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La chiesa di Sant'Egidio a Campriano

Oggi Campriano è una località conosciuta soprattutto per un noto ristorante, luogo imprescindibile per i cultori aretini della “ciccia”. Dalla città, la piccola frazione si raggiunge percorrendo la via della Catona e, subito dopo aver attraversato l’abitato di Tregozzano, svoltando a destra. La zona si trovava in prossimità della via Ariminensis (o Livia), che in epoca romana congiungeva i fiorenti centri di Arezzo e Rimini. Per tale motivo è considerata un’area archeologica di notevole interesse che, non a caso, ha restituito in passato varie testimonianze. Salendo per circa tre chilometri, si arriva all’antica chiesa di Sant'Egidio, di probabile origine altomedievale, che nel 1083 fu ceduta dai Nobili della Chiassa ai monaci camaldolesi. 



La parrocchia di Campriano fu soppressa nel 1964Oggi Campriano è una località conosciuta soprattutto per un noto ristorante, luogo imprescindibile per i cultori aretini della “ciccia”.

Dalla città, la piccola frazione si raggiunge percorrendo la via della Catona e, subito dopo aver attraversato l’abitato di Tregozzano, svoltando a destra.

La zona si trovava in prossimità della via Ariminensis (o Livia), che in epoca romana congiungeva i fiorenti centri di Arezzo e Rimini. Per tale motivo è considerata un’area archeologica di notevole interesse che, non a caso, ha restituito in passato varie testimonianze.

Salendo per circa tre chilometri, si arriva all’antica chiesa di Sant'Egidio, di probabile origine altomedievale, che nel 1083 fu ceduta dai Nobili della Chiassa ai monaci camaldolesi.

Questi vi fondarono un piccolo monastero, oggi scomparso, e nel corso del Duecento ricostruirono l’edificio sacro in stile romanico.

Alla fine del Quattrocento cessò la giurisdizione camaldolese sul complesso religioso, che andò progressivamente in decadenza.

Nel secolo successivo si avvertirono anche i primi segnali di spopolamento della zona, che in maniera lenta ma costante andò avanti per secoli.

A partire dal Seicento, però, Campriano ebbe l’onore di conservare nella sua chiesa uno dei massimi capolavori pittorici della bottega di Bartolomeo della Gatta, la Madonna in trono tra i santi Fabiano e Sebastiano.

La pala fu commissionata al celebre monaco pittore per San Pier Piccolo ma, a causa della sopraggiunta morte dell’artista nel 1502, venne terminata da uno dei suoi migliori allievi, l’aretino Domenico Pecori.

Il rimaneggiamento in stile barocco della chiesa cittadina portò al trasferimento di alcune opere considerate ormai antiquate e la Compagnia di Campriano, devota a Sant’Antonio Abate, acquisì il dipinto per collocarlo nella sua parrocchia. Poco dopo un ignoto pittore locale trasformò il San Fabiano nel santo protettore degli animali.

Il restauro di qualche anno fa ha riportato la pala allo stato originario e oggi rappresenta, a pieno titolo, uno dei pezzi forti del Museo Diocesano di Arezzo.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il diradamento della popolazione di Campriano riprese a ritmo serrato tanto che, nei primi anni Sessanta, nella frazione vivevano ormai pochissime persone.

In conseguenza di ciò, nel 1964, la parrocchia fu soppressa e il suo titolo venne trasferito alla nuova parrocchia cittadina dell’Orciolaia.

Per fortuna, come è capitato per altri posti della montagna aretina, nelle ultime decadi anche questo territorio è tornato a vivere grazie al risanamento di alcune case in rovina e alla costruzione di belle dimore, utilizzate soprattutto durante la bella stagione.

La stessa chiesetta, con il suo delizioso campanile a vela, è stata felicemente recuperata all’esterno.

Nella facciata sono ancora distinguibili le parti duecentesche, fatte di grosse pietre di arenaria sbozzate. All’interno, invece, la struttura risulta ancora fatiscente.

Dopo una bella mangiata a base di pappardelle e grigliate miste, una passeggiata fino al vetusto luogo sacro è da consigliare. Da lassù il panorama è indimenticabile.

Per approfondire: Immagine di Arezzo. La città oltre le mura medicee e il territorio comunale (Angelo Tafi, Edizioni Calosci 1985)



 



scritto da: Marco Botti, 24/10/2008