto fruttare diversi milioni di lire. Non scordiamo che l’Arezzo doveva ancora incassare dal Vicenza la seconda metà del cartellino di Briaschi”.

Piero Mancini che ruolo ebbe in tutta la vicenda?

“Ci aiutò molto. Io con Mancini sono amico e non posso che sottolineare la sua disponibilità, anche in quel periodo difficile. Per un mese si accollò la guida della società, ma dovette rinunciare perché far quadrare i conti era diventato impossibile”.

Lei quante responsabilità si riconosce in quella vicenda?

“Ne ho avute come ne hanno avute altri prima di me. Sapevo che non si poteva andare avanti, tant’è che più volte avevo chiesto al Comune, al funzionario Beoni, bravissima persona, di aiutarmi a trovare un acquirente. Mi chiamavano il grande elemosiniere, pensi un po’. Non ci riuscimmo”.

Imprenditori aretini interessati?

“Zero. Probabilmente pensavano che il buco fosse più grande della realtà. E poi la squadra era ultima, coi perdenti non ci va nessuno”.

Al Tartana di Pieve al Toppo con Dall'Avo e CrucianiIl buco a quanto ammontava?

“C’era un mutuo con la Federcalcio, contratto dalla precedente gestione, di 750 milioni l’anno. Senza il mutuo eravamo sotto di 3 miliardi, anzi meno”.

Possibile che in Tribunale non abbiano preso in considerazione l’ipotesi di evitare il fallimento?

“Troppa fretta. Avevamo alcuni crediti da riscuotere, il cavalier Butali aveva garantito il denaro per arrivare almeno a fine campionato. Ma non ci fu verso. Se penso che oggi ci sono società, grandi società alle quali è consentito di spalmare i debiti con il fisco per 25 o 30 anni, mi viene quasi da ridere. O da piangere”.

L’addio a Sili fu un errore?

“Sì, fu un errore. Con lui avevamo progettato di costruire una squadra giovane, leggera dal punto di vista della gestione economica. Quando si fece avanti la cordata romana, dovetti dire di sì all’ingresso di Nucifora. Era una condizione non trattabile. Ci fu la presentazione ufficiale al Tartana, a Pieve al Toppo”.

Si ricorda la litigata di Nucifora con De Poli in tivù?

“Altro che. Quell’episodio ci costò l’ostilità dello spogliatoio. I giocatori si misero contro Nucifora, contro la dirigenza, contro la società”.

Il mercato d’estate chi lo fece?

“Lui insieme al povero Dall’Avo. Dall’Avo è sempre stato un signore, ma si fece prendere la mano. Acquistarono gente che costava un occhio della testa, come Clementi e Cardelli. Vollero portare pure Valori che era rotto”.

Lei che era il presidente non poteva mettere il veto?

“Io mi ero defilato, mi occupavo solo dei problemi economici. E poi non ero presidente”.

No?

“Amministratore unico, per l’esattezza. Per essere presidente ci vuole un consiglio d’amministrazione, che nell’Us Arezzo non esisteva. In ogni caso, cambia poco”.

A ripensarci oggi, a tutte quelle sofferenze, cosa le viene in mente?

“Le sofferenze sono venute a galla l’ultimo anno, prima ci eravamo tolti delle belle soddisfazioni. Ricordo che ho avuto momenti di grande serenità, grazie ai gol di Tovalieri e Dell’Anno, che io avevo trovato in organico, oppure a quelli di Briaschi, che acquistai su segnalazione di Mario Fara. Non sono un uomo che ha rimpianti, preferisco non guardarmi indietro”.

Col senno di poi, rientrerebbe nel calcio?

“No”.

Con il calcio si guadagna secondo lei?

“Guadagnano solo i grandi club. Merchandising, diritti televisivi, in quei casi gli introiti sono altissimi. Altrimenti con il calcio non si guadagna niente”.

Il suo amico Mancini ci ha rimesso alla guida dell’Arezzo?

“Rimesso forse no, ma nemmeno guadagnato. Alla fine di certi esercizi ha dovuto frugarsi in tasca, per fortuna sua ultimamente le cose sono migliorate”.

C’è qualche aneddoto che le torna alla mente del suo periodo in amaranto?

“Tanti. Mi torna in mente quando avevamo praticamente ceduto l’Arezzo a Pasquale Casillo, presidente del Foggia di Zeman. Ricorda?”.

Casillo lo ricordo bene.

“Eravamo d’accordo su tutto. Poi lui ebbe problemi con la giustizia e l’affare saltò”.

Altre curiosità da rivelare?

“Le riunioni dei soci della gestione precedente alla mia. Partecipavo perché all’Arezzo sono sempre stato legato, avevo dato dei contributi. Beh, succedeva di tutto”.

In che senso?

“Discussioni colorite, lanci di posacenere, cose così. Il calcio è tremendo, anche persone assennate, imprenditori affermati, si lasciavano trascinare”.

Lei non è più tornato allo stadio.

“No, non ci sono mai tornato, ci ho messo una croce sopra”.

L'avvocato Enzo Nucifora, direttore sportivo nel '93Perché?

“Perché certe sensazioni non voglio più provarle. Tornerebbero a galla i ricordi e credo di aver già sofferto abbastanza”.

Mai avuto problemi con i tifosi?

“Mai, ci tengo a dirlo. Mai. Con me la gente si è comportata benissimo, anche nel periodo buio”.

L’Arezzo lo segue, vero?

“Altro che, sempre. Mio figlio è un tifoso sfegatato, spesso va anche in trasferta”.

Mi dice un pregio e un difetto di Mancini?

“Anche se non sembra, lui sente molto il legame con l’Arezzo calcio, lo sente molto di più rispetto alle altre sue aziende. Se la città e qualcun altro gli danno una mano, può portarci in serie A”.

La serie A che ad Arezzo non si è mai vista. Per quale motivo secondo lei?

“Motivi economici”.

Molti dicono che non c’è cultura sportiva.

“Io dico che l’Arezzo, da che mi ricordo io, è sempre stata una società con i debiti. Se i conti non sono a posto, in serie A non ci vai. Chi poteva riuscirci fu Butali: fece grandi sacrifici, si circondò di soci importanti, costruì una signora squadra. Purtroppo la retrocessione dell’88 è stata una mazzata per il calcio aretino”.

Mancini ripete spesso che se trovasse un acquirente serio, venderebbe domani. Gli acquirenti però latitano. Eppure da noi gente coi soldi c’è.

“Ad Arezzo manca lo spirito d’iniziativa, regna un individualismo esasperato e ognuno pensa per sé. C’è proprio l’abitudine a restare nell’anonimato, a non farsi vedere. E’ sempre stato così”.

Però il pregio e il difetto di Mancini non me li ha detti.

“E’ un uomo determinato, ci mette un minuto per prendere decisioni importanti. Ha una memoria da elefante, non gli sfugge niente. Di difetti ne ha tanti ma non li dico”.

L’Arezzo li farà i play-off?

“Per me sì, la squadra è ottima”.

Grazie per l’intervista.

“Parlare di Arezzo mi piace sempre, anche se la radiazione è un cruccio che mi porto dentro. Il calcio è passione, ti prende e non ti molla. Un anno volevo comprare Murgita, il centravanti. Con Briaschi avrebbe formato una coppia super. Beh, Zoppis non accettò il trasferimento alla Sambenedettese. Era fidanzato con la figlia di Barbetti, il padrone del cementificio di Gubbio. Mi disse che anche senza giocare avrebbe campato bene lo stesso. Capito? Dovemmo rinunciare a Murgita, che andò alla Massese e ce ne fece tre”.

Un peccato.

“Un peccato sì. Come quando Briaschi mi sbagliò un gol fatto contro il Perugia. Finì 0-0, una rabbia… E Ianuale che a Siena tirò il rigore in bocca al portiere? A parlarne chissà quante cose tornano fuori…”.



scritto da: Andrea Avato, 25/04/2008





17 aprile 1993, il fallimento dell'Us Arezzo

COMMENTI degli utenti

Commento 1 - Inviato da: Andrea Avato, il 17/04/2012 alle 00:23

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Questa intervista a Mauro Bianchini è stata pubblicata sul mensile "Amaranto magazine" nell'aprile del 2008, cioè quattro anni fa. Ma anche oggi, a rileggerla con attenzione, offre spunti di grande interesse. La ripropongo per ovvi motivi e per capire meglio, grazie anche a un raro video dell'epoca, l'atmosfera che si respirò in quei giorni in cui l'Us Arezzo venne radiata dal calcio.

Commento 2 - Inviato da: DaM, il 17/04/2012 alle 10:06

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Io al tempo ero relativamente picino (12 anni) e lo stadio nemmeno sapevo dove era, ma a leggere queste parole mi piglia il magone. Immagino (o forse nemmeno immagino) cosa ha significato per chi l'ha vissuto in prima persona.

Commento 3 - Inviato da: Hic Sunt Leones 75, il 17/04/2012 alle 16:51

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 Mi torna in mente quando avevamo praticamente ceduto l’Arezzo a Pasquale Casillo

 

Questa non me  la ricordavo,  ricordavo  molto l 'interessamento di Gauci , ma di casillo no