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SERIE C GIRONE B - 13a giornata

RISULTATI CLASSIFICA PROSSIMO TURNO
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Fano12V. Verona
Gubbio11Feralpi Salò
Samb11Legnago
Sud Tirol11Perugia
Carpi22Triestina
Cesena00Modena
Fermana11Matelica
Mantova21Ravenna
Padova53Vis Pesaro
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NEWS

"Ad Arezzo non mi avete mica capito"

Mirko Conte, ex capitano amaranto parla di sé, della sua carriera e del rapporto con l’ambiente aretino: “Come calciatore tutto bene. Ma come persona, in pochi mi hanno compreso fino in fondo”. La sua vita però ha messo radici qua. Una lunga intervista sugli esordi all’Inter e gli anni belli alla Samp, su Gustinetti e Conte, Mancini e Cari, Abbruscato e Bressan. “Il mio rammarico più grande è non aver conquistato un risultato di prestigio in amaranto. E nell’anno del Gus meritavamo la serie A”.



Mirko Conte nella redazione di Amaranto magazineLe scarpette non sono ancora appese al chiodo e lui tutto si considera fuorché un ex. Mirko Conte, 126 presenze con la maglia dell’Arezzo in quattro stagioni e mezza, ha svestito i colori amaranto a giugno, quando gli è scaduto il contratto. Adesso attende che qualcuno si ricordi di lui, dei meriti acquisiti in una carriera che lo ha visto giocare nell’Inter e nel Venezia, nel Piacenza e nel Napoli, nel Vicenza e nel Messina, ma soprattutto nella Sampdoria, dove ha vissuto la parentesi più bella della sua esperienza umana e professionale. Arezzo, forse, non sarà la sua ultima tappa calcistica, ma di sicuro è il posto dove ha deciso di mettere radici, perché quando arrivi sopra la trentina, nasce il desiderio di stabilirsi da qualche parte, di interrompere la vita da zingaro fatta per tre lustri e di guardare al futuro sotto un’altra luce: “E’ proprio così. Qua sto bene, posso fare quello che non ho fatto nel posto dove sono nato. A 18 anni me ne sono andato da casa, da Varese, e ho girato mezza Italia. Ora voglio fermarmi”.

Ma sei ancora un calciatore o no?

“Assolutamente sì. Fisicamente sto bene, posso competere con i giovanotti. Aspetto che qualcuno mi chiami, continuare a giocare non dipende solo da me”.

Per ora nessun contatto con nessuno?

“No, per adesso no. E’ un periodo difficile, molte società puntano sui giovani e le capisco. Però non costo tanto”.

No?

“Non ho grandi pretese, sarei uno stupido se chiedessi la luna. Ho solo voglia di scendere in campo”.

L’Arezzo ti ha lasciato libero. Ti aspettavi qualcosa di diverso dalla società?

“La stagione scorsa si era creata una situazione anomala, c’era delusione per la serie B mancata e hanno fatto una scelta precisa, quella di tagliare, anche perché in tanti eravamo in scadenza di contratto. Qualcuno però, secondo me potevano tenerlo”.

Per esempio?

“Beati, Bricca, Lauria. Invece hanno fatto piazza pulita”.

Mancini disse che vi avrebbe buttati tutti nella Chiana. Che effetto ti ha fatto?

“Il presidente lo conosco, a volte certe frasi gli escono così, d’istinto. Il gruppo degli ultimi anni ha dato tanto, anche se non ha vinto. I nostri problemi non venivano dall’interno, ma da fuori. Se penso a come è stato gestito il contorno… Certe tensioni hanno influito dentro lo spogliatoio”.

Perché avete fallito la promozione l’anno scorso?

“Per tanti motivi. Il mister secondo me non ha sfruttato appieno la rosa. A un certo punto serviva più turn over, invece giocavano sempre gli stessi. A Cari gliele dissi in faccia queste cose e quando tornò dopo l’esonero, in effetti, era un po’ cambiato. Coinvolgere tutto l’organico nella gestione tecnica è una dote che non tutti gli allenatori hanno”.

Cari non ce l’aveva?

“Per me no. Ce l’aveva Gustinetti, per esempio”.

E l’esonero di Cari quanto ha influito?

“Abbastanza. Cari era arrivato in finale play-off l’anno prima, sapeva come assorbire certe pressioni. Se devi cambiare, cerchi di cambiare in meglio. Invece, senza nulla togliere a Ugolotti, arrivò un allenatore meno esperto che si trovò in difficoltà”.

Ugolotti l’ha fatto fuori lo spogliatoio. E’ vero?

“Bugia. In carriera non ho mai visto un allenatore cacciato per colpa della squadra. Cari aveva quasi tutti i giocatori dalla sua, questo sì, ma Ugolotti incontrò altri problemi”.

Se ti volti indietro, come li giudichi questi tuoi anni ad Arezzo?

“Belli. Però mi è mancato il risultato di prestigio. Sono state quasi solo delusioni, purtroppo: dai play-off mancati con Gustinetti alla retrocessione, fino all’anno scorso. Un peccato”.

Sei stato anche capitano. Quanto te la sentivi addosso la maglia?

“Guarda, io non sono uno che bacia la maglia dopo quattro partite. Ad Arezzo però mi ero affezionato all’ambiente, alla squadra, alla società. Per questo mi dispiace non aver vinto niente”.

Il rimpianto più grande qual è?

“Non aver fatto i play-off per la serie A”.

Più della retrocessione?

“Sì, perché scendemmo in C per colpa di una serie incredibile di coincidenze. Invece l’anno di Gustinetti meritavamo di più, eravamo una gran bella squadra e un gran bel gruppo. Che poi, purtroppo, venne smembrato”.

Un abbraccio a fine partita con il GusE anche Gustinetti se ne andò.

“Quello è stato un errore gigantesco. Se il presidente avesse confermato l’allenatore e l’ossatura della squadra, l’anno dopo chissà. Forse non saremmo saliti in serie A, ma di sicuro avremmo fatto un bel campionato”.

Perché Mancini ha cambiato collaboratori quasi ogni anno? Te lo sei mai chiesto?

“Non lo so. Il presidente è eccezionale da certi punti di vista, però ha sempre avuto paura di fidarsi troppo. E allora ha preferito rivoluzionare tutto ogni volta. Senza un progetto è difficile fare bene”.

Adesso le cose sono cambiate. Ceravolo ha parlato addirittura di serie A da raggiungere in cinque anni.

“Ma è vero che ha firmato per cinque anni?”.

Pare proprio di sì.

“Buon per lui. E’ uno esperto, anche se i risultati dipendono da tanti fattori, non solo dai contratti”.

Come ti sembra il nuovo Arezzo?

“Una buona squadra. Deve migliorare come qualità di gioco, ma è forte. E poi è lì, in alto”.

Chi ti piace dei nuovi arrivi?

“Venitucci è veramente forte. E poi Erpen”.

I tuoi ex compagni li vedi, li senti?

“Ci parlo spesso. Mi è dispiaciuto che i vecchi siano stati trattati in malo modo, prima messi sul mercato, poi reintegrati ma tenuti ai margini. Non ci si comporta così, a me l’anno passato è accaduta la stessa cosa e non è bello”.

La tua carriera è stata splendida. Ma c’è qualcosa che cambieresti, potendo tornare indietro? Non so, l’esperienza di Napoli. Ci sei rimasto poco.

“No, perché da lì andai a Vicenza a fare la Coppa delle Coppe. L’unico rammarico, col senno di poi, è aver giocato nell’Inter troppo giovane. Se ci fossi arrivato più maturo, con la testa di oggi, sarebbe stato diverso. Avevo 20 anni, mi davano poco spazio, me ne andai al Piacenza. Tornassi indietro, sceglierei diversamente”.

Escludendo Arezzo, la tua seconda pelle di che colore è: nerazzurra, blucerchiata, biancorossa?

“Blucerchiata. I quattro anni alla Samp sono stati eccezionali, in campo e fuori. Feci gol al Genoa nel derby, tornammo in A dopo non so quante stagioni d’attesa. Ho vissuto grandi emozioni, l’ambiente mi voleva bene, mi aveva capito fino in fondo. Cosa che qua ad Arezzo non è successa”.

Tu dici?

“E’ una sensazione che ho sempre avuto”.

Ti riferisci al pubblico, alla stampa…

“Un po’ a tutti. Non parlo del Conte calciatore, bensì del Conte persona. Ho un carattere forte, non le mando a dire, a volte per questo ho avuto problemi anche con gli allenatori. Diciamo che in pochi mi hanno compreso completamente”.

Io ricordo il due aste in curva con la scritta “col rosso non si passa”.

“Ma sì, lo ricordo anch’io. Però ad Arezzo c’è troppa predisposizione alla polemica, alla critica. Ci furono casini anche nell’anno che facemmo 66 punti, figuriamoci. Ecco, per fare il salto di qualità occorre un’altra mentalità”.

I ricordi più belli della tua carriera. Pescane tre dalla memoria.

“L’arrivo all’Inter, dopo che l’avevo seguita da tifoso di curva e da raccattapalle. La promozione in serie A con la Sampdoria. Una vittoria a San Siro con la maglia del Messina, in cui fui votato il migliore in campo”.

Chi è l’allenatore che ti ha dato di più?

“Ventura, l’anno che andai al Venezia. Era il ’93, facevo il militare, lui mi parlava, mi faceva allenare da solo per tenermi al pari coi compagni. A 19 anni giocai 33 partite in B. E poi aggiungo Novellino: per un difensore, è il miglior allenatore in assoluto”.

Quasi gol contro il Bari, super parata di GilletAd Arezzo, a quanto posso intuire, diresti Gustinetti.

“Sì, senza dubbio”.

Ti aspettavi che Antonio Conte sarebbe arrivato in A così presto?

“Beh, aveva voglia e carattere. Però il calcio non lo inventa nessuno: il più bravo per me è chi sa farsi seguire dalla squadra. Conta il lavoro sul campo, ma conta moltissimo l’aspetto umano. Un allenatore deve essere amico, padre, fratello, a seconda delle situazioni. Sai chi è uno così? Zenga”.

Mai avuto screzi con gli allenatori?

“Io? Sempre. All’inizio non è facile rapportarsi con me, lo riconosco. Poi piano piano le cose migliorano. Con Cari invece il feeling non l’abbiamo trovato”.

E con la stampa?

“Mai avuto problemi. Mi faccio i fatti miei, leggo i voti delle pagelle come tutti e stop. Ho avuto compagni che andavano a cena con i giornalisti, cosa sbagliatissima. Un giocatore non può essere amico di un giornalista, di un allenatore o di un direttore sportivo. Altrimenti non è più libero di dire quello che pensa”.

Cosa mi dici dei problemi di Moris Carrozzieri?

“Mi dispiace molto. E’ un buono, è stato stupido, l’hanno trascinato in una brutta situazione. Oggi, senza questo casino, giocherebbe in una grande squadra”.

Ti sorprende la disinvoltura con cui sta emergendo Ranocchia?

“No, per niente. E’ serio, è bravo, è giovane: più gioca in serie A e più migliora”.

Centoventisei partite ad Arezzo e nemmeno un gol per te. Come mai?

“E chi lo sa? Sono più cattivo nella mia area di rigore che in quella avversaria. Ricordo che stavo per fare gol al Bari, di testa, invece Gillet fece un paratone e finì 0-0”.

Ce l’hai qualche amico nel mondo del calcio?

“Due soprattutto, Elvis Abbruscato e Walter Bressan. Ci vediamo, ci frequentiamo anche adesso, io non sono per i rapporti al telefono. Abbiamo caratteri simili, andiamo d’accordo”.

Due classiche domande da intervista amarcord. Il compagno più forte che hai avuto?

“Nel mio ruolo dico Pedro Mariani a Venezia. Lo guardavo a bocca aperta, era un mito. Fortissimo”.

L’avversario più rognoso.

“Inzaghi. Ma soffrivo pure Tovalieri: lo perdevi un attimo e ti faceva gol”.

E’ vero che hai una passione per le moto?

“Verissimo. Finalmente posso godermi la mia Triumph, mi dà quel senso di libertà che inebria. Quest’estate ci sono andato in vacanza in Sardegna. Uno spettacolo”.

Per chiudere, cosa c’è nel tuo domani?

“Per ora non c’è nessun ruolo da dirigente. Spero di fare ancora il calciatore, me lo auguro. Sto valutando anche altre strade, ma un giorno mi piacerebbe sedermi in panchina, questo sì”.

E con un calciatore col tuo carattere, andresti d’accordo?

“Altro che. Sarebbe una fortuna”.



scritto da: Andrea Avato, 25/10/2009