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SERIE C GIRONE A - 14a giornata

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L'aratore di Arezzo

Arezzo vanta un patrimonio archeologico di primissimo piano: tra gli esempi più eclatanti possiamo citare l’Aratore di Arezzo, un gruppo bronzeo di piccole dimensioni rinvenuto nel XVII secolo nei pressi dello scomparso mulino delle Gagliarde, il quale si trovava lungo il Castro, alla fine dell’omonima via limitrofa al Baluardo di San Giusto.



il gruppo bronzeo rinvenuto nel XVII secolo ma sono tanti i capolavori etruschi e romani che si trovano altrove, nonostante siano stati forgiati in terra aretina, grazie a maestri straordinari nella lavorazione dei metalli preziosi. Arte che è giunta attraverso venticinque secoli di continuità fino ai nostri giorni.

Tra gli esempi più eclatanti possiamo citare l’Aratore di Arezzo, un gruppo bronzeo di piccole dimensioni rinvenuto nel XVII secolo nei pressi dello scomparso mulino delle Gagliarde, il quale si trovava lungo il Castro, alla fine dell’omonima via limitrofa al Baluardo di San Giusto.

Non molto distante da questa zona finiva il cardo maximus, ovvero l’asse urbanistico principale della città da nord a sud, e partiva un’arteria che si instradava verso l’area santuariale di Castelsecco e quindi proseguiva in direzione delle valli del Bagnoro e della Chiana.

Dopo la scoperta, l’Aratore finì nelle mani del padre gesuita Athanasius Kircher, noto ricercatore, scienziato e letterato del Seicento, la cui famosa collezione archeologica donata all’Ordine dei Gesuiti fu acquisita dallo Stato a cavallo tra XIX e XX secolo.

Dal 1914 gran parte di quel materiale trovò ubicazione nel Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma, il più importante contenitore di reperti etruschi del mondo.

L’insieme in bronzo è formato da un contadino che comanda due possenti buoi di razza chianina, immortalati nell’atto di arare. Accanto al colono stava una statuetta di Atena “Ergane”, protettrice del lavoro umano. Secondo la mitologia fu lei stessa che inventò l’aratro e il giogo.

L’opera è databile tra il 430 e il 400 a.C. e la sua interpretazione è molto complessa. Di certo rimanda alla millenaria tradizione agreste aretina.

Gli etruschi, soprattutto quelli delle regioni più interne, furono dei sommi maestri nell’agricoltura. La loro sapienza in questo campo suscitò l’ammirazione degli altri popoli, in particolare dei romani, che più volte celebrarono il grano e il vino che i grandi proprietari terrieri di Arezzo producevano in Valdichiana.
Da notare, tuttavia, che il personaggio non indossa abiti prettamente da contadino, bensì vesti più simili a quelle di un sacerdote del periodo. Questo fa dedurre che l’opera aveva anche una valenza rituale.

L’aratura potrebbe simboleggiare una rifondazione morale e materiale della città o addirittura, ipotesi ancor più suggestiva, ricordare il solco primigenio che fu tracciato per erigere Arezzo, allegoria che richiama da vicino la mitica edificazione di Roma.

Il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” accoglie una copia fedele di questo capolavoro.

Per approfondire: Arezzo nell’antichità (a cura di Giovannangelo Camporeale e Giulio Firpo, Giorgio Bretschneider Editore 2009)



scritto da: Marco Botti, 26/06/2008