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La scomparsa chiesa di San Jacopo

L’urbanistica aretina del Dopoguerra è stata spesso contrassegnata da scelte infelici che hanno concorso a deturpare la città, anziché migliorarla. Di esempi che calzano a pennello ne possiamo fare a decine, ma probabilmente il più sciagurato fu lo sconvolgimento di piazza San Jacopo negli anni Sessanta e il conseguente abbattimento dell’antica chiesa che dava il nome alla zona. 



La chiesa sorgeva dove oggi si trovano i grandi magazzini OviesseL’urbanistica aretina del Dopoguerra è stata spesso contrassegnata da scelte infelici che hanno concorso a deturpare la città, anziché migliorarla.

Di esempi che calzano a pennello ne possiamo fare a decine, ma probabilmente il più sciagurato fu lo sconvolgimento di piazza San Jacopo negli anni Sessanta e il conseguente abbattimento dell’antica chiesa che dava il nome alla zona.

Difatti, oggi, pur vantando la definizione di “cuore commerciale” di Arezzo, quella di San Jacopo è senza dubbio la più brutta piazza all’interno della città murata, architettonicamente parlando.

I palazzi che la circondano sono figli di una certa edilizia tipica di quel periodo, banale e scontata. La loro costruzione ha cancellato una piazzetta che fu rimessa in piedi in maniera più che dignitosa con il Piano di Ricostruzione post bellico, dopo che i tremendi bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale l’avevano sfigurata.

L’area di San Jacopo è stata un luogo di importanza capitale per la storia aretina, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici nel suo sottosuolo. Alcuni di questi, come il frontone facente parte di un tempio etrusco del V secolo a.C., sono ammirabili nel vicino Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”.

Nella foto d'epoca la caratteristica fontana della piazzaI cospicui recuperi di frammenti di fregi fittili, di vasellame etrusco-campano a vernice nera e della successiva tipologia a vernice rossa, per la cui produzione Arezzo ebbe il primato in tutto l’Impero Romano, si collegano idealmente al vascone di decantazione, lungo oltre trenta metri, ancora visibile scendendo nel caveau della sede del Monte dei Paschi. In questo grande bacino l’argilla veniva selezionata e depurata, per essere in seguito utilizzata nelle note fabbriche di ceramica.

La chiesa di San Jacopo fu costruita agli inizi del XIII secolo, forse sul luogo di un edificio religioso precedente.

La struttura apparteneva ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, dal 1309 detti Cavalieri di Rodi e, dopo il 1530, Cavalieri di Malta. La croce tipica dell’ordine si ripeteva in tutto la struttura, compresa la banderuola posta sopra il piccolo campanile.

Nel Quattrocento quella di San Jacopo era una delle parrocchie più importanti di Arezzo, retta da un procuratore scelto direttamente dal Gran Maestro di Rodi.

Nel 1583 la chiesa figurava già in cattivo stato, ma si dovette attendere il Settecento per un suo consistente rinnovamento.

Una veduta d'annata di piazza San JacopoNel biennio 1933/34 ci fu una nuova ristrutturazione soprattutto interna, alla quale presero parte due importanti figure locali del periodo, il pittore e maestro vetraio Pasquini e lo scultore Burroni.

La nefasta pianificazione che negli anni Sessanta stravolse la piazza, dandole i connotati odierni, raggiunse l’apice nel 1967, quando la piccola chiesa fu demolita per far posto al palazzo della Upim (oggi sede di Oviesse), altro degno rappresentante di quell’urbanistica dozzinale che tanto andava in voga ad Arezzo.
Cosa rimane agli aretini di quell’edificio? Il nome, visto che San Jacopo è ancora il protettore del Quartiere di Porta Santo Spirito, ma anche due pregevoli opere d’arte, trasferite nella vicina chiesa di San Bernardo.

La prima è una statua policroma della seconda metà del XIV secolo, raffigurante la Madonna con il Bambino, documentata nella chiesa di San Bernardo già nell’Ottocento, ma nell’ultimo dopoguerra trasferita nella vicina chiesa di San Jacopo, per tornare nel 1956 nell’edificio religioso degli olivetani di via Margaritone. La seconda è una tela con San Giovanni Battista nel deserto, patrono dei Cavalieri di Malta, attribuita da alcuni a Cecco Bravo, uno dei più validi artisti del Seicento fiorentino, da altri a Bernardino Santini, il miglior pittore aretino del XVII secolo.

Le immagini storiche sono di Fotoclub La Chimera



La pregevole opera in pietra policroma della seconda metà del XIV secolo è documentata nella chiesa olivetana già nell’Ottocento, ma nell’ultimo dopoguerra fu trasferita nella vicina chiesa di San Jacopo, oggi demolita, per tornare nel 1956 nell’edificio religioso di via Margaritone.

scritto da: Marco Botti, 31/10/2008