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Due anni di Ferretti. L'Arezzo ha fatto il salto di categoria, ora manca il salto di qualità

Dal 9 gennaio 2013, giorno del passaggio delle quote di maggioranza all'attuale proprietà, fino al ripescaggio in serie C e al calcio mercato in corso: analisi e bilancio di dodici mesi in cui il presidente ha saputo dare stabilità ma in cui è mancata la fase progettuale. Il club ha i bilanci in ordine promossi dalla Covisoc, ma non ha fonti di guadagno. E da migliorare ci sono anche i rapporti con la città



Mauro Ferretti in panchina nella partita vinta contro il LumezzaneDue anni fa Mauro Ferretti, firmando l’acquisto delle quote di maggioranza, si insediava alla presidenza dell’Us Arezzo. Era il 9 gennaio 2013 e il piccolo mondo amaranto era più piccolo di oggi. La squadra galleggiava in brutte acque in serie D, la stagione aveva preso una piega balorda e tutt’intorno c’era uno scoramento diffuso. L’arrivo di Ferretti, che chiuse un periodo molto complicato della gestione Severini, con il gruppo dirigente spaccato in due, riportò un minimo di fiducia e di ottimismo. E Ferretti, in verità, quell’apertura di credito dimostrò di meritarsela, prendendo di petto la situazione, migliorandola e mettendo in campo una determinazione fuori dal comune. Non per caso, nei primi mesi della luna di miele con la piazza, decisionismo e pragmatismo erano considerate le sue vere virtù.

Due anni dopo, Ferretti può esibire come un fiore all’occhiello il ripescaggio in serie C, panacea di molti mali e sacrificio indispensabile per ridare fiato a una società che stava perdendo consensi, seguito e prospettive. L’evento clou dell’ultima estate, seppure tormentato e denso di equivoci, ha ribaltato lo status quo e ha restituito al presente un certo fascino, con tutti gli annessi e connessi. E’ questo, unitamente alla regolarità con cui l’Us Arezzo sta onorando le scadenze di pagamento e i contratti in essere, il merito indiscutibile di Ferretti, che può legittimamente appuntarsi sulla giacca la medaglia di una stabilità ritrovata e mantenuta in un periodo di vacche magre a tutte le latitudini, nel calcio e non solo.

Il cambiamento sostanziale da due anni a questa parte è qui, nel professionismo riconquistato e in tutto quello che ci gira intorno. Non è poco, anzi c’è una larga fetta di opinione pubblica che a Ferretti riserva consenso e devozione sportiva per il solo fatto di aver firmato quella benedetta fidejussione da 600mila euro. E per onestà intellettuale bisogna sottolineare che il ripescaggio, ancorché promesso e annunciato in tutte le salse, non era né scontato né dovuto, come i fatti di luglio e agosto hanno testimoniato con dovizia di particolari. Diciamo che averlo portato a termine è un merito di Ferretti senza se e senza ma.

Se poi uno, con la massima oggettività possibile e senza intenti malevoli (occorre premetterlo tutte le volte sennò torna fuori la storiella che siamo amici di tizio, caio, sempronio), stende sul tavolo gli ultimi due anni amaranto come fossero pasta sfoglia, si accorge che c’è stato il salto di categoria ma non ancora quel salto di qualità invocato da più parti. Ferretti ha speso diversi soldi ma ne ha investiti pochissimi, cacciando mila euro in quantità per gestire l’ordinaria amministrazione. Il suo cerchio magico, in ventiquattro mesi, si è ristretto sempre più, tant’è che oggi il presidente ha come unico punto di riferimento il suo vice. E certo non possiamo considerarlo un segnale incoraggiante.

 

il presidente insieme alla moglie Elisabetta, che oggi compie gli anniFinora è mancata la progettualità, parola forse abusata ma che fa la differenza tra club che campano e club che avranno un domani. Il decisionismo dei primi mesi è stato portato alle estreme conseguenze e Ferretti ha messo in atto uno spoils system esasperato, frullando direttori generali, direttori tecnici, consulenti, allenatori, giocatori e chi più ne he più ne metta.

Progressi riguardo il settore giovanile non se ne sono visti e oggi, se domandassimo come stanno le cose con il Villaggio Amaranto, si farebbe una gran fatica a rispondere con chiarezza. I rapporti con gli sponsor, non è un mistero, sono da separati in casa. E quelli con Orgoglio Amaranto sono improntati alla freddezza. Quando arrivò, Ferretti aveva il presidente del comitato dentro il Cda e una risorsa interna preziosissima. Oggi il Consiglio d’amministrazione è ridotto a tre soli membri e senza OA. E non si è mai capito bene perché. Senza contare che la frattura estiva con la tifoseria, quando la gente era sul piede di guerra per il ripescaggio sfumato e Ferretti ingoiava obtorto collo i cori di contestazione, non si è mai sanata.

L’Us Arezzo oggi è una società con i bilanci in ordine e promossi dalla Covisoc, ma senza strutture, senza giocatori di proprietà e quindi senza fonti di guadagno. Adattando il ragionamento al calcio mercato, possiamo osservare che non sono gli ingaggi small a suscitare perplessità. Anzi, è giusto che il club faccia il passo secondo la gamba. E’ piuttosto l’intransigenza di non guardare più in là del 30 giugno, offrendo solo contratti semestrali, a lasciare spiazzati, come se programmare fosse inutile o, peggio, troppo complicato.

Concludendo: l'Arezzo è in salute ed è merito di Ferretti. L'Arezzo vive alla giornata ed è responsabilità di Ferretti. Senza Capuano, capitato all'improvviso e quasi per caso da queste parti, oggi chissà cosa racconteremmo. E proprio il lavoro a 360 gradi dell'allenatore factotum, a ben vedere, dà l'idea di quanto e cosa manchi all'Arezzo di Ferretti per mettere a frutto due anni di gestione.

 

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scritto da: Andrea Avato, 09/01/2015





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