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Lo stadio? Vendetelo a Ferretti. La politica cittadina tra disinteresse e opportunismo

La polemica di Capuano sulle condizioni del terreno di gioco ha riacceso il dibattito sui rapporti tra lo sport e gli amministratori pubblici. La storia purtroppo ci insegna che da parte delle istituzioni c'è sempre stata molta superficialità nei confronti di chi gestisce le società sportive. E le condizioni del Comunale ne sono la riprova. Non basta ammiccare ai duemila spettatori amaranto in tempo di elezioni. Serve di più. E allora ecco una proposta-provocazione, ammesso che il presidente dell'Us Arezzo sia d'accordo...



lo stadio Comunale al centro delle polemicheE così abbiamo visto all’opera anche i “gemelli diversi”. Sì, perché l’Arezzo che ha affrontato il Como era lontana parente della squadra aggressiva e determinata vista a Cremona. Dopo un primo tempo decoroso nella ripresa il ritmo è calato e la squadra ha finito con il giocare solo d’impegno ma senza lucidità, consegnandosi all’avversario che forse più d’ogni altro fino ad oggi ha saputo trovare le giuste contrarie all’impostazione tattica di Capuano. Del resto in riva al Lario hanno programmi ben più ambiziosi dei nostri e quindi ci può stare anche di perdere, sebbene l’idiosincrasia al pareggio (come avrebbe fatto comodo un punto sia a Cremona che sabato scorso...) finisci col pagarla in classifica.

Dopo la partita, pur senza farne un alibi (fedele al suo motto ricorrente) l’allenatore dell’Arezzo s’è scagliato contro lo stato del terreno di gioco, molto deteriorato e lontano parente di quel manto erboso che ci invidiava mezza Italia. Involontariamente (forse) il tecnico ha messo il dito su una piaga che ad Arezzo investe in generale il rapporto sport-istituzioni. L’immediato sviluppo della querelle sulle condizioni generali dell’impianto, dall’erba che cresce in tribuna ai bagni della curva, dai 5000 euro che non si trovano per rimettere le lampadine (!!) alle poltroncine fatiscenti, ne è la riprova. Il punto è che in questa città gli amministratori da anni hanno smarrito la via che porta a stadio e palazzetti, da anni si ritiene che si possa far a meno di investire anche nel semplice mantenimento di strutture che poi sono un bene pubblico, che fa parte del patrimonio del Comune come ente e della città in generale. Non basta a giustificazione la pur vera e sempre più consolidata moda di scaricare dal centro alla periferia l’onere dei tagli alla spesa pubblica, per vantare meriti inesistenti in conferenze stampa sempre più spettacolari quanto vuote di sostanza. Non basta nemmeno la buona volontà del buon assessore Romizi che un po’ per amore un po’ per forza (a volte la sensazione è che a far le cose sia giunto tirato per la giacchetta, come in estate dopo il mancato ripescaggio) cerca di metter toppe dove può. Il guaio è che qua sembra si continui a ritenere che lo sport sia cosa di seconda fascia, qualcosa da guardare con distacco, quasi un momento di abbrutimento delle genti che s’affannano dietro a ragazzotti che corrono dietro una palla, che sia rotonda o ovale, che la prendano a calci o se la passino con le mani.

 

Luciano Ralli, candidato alle primarie del Pd, allo stadio sabato scorsoIn questa città chiunque manifesti l’intenzione di acquisire una società sportiva e investirci sopra è irrimediabilmente lasciato solo. Dall’amministrazione arrivano solo presenze di rito ad inaugurazioni e brindisi, ma appoggi o facilitazioni manco a parlarne. Non c’è da scandalizzarsi o pensare a strani “inciuci”: chi investe in una società sportiva è comunque un imprenditore e che lo faccia per passione o per un qualche tornaconto, sarà ben più invogliato a restare e ad accrescere il proprio impegno se la città, intesa nei suoi esponenti politici, si dimostra riconoscente e magari lo affianca in qualche iniziativa o gliene propone qualcuna. Una volta si diceva che anche lo sport è cultura, veicolo di promozione della città, ma da noi si ricerca l’aria fina di quella d’alto lignaggio (sia chiaro che certe iniziative sono ottime per dare visibilità ad Arezzo, ma quanta ne darebbe anche una squadra a buoni livelli in una disciplina sportiva?) e la sensazione è che si vada a senso unico perché ci si affida alla buona volontà del singolo che segue non un progetto complessivo di sviluppo cittadino (per il quale servirebbe un’idea di crescita globale del tessuto locale) ma piuttosto i propri gusti e le proprie tendenze. A questo punto viene spontaneo chiedersi: perché non vendere l’impianto di viale Gramsci alla società?

Ferretti aveva manifestato l’intenzione di metter mano a lavori di ristrutturazione; il piano è stato presentato al sindaco che aveva la valigia pronta e l’ha lasciato in qualche scaffale di Palazzo Cavallo, dove a chi ci posa l’occhio fa venire in mente solo le spese e non le opportunità. E allora se il presidente fosse interessato, vendiamogli lo stadio con un progetto di ristrutturazione e di sfruttamento dell’area limitrofa. Il Comune fa cassa, Ferretti fa un investimento, la società sportiva si rafforza patrimonialmente, noi aretini smettiamo di vergognarci ogni volta che entriamo nell’impianto. Già, ma ora non si può. Ci sono le elezioni tra qualche mese e vedrete in quanti si ricorderanno che in fondo a viale Gramsci c’è un affare grosso in muratura, un po’ cadente, dove ogni 15 giorni qualche migliaio di potenziali elettori va a trascorrere due ore…

 

scritto da: Paolo Galletti, 11/12/2014





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