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Affaristi senza scrupoli, partite truccate, fallimenti. Lo stato comatoso del calcio italiano

''Penso che mi comprerò una squadra di calcio'' cantavano i Pink Floyd. Oggi invece si pensa a vendere, anche l'onore: i club sono indebitati fino al collo, personaggi ambigui manipolano bilanci e umori della gente, fondi d'investimento di dubbia matrice spostano calciatori e allenatori da una città all'altra. Lo scandalo scommesse si allarga sempre di più e in questo panorama, se davvero l'Arezzo è società sana, dobbiamo attendere con fiducia



il calcio italiano pieno di scandali“Think i’ll buy me a football team”: penso che mi comprerò una squadra di calcio. Lo cantavano i PinkFloyd a metà anni 70 ma decisamente erano altri tempi, dal momento che oggi più che a comprare si pensa a vendere oppure ad abbandonare società piene di debiti. Il panorama del calcio italiano sta assumendo tinte sempre più fosche: tra scommesse e truffe, fallimenti e arresti, crisi societarie incombenti o (apparentemente) risolte, la Lega Pro presenta, a meno di una settimana dal termine ultimo per l’iscrizione, una lista infinita di situazioni critiche. Da nord a sud.

 

Il Monza è fallito. Il Varese ha un presidente nuovo che a sei giorni dalla scadenza sta ancora cercando i soldi per l’iscrizione, a Venezia il presunto magnate russo che aveva rilevato la gloriosa Unione è sparito senza pagare il conto, la neopromossa Castiglione non sa se si iscrive perché non trova liquidità per sostenere la categoria, lo stesso a Cuneo. A Mantova il ds dà le dimissioni e la società è in bilico tra cessione e ridimensionamento. Ad Ancona il club è in mano ai tifosi (con che budget, con quali prospettive non si sa), la Carrarese mollata da Buffon è in alto mare, il Grosseto è a rischio iscrizione, il Pisa idem e comunque in vendita ad un euro (più i debiti e lì sta il conquibus). Al sud cambio alla guida di club come Foggia e Benevento (con le relative incognite) mentre a Reggio Calabria i potenziali acquirenti non ci sono più. Fibrillazioni a Caserta e Lecce. Barletta nel caos, ad Ischia il presidente ha salutato la compagnia.

 

Giorno dopo giorno la lista si allunga e lo scenario è sempre più triste. Il calcio affidato ad imprenditori (?) senza scrupoli o improvvisati, con lo strapotere dei procuratori e delle società di mediazione internazionale che entrano nei club con il solo scopo di massimizzare i propri profitti e li abbandonano quando non servono più, è sull’orlo del collasso. Il mondo della pedata ha continuato a vivere largamente al di sopra non solo delle proprie possibilità, ma anche della situazione economica del Paese in un nirvana fatto di contratti pluriennali fastosi e di promesse non mantenute; il terreno ideale per far prosperare il malaffare che nelle categorie inferiori si giova anche delle oggettive difficoltà di chi magari non becca lo stipendio da mesi. La perdita di aderenza con la realtà e con i valori sportivi che dovrebbero, nonostante tutto, essere alla base dell’intero movimento, ci sta portando dentro un vicolo cieco nel quale contano solo i miliardi, dove pur di mantenere la categoria che assicura i contributi delle tv si fanno carte false (per davvero, vedi Catania) e dove i club grandi e piccoli sono sempre più ostaggi di un sistema finanziario che sta alle loro spalle (le società terze come Doyen, come quelle che fanno capo a Jorge Mendes) col solo fine di svuotare le casse sociali del denaro prodotto dallo spettacolo calcistico.

 

Pippo Russo ha scritto ''Gol di rapina'', un libro dedicato alle zone grigie del calcioE’ un effetto simile a quello che negli anni '90 si è generato sul mercato anglosassone dei capitali e che ha portato alla bolla esplosa nel 2008 con Lehman Brothers & C., i cui danni non sono stati certo pagati dagli autori dello sconquasso ma da milioni di lavoratori ed imprenditori onesti che si sono ritrovati senza soldi da spendere, senza lavoro, senza mercato su cui vendere, con le fonti del credito prosciugate e i bilanci statali da ripianare a suon di tasse (scenario che conosciamo assai bene nonostante i caroselli di governo).

 

Il meccanismo è stato ben descritto nel libro “Gol di rapina” (presentato qualche mese fa anche ad Arezzo dal suo autore, il giornalista Pippo Russo), e merita riportane uno stralcio: “C’è una prima fase nella quale una classe di operatori dell’economia parallela globale del calcio (agenti, procuratori, mediatori in possesso di capitali piò o meno limpidi) adatta lo strumento del fondo di investimento al mercato dei calciatori ed alle proprie esigenze speculative ... La formula prescelta è quella dell’acquisizione di quote sui diritti economici del calciatore in vista di guadagni su future compravendite. La seconda fase è quella in cui i fondi di investimento ... propongono di finanziare al club l’acquisto di calciatori che esso non è in grado di permettersi. In cambio ottengono una percentuale sui ricavi futuri da cessione corrispondente a quella per la quale viene finanziato l’acquisto del calciatore. Capita spesso che il calciatore sia già sotto il controllo del fondo e che dunque la quota finanziata dal fondo stesso sia nulla più che una partita di giro. Una terza fase è quella che vede il fondo di investimento trasformarsi in una istituzione finanziaria privata che presta al club denaro ad altissimo tasso d’interesse per scopi che vanno dall’acquisto di calciatori al rifinanziamento del debito. Con la conseguente crescente dipendenza che è facile immaginare che può arrivare addirittura fino all’acquisizione del club'' …

O al fallimento quando poi questi sostenitori occulti si stufano o cambiano strategie. Il panorama è questo, il contesto non lascia spazio ad illusioni, i padroni del vapore o sono collusi o non sanno che pesci prendere: “bamboli non c’è una lira” … si sentiranno rispondere tanti calciatori al momento della trattativa per il rinnovo contrattuale.

 

In questa situazione non mi stupisco né della linea economica dettata da Ferretti né del temporeggiamento di Capuano. Se è vero, come detto e giurato, che l’Arezzo è società sana economicamente, attendiamo con fiducia. Giudicheremo poi, dai fatti.

 

scritto da: Paolo Galletti, 25/06/2015





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