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SERIE C GIRONE A - Play-off e Play-out

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NEWS

Una vita da numero 10

Roberto Balducci, uno dei giocatori più talentuosi passati dal Comunale, racconta se stesso a dodici anni di distanza dall’indimenticabile partita di Pistoia con lo Spezia. L’arrivo in amaranto, il rapporto con Cosmi, la coppia con Pilleddu, la festa promozione, il mancato ritorno ad Arezzo e il Gualdo, i gol dell’ex e la magia del 10, che non è solo un numero ma una vera filosofia di vita. E poi, quasi quarantenne, la carriera da allenatore e l’esperienza da speaker alla radio. Perché lui resterà sempre quello del gol di tacco in finale…



Roberto Balducci oggi conduce un programma radiofonico su ErretiRoberto Balducci era un numero 10 quando giocava ed è rimasto un numero 10 anche ora che allena e si è dato alla radio. Lui ci crede profondamente nella vocazione alla fantasia, all’estro e al talento. Con la palla tra i piedi, e il 10 sulle spalle, era uno di quelli che con un’invenzione cambiavano il corso delle partite. Con le cuffie in testa, e il 10 nell’anima, è uno di quelli che prende la vita di contro balzo e galleggia tra le linee dell’umanità. Immarcabile ieri come oggi, insomma. Ad Arezzo arrivò nell’autunno del ’97, voluto personalmente da Serse Cosmi che l’aveva svezzato a Ponte San Giovanni. Atteso come il salvatore della patria, in una squadra a cui servivano qualità e imprevedibilità, faticò non poco a inserirsi e un giorno di tramontana sbagliò un rigore decisivo sullo 0-0. Toccato il fondo, risalì alla grande. Segnò il suo primo gol a Sassari contro la Torres e chiuse in crescendo, fino alla prodezza nella finale play-off di Pistoia. Con Arezzo poteva essere amore per la vita, invece fu la passione di una stagione sola. Ma questo ce l’ha spiegato meglio lui, che ormai va per i quaranta e non ha più la chioma fluente di una volta.

Roberto, per molti ad Arezzo sei ancora quello che segnò di tacco in finale. E’ una condanna o un piacere?

“Una cosa così non può che essere un piacere. Pensa se ero quello dell’autogol in finale…”.

Cosa ti è rimasto di quel 14 giugno ‘98?

“Il boato del muro amaranto in gradinata. Se mi concentro mi sembra di sentirlo ancora”.

Quello in cui hai giocato tu, che Arezzo era?

“Una squadra meravigliosa che crebbe nelle difficoltà e arrivò ad essere invincibile. Un gruppo di ragazzi amici anche fuori dal campo”.

Mi dai tre flash del tuo periodo amaranto?

“La splendida accoglienza mista alla grande aspettativa quando sono arrivato. Poi aggiungo il rigore sbagliato in casa con la Vis Pesaro, in un momento pessimo per me, e la città impazzita di gioia al nostro rientro da Pistoia”.

Tu e Bobo Pilleddu: una coppia ben assortita, una coppia di fatto, una strana coppia. Cos’eravate?

“Né una strana coppia, né una coppia di fatto. Non è decisamente il mio tipo! Solo due giocatori che si completavano e si intendevano a meraviglia. Grande coraggio, vitalità e generosità lui, lucidità ed estro io. In comune grande istintività, personalità e passione”.

Come e quanto te lo ricordi Lauro Minghelli?

“Rispetto ad altri miei compagni non lo posso raccontare come giocatore, perché era già infortunato quando arrivai io, ma come ragazzo aveva una marcia in più. Sempre positivo e sorridente. Nella fase iniziale, quando ho avuto qualche difficoltà, più di una volta mi incitò a ritrovare la fiducia in me stesso con una battuta o con una pacca sulla spalla. Lauro incoraggiava me quando in realtà stava attraversando lui stesso un momento nerissimo a causa del mal di schiena che non gli permetteva di giocare e dal quale non riusciva a guarire. Di lì a poco si scoprì la sua tragedia. Lo rividi qualche anno dopo fuori dallo stadio di San Siro dopo un Inter- Perugia, provato dalla malattia. La sua dignità e la sua allegria però erano intatte. Ebbi la conferma che era davvero un grande”.

Serse Cosmi è stato per te un allenatore o qualcosa di diverso?

“E’ stato l’allenatore della svolta, quello che mi ha fatto capire che avrei potuto trasformare un divertimento in uno splendido mestiere. C’era grande intesa, ci capivamo al volo. Il miglior complimento che posso fargli è che spero, come allenatore, di essere per tanti giocatori quello che lui è stato per me”.

La squadra che conquistò la C1 contro lo Spezia nel '98Il mancato ritorno all’Arezzo. Ti sei mai pentito di aver scelto Gualdo?

“Nella mia vita e nella mia carriera ho sempre cercato di scegliere con grande onestà verso me stesso, sapendo che non c’è mai il giusto o lo sbagliato in assoluto. Se ci riesci, non ti penti di niente. Non ho rimpianto di aver scelto Gualdo Tadino, anche se tornare ad Arezzo forse, e sottolineo forse, mi avrebbe fatto avere una carriera migliore. Il destino in quella circostanza mi portò a Gualdo, dove mi sono tolto grandi soddisfazioni. Ora ho la mia famiglia, il mio lavoro, la mia casa. Arezzo è stata una tappa meravigliosa della mia carriera e sarà sempre nel mio cuore, ma evidentemente quella volta doveva andare com’è andata”.

Sono passati più di dieci anni.

“Venivo da una stagione meravigliosa giocata nell’Ancona. Avevo mezza Italia che mi voleva e io volevo solo l’Arezzo, dove c’era Cosmi. La stampa dava tutto per fatto, la gente pure. Con la società però c’era stato solo un timido abboccamento e io non capivo perché non volesse chiudere l’ affare. Un pomeriggio chiamo il mister e gli dico che l’indomani sarei andato a Milano, al mercato, per prendere una decisione. E che se non cambiava qualcosa, sarei stato costretto a scegliere un’altra squadra. Il giorno dopo in autostrada subisco un brutto tamponamento. Dalle otto di mattina che ero partito, arrivo a Milano alle otto di sera. Il Gualdo telefona cento volte per sincerarsi delle mie condizioni e mi fa una proposta ottima sotto tutti i punti di vista, tecnico, logistico e anche economico. Chiamo il mio procuratore e chiedo dell’Arezzo, ma lui mi dice che non ha sentito nessuno. Spengo sconsolato il mio cellulare, firmo per il Gualdo. Contento ma con un magone così. Penso: l’Arezzo non mi vuole. Riaccendo il cellulare e dopo una mezz’ora la segreteria mi segnala una chiamata, mai ricevuta, del direttore sportivo Sabatini, che non so quante ore prima mi invitava a telefonargli appena arrivato a Milano. Più tardi si fa vivo Cosmi, infuriato per l’accaduto. Secondo me ci fu tanta superficialità e una grossa mano del destino che mi spinse altrove. Di sicuro qualcuno un po’ di bugie le disse”.

Gualdo-Arezzo 3-1, gennaio 2000, doppietta di Balducci. Rivincita, soddisfazione doppia, un cerchio che si chiude o qualcos’altro?

“Semplicemente il premio ad un ragazzo che aveva sofferto in silenzio per errori che non aveva commesso. Il destino, ancora lui, mi aveva portato alla seconda di campionato proprio ad Arezzo, dove venni trattato come un traditore e un mercenario. Persi la partita tra gli insulti, ma rimasi sereno. Non ero né un traditore né un mercenario e pensai tra me e me che il dio del calcio mi avrebbe premiato. Qualche mese dopo mi rifeci con gli interessi, ma senza polemica. Una storia può essere raccontata in tanti modi, chi mi insultava non conosceva la verità”.

Ho letto in una tua intervista che consideri il 10 una sorta di numero magico. Pensi davvero che uno nasca numero 10, che ci sia un’essenza da portarsi dietro, in campo e anche fuori?

“Sì, credo che essere 10 sia un dono. Il 10 non è solo un numero. E’ una filosofia. E anche una responsabilità. Il 10 è alla ricerca costante dell’originalità. Vive di eccessi. Deve saper volare tra le stelle grazie alle sue qualità e deve saper sopravvivere nella polvere in quei momenti in cui non riesce a star dietro alle grandi aspettative che gli altri ripongono in lui. Credo nella magia del numero 10. Lo ha detto Michel Platini. E se lo ha detto lui…”.

Quand’è che ti sei sentito all’apice da calciatore? C’è stato un momento particolare, una partita particolare, una domenica particolare?

“Ho avuto per mia fortuna diversi momenti belli in carriera, ma credo che segnare un gol decisivo in finale, di tacco, sia proprio un fatto straordinario”.

Che giudizio dai della tua carriera?

“Potevo fare di più, potevo fare di meno. Alla fine credo di aver ottenuto il giusto per i miei pregi e per i miei limiti”.

Classe '71, è sposato e padre di un bambinoCom’è la tua vita oggi?

“Molta famiglia: ho una moglie meravigliosa, un bimbo stupendo di tre anni e mezzo e un altro in arrivo. Tanto calcio: alleno sia la prima squadra del Gualdo che il settore giovanile come supervisore. E tanta radio, un hobby che mi ricarica, un’esperienza magica che contribuisce a migliorarmi come essere umano”.

L’esperienza da allenatore è stata un colpo di fulmine o una scelta programmata?

“Diciamo che è una strada che mi si è aperta davanti, dopo averla cercata”.

Cosa saresti stato senza pallone?

“Magari un musicista, visto che non aver imparato a suonare ma solo a strimpellare è una cosa di cui mi pento. Spero non un impiegato, con tutto il rispetto ovviamente per la categoria”.

Tu conduci un programma su Erreti che si chiama Magabald. Una passione, un’evasione, una scoperta: cosa rappresenta la radio per te?

“Tutte e tre le cose insieme. Te l’ho detto, è un’esperienza magica da cui ho imparato e sto imparando tanto. A conoscermi, a mettermi costantemente in gioco, a relazionarmi con gli altri e infine a liberare la mia fantasia senza prendermi troppo sul serio”.

Quando sei al microfono, sei diverso dal Roberto che conosce la gente?

“Non ti so rispondere perché dovrei sapere cosa di me conosce la gente. Di sicuro posso dirti che c’è stupore a constatare che un calciatore prima e un allenatore ora possa diventare in un altro momento della giornata uno speaker radiofonico. La nostra società tende a omologare e raramente puoi essere due cose contemporaneamente senza creare un minimo di incredulità”.

L’anno prossimo compi 40 anni. Che bilancio fai della tua vita?

“Ottimo. Ho consumato tante esperienze, viaggiato molto, fatto un lavoro che era il mio sogno da bambino, ho commesso errori ma mi sono sempre assunto le mie responsabilità. Ho vissuto tanto e sprecato poco il mio tempo. E poi spero sempre che il meglio debba ancora venire”.

Un tuo sogno, un obiettivo da raggiungere.

“Sono un sognatore nato e di sogni ne ho molti, ma per scaramanzia me li tengo tutti per me. L’obiettivo invece te lo dico: continuare a guadagnarmi da vivere facendo quello che più mi appassiona. La mia grande sfida è poter continuare a spolpare le mie giornate regalandomi e regalando emozioni. Ecco perché adoro il calcio e la radio”.



scritto da: Andrea Avato, 25/04/2010