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SERIE C GIRONE B - 13a giornata

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Rondini: "E io ritorno dai miei ragazzi"

Il rapporto negativo con lo spogliatoio, le accuse di aver spinto il presidente a esonerare Cari, gli striscioni dei tifosi contro di lui. Per Fulvio Rondini l'esperienza da team manager non è stata positiva.



Fulvio Rondini, team manager e responsabile del settore giovanileCol senno di poi, Fulvio Rondini a fare il team manager della prima squadra non ci andrebbe più. E a Mancini risponderebbe: “grazie, è meglio di no”. Ma del senno di poi, come suol dirsi, sono piene le fosse. La realtà è che Rondini quel ruolo l’ha accettato di buon grado, almeno all’inizio, smarrendo entusiasmo giorno dopo giorno fino a defilarsi e a rientrare nel guscio accogliente del settore giovanile, del quale è tutt’ora il responsabile. Un anno fa di questi tempi partì per il ritiro di Pieve Santo Stefano a fianco di Cari e della squadra. Dove fungere da trait d’union tra spogliatoio e società, raccordandosi anche col direttore sportivo Iaconi. Rondini, ex calciatore di buon livello, sembrava tagliato apposta per quel’incarico, che invece si è rivelato un trappolone gigante. Con Iaconi non c’è stata sinergia, tanto per cominciare. E la fedeltà a Piero Mancini l’ha pagata con la diffidenza dei giocatori, che lo vedevano come l’uomo del presidente, etichetta che il diretto interessato, peraltro, non ha mai negato. Fatto sta che nel periodo di massima frizione tra Mancini e Cari, sfociato nell’esonero dell’allenatore, Rondini ci ha rimesso in popolarità, beccandosi anche qualche striscione avvelenato da parte dei tifosi, che lo consideravano una sorta di delatore, colui che al telefono, in tempo reale, sobillava il presidente contro il mister.

“E invece non era vero, assolutamente”.

Beh, con Mancini ci parlavi, dai.

“Ci parlavo sì. E’ un peccato parlare con il tuo presidente?”.

Dipende cosa gli riferivi. A volte Mancini ha commentato pesantemente partite che nemmeno aveva visto. Qualcuno deve avergli spifferato delle cose. O no?

“Certo che sì. Ma guarda che io ero solo una delle sue telefonate. Poi ne faceva molte altre. E ti garantisco che non sono il tipo che dà giudizi cattivi, non è nel mio carattere. Io raccontavo quello che vedevo e stop”.

Dunque tu con l’esonero di Cari non c’entri niente.

“No. Ti ripeto: il presidente parlava con altre persone, che magari alla partita nemmeno c’erano”.

Cioè chi?

“Altre persone, dai”.

Mancini ha raccontato pubblicamente di quella volta che ti chiamò nell’intervallo e ti mandò da Cari a dirgli di sostituire Marconato. Non fu una bella cosa.

“Per niente, mi mise in grande difficoltà”.

Potevi staccare il telefono, farlo squillare senza rispondere.

“E perché? Con Mancini o ci stai o non ci stai. Le mezze misure non mi piacciono”.

Tu andasti da Cari e lui si arrabbiò.

“Non avrei dovuto parlare direttamente con lui, ma gli altri si defilarono tutti, dal primo all’ultimo, e toccò a me”.

Pentito?

“Sono orgoglioso di aver trovato il coraggio di andare dal mister. Non sono orgoglioso dell’accaduto. Anche perché da quell’episodio il rapporto con Cari è cambiato”.

E’ anche normale.

“Per carità. Quando venne esonerato, sospettò di me. Poi però ci siamo chiariti, io non avevo niente contro di lui”.

Ma tu condividesti quel licenziamento?

“A volte il presidente avrebbe dovuto cambiare i giocatori, più che gli allenatori”.

Rapporto con lo spogliatoio?

“Non buono. I calciatori erano prevenuti nei miei confronti e poi, secondo me, non hanno dato il massimo. Troppo viziati, la società avrebbe dovuto essere più rigida e decisa con loro, pungolarli e farli rendere di più”.

Insomma, il ricordo di quest’esperienza da team manager non è bello.

“Per niente. Non potevo decidere, non potevo incidere, era un ruolo marginale il mio che oltretutto mi ha sottratto tempo prezioso da dedicare al settore giovanile. Tornassi indietro, non commetterei l’errore di accettare. Ma nella vita si impara anche sbagliando”.

In un prepartita insieme a Piero ManciniTi sei preso anche qualche striscione pesante.

“Mi è dispiaciuto. Ora ci scherzo sopra, gli striscioni non me li hanno mai fatti nemmeno da giocatore. Però lì per lì ci rimasi male”.

Rapporti con Iaconi?

“Normali. Lui si è occupato poco di settore giovanile e non voglio dare giudizi sul suo lavoro, non sarebbe corretto. Tra noi non c’è stata collaborazione, ma non gliene faccio una colpa. La società era a compartimenti stagni, adesso spero cambino le cose”.

Con Ceravolo.

“Già. Il presidente si fida di lui, lo farà decidere in autonomia”.

Occuparti di giovani, mi sembra ti piaccia più che seguire la prima squadra.

“I giovani sono la mia passione, questo è un lavoro bellissimo che dà tante soddisfazioni”.

Tu sei qua dal 2005. Ti portò Pieroni, giusto?

“Ad Arezzo ci ero stato da calciatore, ma non fu un’annata memorabile. Retrocedemmo in C con uno squadrone, c’erano Nappi, Silenzi, Ruotolo, Bolchi allenatore. Non giocai molto, ero di Perugia e ai tempi la rivalità era accesissima”.

Non come ora.

“Dopo Cosmi, per i perugini ad Arezzo è un po’ più facile. E poi io, professionalmente parlando, mi sento molto aretino ormai”.

Dicevamo: arrivasti con Pieroni.

“Sì. Avevo curato il settore giovanile del Perugia, con Alessandro Gaucci c’era l’accordo per firmare un contratto di cinque anni. Ma la società fallì e Pieroni mi portò qua insieme a Fraschetti e Rubinacci”.

Insieme a Floro Flores e Ranocchia.

“Anche”.

Con Pieroni adesso i rapporti come sono?

“Così così”.

Bilancio dei tuoi quattro anni?

“Buono. Quando sono arrivato, l’Arezzo aveva due squadre soltanto. Oggi ne ha quattro di buon livello e ha una partnership con la Tuscar che riguarda i più piccolini e la scuola calcio. Siamo riusciti a costruire un rapporto di collaborazione con le società della provincia, tant’è che quasi tutti i nostri ragazzi sono aretini. All’inizio è stata dura creare legami solidi, ora va un po’ meglio”.

Budget per il settore giovanile?

(Ride) “Praticamente zero. Ci dobbiamo ingegnare per reperire risorse da investire”.

Un’impresa improba.

“Ma stimolante. Con i milioni di euro sono capaci tutti a tirare fuori ragazzi di talento. Così invece ti devi impegnare, lavorare, lavorare e lavorare”.

Però avere un budget a disposizione non sarebbe male, anzi sarebbe la cosa più logica.

“Certo, soprattutto perché ci consentirebbe di migliorare anno dopo anno, di continuare a crescere”.

Con Ceravolo, che ha gestito il settore giovanile della Juve, immagino che la società presterà più attenzione al vivaio.

“Me lo auguro anch’io. Ceravolo è un dirigente qualificato, esperto, sa cosa va fatto. Nell’Arezzo c’è un patrimonio di professionalità da salvaguardare e valorizzare. Mi riferisco agli allenatori, agli istruttori, agli accompagnatori. Bisognerebbe soltanto razionalizzare il lavoro e dare più solidità economica. Allora potremmo veramente fare il boom”.

Sei fiducioso?

“Sono fiducioso ma vivo alla giornata. Il calcio mi ha insegnato che le cose possono cambiare dall’oggi al domani”.

Stretta di mano con Roberto Bacci, nuovo mister della BerrettiCome dovrebbe essere il tuo settore giovanile ideale?

“Coraggioso”.

Cioè?

“Negli investimenti e nella filosofia di lavoro. Poi questo coraggio bisognerebbe utilizzarlo con i ragazzi, farli giocare anche in prima squadra, non lasciarli ai margini. Sai qual è l’esempio da seguire? Il Perugia di Gaucci”.

Beh, lì era il vertice della società che dava l’input. Si cercavano sconosciuti in tutto il mondo, si cercavano i giovani e si valorizzavano. C’era un rete di talent scout, l’Arezzo di osservatori non ne ha uno.

“E’ vero, ma quel Perugia lì aveva soprattutto il coraggio di rischiare. Dovremmo farlo anche noi”.

Per esempio?

“Per esempio Calderini. E’ stato nel nostro vivaio, è cresciuto, è andato in prima squadra e non ha giocato mai. Adesso l’ha preso il Frosinone in serie B. E noi abbiamo perso un capitale”.

Quante squadre hai in allestimento per il prossimo anno?

“Quattro, l’ho già detto: Berretti, Allievi, Giovanissimi nazionali e Giovanissimi professionisti”.

Hai confermato praticamente tutti gli allenatori.

“Sì, è gente in gamba che sta facendo un ottimo lavoro, tecnico e non solo. Adami resta agli Allievi, Abenante e Peraio ai Giovanissimi”.

Hai riportato Roberto Bacci all’Arezzo, affidandogli la Berretti. Perché?

“Perché è un uomo serio, ambizioso e umile allo stesso tempo. Ci mette passione e a me piacciono le persone così. L’avevo conosciuto e apprezzato già negli anni scorsi, Bacci è uno limpido, senza sotterfugi”.

Quanto bisognerà aspettare per trovare un altro Ranocchia?

“Secondo me non tanto. Dipende da quanto coraggio avremo”.

Sei sempre il pupillo di Mancini, anche dopo l’anno travagliato con la prima squadra?

“Per conquistare Mancini ci ho messo molto tempo, credimi. Io lo stimo e non mi vergogno a dirlo. Se mi mandasse via, sono sicuro che continueremmo a sentirci lo stesso”.



scritto da: Andrea Avato, 25/07/2009