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La chiesa di Santo Stefano ai Cappuccini

La chiesa di Santo Stefano, meglio conosciuta come la chiesa dei Cappuccini, si trova lungo l’omonima via nella zona est della città. Qui i Frati Cappuccini, un ordine francescano nato intorno al 1520 con l’intento di tornare alla povertà, alla solitudine e alla penitenza delle origini, trovarono la loro collocazione definitiva dopo vari spostamenti nei dintorni di Arezzo (Lignano, Castelsecco, Sargiano e Antria). 



L'ordine dei Frati Cappuccini nacque del XVI secoloLa chiesa di Santo Stefano, meglio conosciuta come la chiesa dei Cappuccini, si trova lungo l’omonima via nella zona est della città.

Qui i Frati Cappuccini, un ordine francescano nato intorno al 1520 con l’intento di tornare alla povertà, alla solitudine e alla penitenza delle origini, trovarono la loro collocazione definitiva dopo vari spostamenti nei dintorni di Arezzo (Lignano, Castelsecco, Sargiano e Antria).

Tra il 1577 e il 1579 furono costruiti convento e chiesa, entrambi caratterizzati da forme semplici e austere, ma già nella prima decade del Settecento il complesso fu oggetto di ampliamenti grazie al contributo di nobili famiglie come gli Albergotti e i Redi. Della chiesa cinquecentesca rimasero in piedi il portale e una cappella per lato.

L’interno è raccolto e gradevole. Subito a sinistra possiamo ammirare un capolavoro assoluto, l’Assunzione della Vergine, dipinta nel 1601 dal biturgense Santi di Tito, massimo esponente della pittura controriformata toscana.

La chiesa conserva notevoli opere d'arteLa seconda cappella del fianco sinistro è invece risalente agli interventi settecenteschi ed è dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria, figura contemporanea di San Francesco.

Gli affreschi, con alcune storie legate alla santa, sono opera dell’aretino Aldo Dragoni, artista molto attivo negli anni Quaranta del Novecento.

Nella parete di destra, partendo dall’entrata, incontriamo la cappella cinquecentesca di San Felice da Cantalice, impreziosita ai primi del Settecento da una tela del romano Odoardo Vicinelli raffigurante l’Apparizione della Vergine col Bambino a San Felice. Quello visibile oggi è un facsimile, in quanto l’originale è stato trafugato alcuni anni fa.

Anche le storie di questo santo, che adornano la cappella, furono eseguite dal Dragoni, così come le Storie della Passione presenti della seconda cappella di destra, detta della Madonna Addolorata.

Notevole è l’altare maggiore, ligneo secondo gli stilemi dei cappuccini, che incornicia una bella tela di Pier Dandini risalente al 1708 illustrante la Madonna con il bambino e i santi Gregorio Magno, Stefano, Francesco e Antonio da Padova.

Ai lati, sempre dello stesso autore, si trovano San Bonaventura e San Diego, inseriti in due grandi sportelli che si aprono verso il retrostante Coro, dove è ammirabile un Crocifisso quattrocentesco.

Le tre tele sono da considerarsi tra le opere migliori eseguite in terra aretina dal Dandini, pittore prolifico del barocco fiorentino.

Da segnalare infine due lapidi: la prima è posta al centro del pavimento e ci ricorda che nell’edificio trovarono sepoltura i familiari di Santa Teresa Margherita Redi; la seconda, collocata nel presbiterio a sinistra, è in memoria dell’aretino Bernardino Catastini, Generale dei Cappuccini, morto nel 1718.

Nella cappella esterna gli aretini lasciavano la legna in dono per i frati Il muro di cinta del convento, che confina con lo splendido parco di Villa Severi, nella parte che corre lungo via dei Redi termina con una cappella esterna sottoposta negli ultimi anni a restauro conservativo.

L’affresco centrale, pesantemente deteriorato, rappresenta una Madonna col Bambino da alcuni attribuita al savinese Ulisse Giocchi, artista operante ad Arezzo a cavallo da Cinque e Seicento e allievo del fiorentino Bernardino Poccetti.

Questa maestà era detta anche “Cappella della legna”, poiché i contadini che si recavano in città avevano l’abitudine di lasciare al suo interno un po’ di frasche per gli umili frati.

Per approfondire: Immagine di Arezzo. La città oltre le mura medicee e il territorio comunale (Angelo Tafi, Edizioni Calosci 1985)



scritto da: Marco Botti, 29/08/2008