Atlantide ADV
AMARANTO TV

SERIE D GIRONE E - Playoff e Playout

RISULTATI CLASSIFICA PROSSIMO TURNO
IN LEGA PRO
San Donato
PLAY OFF
Poggibonsi10Pianese
Arezzo02Gavorrano
PLAY OUT
Rieti20Foligno
IN ECCELLENZA
Pro Livorno, Cannara, Unipomezia, Foligno
MONDO AMARANTO
Cristina e il London Bridge
NEWS

"Tranquilli, l'Arezzo durerà"

Un’intervista con il direttore sportivo amaranto è una rarità: “la gente vuole sentire l’allenatore e i giocatori, non altri” dice lui. Che poi confessa: “il gruppo è sano, l’allenatore è bravo, la società non fa mancare niente, possiamo restare in alto”. Una lunga chiacchierata con molti spunti interessanti: i rapporti con Mancini, il no alla Lazio di Lotito, l’amicizia con Moggi, la trattativa per la cessione di Floro Flores. E poi Longoni e Baclet, Delio Rossi e Ivo Iaconi, il contratto di Martinetti e i calciatori in scadenza. In pratica, l’Arezzo visto dal di dentro.



Andrea Iaconi, direttore sportivo da quattro mesiPer strappare quest’intervista ad Andrea Iaconi è stato necessario sudare le proverbiali sette camicie. Il diesse dell’Arezzo è uno che lavora tanto e parla poco, soprattutto coi giornalisti. O meglio, ci parla tutti i giorni ma sempre ufficiosamente. Niente virgolettati perché, come ribadisce in ogni occasione, “la gente vuole sentire l’allenatore e i giocatori, non altri”. Abruzzese doc, disponibile e alla mano, pompiere per natura (nel senso che è bravissimo a sopire i facili e pericolosi entusiasmi), Iaconi è l’ottavo direttore sportivo della gestione Mancini. Prima di lui, sulla sua poltrona si sono seduti Corsi e Policano, Sabatini e Iacobucci, Fioretti e Pieroni, fino a Tambone e poi di nuovo Fioretti. Un bell’elenco in ogni senso, in media un direttore all’anno. “Li conosco tutti quanti – dice Iaconi dei suoi predecessori – e con tutti ho ottimi rapporti. Ci sentiamo spesso”.

Un direttore sportivo ogni dodici mesi. La sua scrivania scotta.

“A quanto ne so la panchina dell’Arezzo scotta anche di più”.

Questo è vero.

“A parte le battute, Arezzo è una bella piazza per lavorare. Qua si può fare calcio a prescindere da ciò che è accaduto in passato. A quello non penso, penso piuttosto a lavorare con serietà e onestà”.

Ma lei come ci si è ritrovato ad Arezzo?

“A giugno mi ha chiamato Mancini, erano le dieci di sera. Mi disse: voglio lei. Non ho avuto nemmeno il tempo di pensarci, il giorno dopo sono venuto in sede ed era tutto fatto”.

Un blitz autentico, insomma.

“Diciamo di sì. Mi sono sempre chiesto perché il presidente abbia scelto me. Ci eravamo conosciuti quando facemmo la trattativa per il passaggio di Croce dal Pescara all’Arezzo, poi stop. Forse qualcuno gli ha parlato bene del sottoscritto”.

Ha accettato senza nemmeno un dubbio?

“Guarda, in realtà io dovevo andare a Grosseto al posto di Nelso Ricci. Poi Ricci non ha trovato l’accordo col Livorno ed è rimasto lì. A quel punto ho ringraziato il presidente Camilli e mi sono defilato. Dopo qualche giorno mi ha chiamato l’Arezzo”.

Lavorare con Mancini è dura?

“Beh, sì. Mancini ama follemente l’Arezzo, lo ritiene una sua creatura. Sembra che non abbia tempo per il calcio, invece lo trova sempre. Lavorare con lui è difficile perché è vulcanico, è un perfezionista, non vorrebbe perdere mai. Però è un generoso”.

Mi racconta la sua estate? Cinque minuti dopo essere arrivato, si è ritrovato solo a gestire il mercato.

“L’arresto del presidente è stato un macigno sulle spalle. In quei frangenti è stata determinante la figlia di Mancini, la signora Jessica: bravissima, mi ha fatto una grande impressione”.

E lo spogliatoio, nel frattempo, non era proprio l’emblema della compattezza.

“Cari ha fatto un grande lavoro psicologico, molti calciatori volevano essere ceduti. Non era facile mandare avanti la baracca. Abbiamo cercato di riportare i giusti equilibri e oggi, per fortuna, possiamo dire di esserci riusciti”.

Molti calciatori volevano andare via, ma anche la società era intenzionata a cederne parecchi. Giusto?

“L’obiettivo era ridurre i costi di gestione. Però a un certo punto ci siamo trovati a un bivio, perché abbassare il monte ingaggi voleva dire ripartire da zero a livello tecnico. Il presidente ha fatto uno sforzo notevole dal punto di vista economico, gliene va dato merito”.

Quanto costa l’Arezzo?

“Tanto, troppo. Io a Pescara spendevo un terzo per fare la serie B”.

Prima ha citato Cari, un allenatore che non ha scelto lei. In che rapporti siete?

“Buoni, abbiamo un obiettivo comune, siamo due professionisti. C’è massima collaborazione. E poi Cari è bravo. In carriera ho avuto allenatori che sono arrivati in alto come Oddo, Delio Rossi, Viscidi, De Canio. Gli auguro di fare la stessa strada”.

Tornando alle difficoltà dell’estate, le è mai venuta la tentazione di mollare e tornarsene a Giulianova?

“Un po’ di scoramento l’ho avuto, ma l’aiuto che mi ha dato Jessica è stato determinante. In quei giorni ho dovuto gestire la comproprietà di Floro Flores senza poter parlare con Mancini. Non so se mi spiego”.

Soddisfatto di quella trattativa?

“Secondo me è stata un piccolo capolavoro. Date le circostanze, non potevamo fare di più e devo riconoscere che l’Udinese avrebbe potuto approfittarsene e non l’ha fatto”.

Mancini però ha detto che se ci fosse stato lui al tavolo, sarebbe andata diversamente.

“Beh, questo probabilmente è vero”.

In quei giorni, oltretutto, lei ha avuto la forza di dire no alla Lazio. Cos’è stata: follia o semplice coerenza?

“Io sono fatto così, se do la parola a qualcuno cerco di mantenerla”.

La prima stretta di mano con il presidente ManciniCosa disse a Lotito?

“Non dissi niente. Lo conoscevo già da tempo, ci eravamo sentiti spesso perché lui in passato aveva provato ad acquistare il Pescara. Sapeva che mi ero impegnato con l’Arezzo, non insisté più di tanto”.

Rimpianti?

“Nessuno. Non ho mai avuto l’ambizione sfrenata di arrivare in serie A tutti i costi. Basti pensare che in venticinque anni di carriera ho lavorato solo per quattro società: Pescara, Giulianova, Sambenedettese e Arezzo”.

Dal pessimismo dell’estate al primo posto di oggi. Cosa è cambiato?

“Più che pessimismo, in estate c’era indifferenza. E delusione. L’impresa vera è stata restituire motivazioni al gruppo e convincere molti ragazzi a sposare un progetto”.

Un’impresa dura.

“Il mio lavoro è anche questo. Ed è un lavoro che mi piace”.

Dov’è che ha cominciato a fare il direttore sportivo?

“Alla Sant’Egidiese in Eccellenza. Avevo 27 anni, non potevo più giocare per colpa di un infortunio rimediato dopo uno scontro in amichevole con Anastasi, pensa un po’. Andammo subito in serie D con Florimbi allenatore. Poi ho lavorato per il Pineto, sempre in Eccellenza, e anche lì siamo stati promossi. In panchina c’era Oddo. Ho vinto due volte la C2, a Giulianova con Giorgini e a San Benedetto con Rumignani. La gioia più bella però l’ho provata a Pescara nel 2003: promozione in B con mio fratello allenatore”.

Che rapporto ha con Ivo Iaconi?

“Eccezionale, io sono il fratello maggiore, ci vogliamo un bene dell’anima”.

Si ricorda il primo calciatore che ha acquistato?

“No. Ti posso dire il più forte che ho avuto: Andrea Carnevale, il centravanti”.

Oltre a quella della Lazio, ha mai ricevuto offerte dalla serie A?

“Dalla Salernitana, dal Cagliari”.

E non ha mai accettato?

“Stavo bene a Pescara, ho preferito restare vicino alla mia famiglia. Questa di Arezzo è la prima esperienza lontano da casa”.

Luciano Moggi l’ha conosciuto?

“Ho avuto ed ho un grande rapporto con Moggi”.

Ah sì?

“Io devo molto a Moggi, vent’anni fa ero un suo pupillo. Ci sentiamo anche adesso”.

Non tutti lo ammetterebbero, vista la situazione.

“Non me ne frega niente, io gli devo riconoscenza”.

E dell’Arezzo che dice Moggi?

“Lo segue, è informatissimo. Dice che possiamo tornare in B, cosa che pensano in tanti”.

Durerà quest’Arezzo?

“Deve durare, ha le carte in regola per durare. Il gruppo è sano, Cari è bravo, la società non fa mancare niente. Perché non deve durare?”.

E’ vero, come si dice nell’ambiente, che i diesse sono tutti inaffidabili?

“Per la verità si dice che i diesse sono tutti ladri”.

Conciliabolo con l'allenatore Marco CariEcco, appunto. E’ vero?

“Mi dà fastidio questa cosa. Parlo per me: io faccio questo lavoro per passione. Avrei potuto gestire la tabaccheria di famiglia a Giulianova, sarei vissuto bene lo stesso. Il calcio è un ambiente particolare, non voglio passare per puritano né per santo e ammetto che in certi casi bisogna adeguarsi all’andazzo. Però io faccio sempre gli interessi della mia società. Sempre”.

Adesso che è finito il tormentone, mi svela il suo pensiero sul caso Martinetti?

“Premessa: chi ha lasciato arrivare Martinetti in scadenza non è stato lungimirante. Non si può ritoccare l’ingaggio a un giocatore e non allungargli il contratto”.

Chiarissimo.

“A Daniele dico invece che se ascolta i consigli delle persone giuste e apre gli occhi, può ancora diventare un giocatore da serie A”.

Ma questo contratto è stato rinnovato soltanto per poterlo cedere al prossimo mercato o perché l’Arezzo punta su di lui?

“E’ stato rinnovato perché se dovessimo veramente tornare in serie B, Martinetti sarebbe un giocatore simbolo”.

Marconato, Bricca, Fanucci, Beati, Bondi e molti altri sono in scadenza a giugno. La società che vuol fare?

“I contratti in scadenza sono la nostra forza, nel senso che a livello psicologico spingono i giocatori a dare di più. E’ chiaro che dovremo fare delle scelte, basandoci sul rendimento e sul comportamento dei ragazzi”.

A quando queste scelte?

“Vediamo, non c’è fretta. C’è pure una programmazione da mettere a punto. Qua siamo tutti sotto esame, anche io e il mister abbiamo il contratto fino a giugno. L’unico che non è in scadenza, per fortuna, è il presidente”.

Ha già un’idea sui calciatori ai quali verrà offerto il prolungamento?

“Io vorrei rinnovare a tutti, vorrebbe dire che siamo in serie B”.

In caso di promozione, dunque, la squadra verrebbe confermata in blocco?

“Beh, senza correre troppo con la fantasia, è indubbio che quest’organico sarebbe competitivo anche in categoria superiore. Con alcuni ritocchi, ovvio”.

Quanto vale adesso Baclet?

“Adesso vale ancora poco. Se continua così, diventa un capitale importante”.

C’è un giocatore sul quale punta ad occhi chiusi?

“Longoni. Sta facendo fatica a trovare spazio, ma in prospettiva può diventare un calciatore vero. Non a caso lo segue anche il Torino”.

Quanto la sente sua questa squadra?

“Di mio all’atto pratico c’è poco, visto che ho portato Longoni, Fanucci, Doga e basta. La sento molto mia, invece, a livello psicologico”.

Le piace Arezzo?

“Si sta bene qua, vedo verde dappertutto, c’è una qualità della vita più alta rispetto alla media. Ed è un’arma a doppio taglio, ma di questo ne parleremo un’altra volta”.

A quando la prossima intervista?

“Nel 2009, non prima”.



scritto da: Andrea Avato, 25/10/2008