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La Chimera di Arezzo

La Chimera di Arezzo, uno dei bronzi più famosi del mondo antico, rappresenta un essere mitologico tramandato in Etruria dalla tradizione ellenica. Fu scoperta il 15 novembre 1553 durante i lavori di sbancamento presso Porta San Lorentino, avviati per la realizzazione del nuovo bastione, assieme a una serie di bronzetti votivi.



la Chimera di ArezzoLa Chimera di Arezzo, uno dei bronzi più famosi del mondo antico, rappresenta un essere mitologico tramandato in Etruria dalla tradizione ellenica.

Sembra che la leggenda nasca nel Medio Oriente, in Persia e Siria, ma si sviluppi in Grecia alla fine del VI secolo a.C. nella forma a noi nota, diffondendosi soprattutto nel Peloponneso.

Altre versioni parlano di un mito licio del secondo millennio a.C., elaborato poi in territorio greco.

Fu scoperta il 15 novembre 1553 durante i lavori di sbancamento presso Porta San Lorentino, avviati per la realizzazione del nuovo bastione, assieme a una serie di bronzetti votivi.

È molto probabile, quindi, la sua natura di ex-voto commissionato da una nobile famiglia aretina per il santuario che si doveva trovare nella zona.

La Chimera poteva far parte di un gruppo bronzeo comprendente anche Bellerofonte e Pegaso, ma di questo complesso è rimasto solamente il mostro. Giaceva tre metri sotto terra ed è ipotizzabile che l’abbattimento del tempio che la custodiva sia avvenuto già durante l’invasione dei Galli Senoni del 285 a.C. o con la distruzione di Arezzo da parte di Silla nell’anno 81 a.C.

La bottega aretina che realizzò questo capolavoro utilizzò il rame estratto dai monti Rognosi nei pressi di Anghiari e l’opera fu eseguita all’incirca nel IV secolo a.C. con la tecnica “fusione a cava”.

La Chimera è alta 65 centimetri e lunga 1,20 metri. Ha il corpo e la testa di leone, sul dorso una testa di capra e la coda di serpente. La troviamo raffigurata mentre cerca rabbiosamente di sventare il colpo mortale che Bellerofonte, a cavallo di Pegaso, sta per infliggerle dall’alto. Presenta ferite nella zampa sinistra anteriore e nel collo caprino.

Nella zampa destra anteriore sta la scritta etrusca TINSCVIL, ritrovata anche in alcuni bronzetti scoperti nel cortonese. Il suo significato è “offerta sacra per Tinia”, il Giove etrusco.

La resa della scultura è splendida: il movimento del mostro, la tensione dei muscoli, le stesse ferite sono rappresentate con un accentuato naturalismo. Anche il muso e la criniera, che a differenza del resto sono modellati in maniera arcaica, sprigionano un fascino unico. Il suo ritrovamento dimostra la grandezza che Arezzo aveva raggiunto a livello politico, economico e artistico nel IV secolo a.C.

Al momento della scoperta non si comprese subito di essere di fronte alla Chimera, perché priva della coda serpentiforme, venuta poi alla luce completamente frantumata in un secondo momento.

Si pensò a un leone che mostrava con orgoglio la testa di una capra uccisa.

Ci fu anche chi, come lo studioso Corrado Ricci, ipotizzò che il bronzo fosse stato già scoperto molto tempo prima dagli aretini, ma subito riseppellito per superstizione, giacché si riteneva, ancora a quei tempi, che la Chimera simboleggiasse presagio di sventura.

Dopo il ritrovamento, il Granduca Cosimo dei Medici ordinò di portarla a Firenze dove Benvenuto Cellini restaurò la zampa posteriore sinistra rovinata. Fu Giorgio Vasari a scegliere la giusta collocazione, ovvero il Salone di Leone X in Palazzo Vecchio.

Nell’ideale mediceo, come Bellerofonte aveva sconfitto il mostro, Cosimo aveva domato o stava domando le fiere della Toscana rappresentate principalmente da Arezzo, Pisa e Siena.

Nel 1718 la Chimera abbandonò Palazzo Vecchio per finire agli Uffizi, quindi cambiò varie sedi e nel 1785 subì un ulteriore restauro da parte del professore dell’Accademia delle Belle Arti Francesco Corradori, con la creazione di una nuova coda che riproduce il serpente che va a mordere un corno della capra.

L’ultimo suo trasferimento la condusse a Palazzo della Crocetta, sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, dove è tuttora conservata.

Ormai da decenni si fanno battaglie per il ritorno in pianta stabile della Chimera ad Arezzo, ma finora l’opera è rimpatriata solo in occasione di mostre. È inutile affermare che, nella sua terra natia, ci sarebbero tutti i motivi e i presupposti per celebrare un capolavoro dell’arte universale, ma innanzitutto il vero simbolo dell’identità aretina.

Per approfondire: Arezzo nell’antichità (a cura di Giovannangelo Camporeale e Giulio Firpo, Giorgio Bretschneider Editore 2009)



scritto da: Marco Botti, 15/11/2007