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Il Cassone della chiesa della Badia delle sante Flora e Lucilla

Domenica 2 ottobre è stata riaperta la Cappella del Crocifisso di Baccio da Montelupo (1469-1523) nella chiesa della Badia delle sante Flora e Lucilla. Dopo essere stato riportato alle sue fattezze originarie, è stato lì ricollocato il “cassone” (una sorta di grande cornice monumentale) che nel Seicento andò a inquadrare l’opera dello noto scultore fiorentino. 



Il cassone recuperato e ricolllocato nella Cappella del CrocifissoDomenica 2 ottobre è stata riaperta la Cappella del Crocifisso di Baccio da Montelupo (1469-1523) nella chiesa della Badia delle sante Flora e Lucilla.

Dopo essere stato riportato alle sue fattezze originarie, è stato lì ricollocato il “cassone” (una sorta di grande cornice monumentale) che nel Seicento andò a inquadrare l’opera dello noto scultore fiorentino.

La storia di questo recupero, durato circa un anno, ha inizio nel settembre 2010, quando i restauratori Laura Salvadori e Luca Ippolito, titolari di Fons Artis, laboratorio specializzato nel restauro di opere lignee policrome, nella doratura e nell’intaglio, furono chiamati a eseguire un’indagine sullo stato di conservazione di un guardaroba della sagrestia.

Già dalle prime analisi si resero conto che, nonostante l’assetto seicentesco e la data “1639” riportata sul fianco, c’erano incongruenze tra la struttura dell’armadio e alcune parti (sportelli, cassetti e schiena). Erano diverse le epoche, i materiali, gli ornamenti. Le decorazioni grossolane delle ante contrastavano con la raffinatezza delle cornici di riquadratura in oro zecchino intagliate, ma anche con i ricami a motivo floreale in oro e argento nelle lesene della facciata. All’interno dell’armadio si notavano dipinti che per corrispondenza iconografica, di materia e di stile rimandavano a quelli degli sportelli di un tabernacolo della sagrestia, già ricondotti ai Santini, nota famiglia di artisti del Seicento aretino. Aprendo i cassetti basculanti, inoltre, si rilevavano due fregi intagliati. Tutti gli indizi raccolti lasciavano intendere che la funzione originaria del mobile non era quella di serbare la biancheria.

Fu così che i due restauratori furono messi in contatto, dal parroco don Vezio, con don Silvano Pieri e don Carlo Cannelli, memorie storiche della chiesa aretina, i quali fornirono le indicazioni giuste per recuperare e interpretare un manoscritto, conservato nell’Archivio Storico della Biblioteca di Arezzo. Con quella documentazione è stato accertato che nel 1639 il crocifisso cinquecentesco fu contornato da una struttura lignea policroma. Nel 1743 venne però ordinato di incassare la scultura nella parete creando una nicchia, rifinita da una cornice in stucco marmorizzata. Fu così che il cassone, ormai superfluo, venne utilizzato per realizzare un armadio, aggiungendo sportelli e cassetti. Le nuove parti furono dipinte e dorate per uniformarle a quelle seicentesche, ma “il monastero fu malamente servito per scarzezza d’artista”, come recita una nota dei monaci del luglio 1744.

A gennaio 2001 Fons Artis ha stilato un nuovo progetto da far approvare a parrocchia, Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi e Soprintendenza Beni A.P.S.A.E., che contemplava sia la realizzazione di un nuovo armadio per la sagrestia, unendo le parti settecentesche rimosse con nuovi pezzi da realizzare e dipingere nel rispetto delle vecchie ante, sia il recupero del cassone seicentesco per ricollocarlo a inquadrare il crocifisso. Simulazioni al computer e dal vero hanno convinto tutti che riportare la cappella all’aspetto seicentesco era la migliore soluzione. Osservandola oggi, in tutta la sua bellezza, non possiamo che essere d’accordo con la scelta.



scritto da: Marco Botti, 07/10/2011