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Le chiese di Policiano

Policiano si distende lungo le falde occidentali del Monte Lignano, in posizione dominante sulla Valdichiana. Il suo nome (dal latino publicius) probabilmente fa riferimento ai Publicii, una famiglia che doveva avere importanti possedimenti nella zona in epoca romana.



Nella foto, i resti della chiesa di San MartinoPoliciano si distende lungo le falde occidentali del Monte Lignano, in posizione dominante sulla Valdichiana. Il suo nome (dal latino publicius) probabilmente fa riferimento ai Publicii, una famiglia che doveva avere importanti possedimenti nella zona in epoca romana.

Il castello e la sua corte erano già citati nei documenti prima dell’anno Mille e fino al 1084, anno in cui passarono alla Canonica aretina, figuravano sotto la giurisdizione dei Marchesi del Monte Santa Maria, come tutta l’area che andava da Fontiano a Vitiano.

A quei tempi Policiano aveva due chiese, San Lorenzo e San Martino, entrambe di origine altomedievale.

La prima si trovava all’interno della cerchia muraria del castello mentre l’altra, utilizzata dagli abitanti della borgata, era collocata subito fuori.

Nel 1335 il castello policianese risultò tra quelli più colpiti dagli attacchi dei perugini che tentavano l’avanzata nel territorio aretino.

Intorno a metà Quattrocento, quando i lavori per la bonifica della Valdichiana ripresero a spron battuto, da Firenze giunse la potente famiglia dei Capponi, che ottenne gran parte dei primi terreni strappati all’impaludamento secolare.

Essi trasformarono il castello in villa-fattoria, istituendo una sorta di pseudo signoria che perdurò fino al 1848. Nel 1640 chiesero addirittura al Granduca Ferdinando II dei Medici di poter instaurare un marchesato autonomo su Policiano e Sant’Andrea a Pigli, ma la decisa opposizione di Arezzo fece abortire la proposta.

Una delle due antiche chiese, San Lorenzo, oggi è completamente scomparsa in quanto fu demolita intorno alla metà dell’Ottocento, quando figurava già in rovina.

Dell’edificio rimangono interessantissime testimonianze, tutte conservate all’interno del Museo di Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Sono un frammento di pilastro in pietra, decorato con motivi geometrici (X secolo), un basamento in marmo “piperino” con due leoni che lottano contro due draghi (XII secolo) e un grande affresco che copriva la volta absidale con Cristo in gloria tra santi e angeli di Giovanni d’Agnolo di Balduccio, allievo di Spinello Aretino (prima metà del XV secolo).

La nuova chiesa consacrata nel 1956San Martino, invece, sorge in un posto ricco di fascino, prossimo a una fonte considerata fin dall’antichità “galattofora”, cioè in grado di dare latte alle donne incinte.

A dimostrazione della continuità di certe simbologie, con l’avvento del Cristianesimo in questo luogo nacque il culto della Madonna del latte, alla quale le fanciulle si appellavano per lo stesso fine.

A metà del Quattrocento Paolo Schiavo, allievo del grande Masolino da Panicale, affrescò proprio una Madonna del Latte all’interno dell’edificio. L’opera, molto venerata dai policianesi, fu in seguito staccata e collocata nella chiesa costruita più a valle, terminata nel 1889.

Seppur malridotta, a cavallo delle due guerre mondiali la chiesetta di San Martino era tuttavia ancora funzionante, in quanto il nuovo luogo di culto fu consacrato solo nel 1956. Da allora andò in disfacimento e oggi sono rimasti soltanto pochi ruderi.

La nuova struttura dal 1984 è dedicata a San Lorenzo e San Martino. Al suo interno, oltre all’affresco di Paolo Schiavo collocato a destra dell’altare, si ammira il monumentale Crocifisso dipinto nei primi anni Settanta del secolo scorso dal parroco Angiolo Valli.

All’esterno è visibile il sacrario dedicato ai caduti militari e civili della frazione.

In attesa di adeguati finanziamenti utili a restaurarle, Policiano vanta anche un deposito di quattro tele seicentesche provenienti dalle due chiese scomparse.

Per approfondire: Immagine di Arezzo. La città oltre le mura medicee e il territorio comunale (Angelo Tafi, Edizioni Calosci 1985)



scritto da: Marco Botti, 03/10/2008