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SERIE C GIRONE B - 13a giornata

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Villa Mancini a Petrognano

Se da Ponte alla Chiassa svoltiamo per la SP43 in direzione di Quarata, dopo circa mezzo chilometro giungiamo in località Palazzetti presso Petrognano. Deviando a destra, all’altezza della maestà, una strada bianca ci condurrà in breve tempo di fronte a una delle dimore più imponenti e ricche di storia del territorio aretino: Villa Mancini.



La villa fu teatro di una intensa storia d'amore tra D'Annunzio e la contessa ManciniSe da Ponte alla Chiassa svoltiamo per la SP43 in direzione di Quarata, dopo circa mezzo chilometro giungiamo in località Palazzetti presso Petrognano. Deviando a destra, all’altezza della maestà, una strada bianca ci condurrà in breve tempo di fronte a una delle dimore più imponenti e ricche di storia del territorio aretino: Villa Mancini.

L’edificio si trova a breve distanza dall’Arno, nella zona dove, a detta di Dante Alighieri, il fiume nega il suo sguardo agli aretini (botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso - Canto XIV Purgatorio).

Il terreno dove sorge la residenza fu acquistato nel secondo Seicento dai conti Barbolani di Montauto e la realizzazione della lussuosa dimora fu portata avanti da Antonio e Ulisse, figli di Cesare Barbolani, nella prima decade del Settecento. Nel 1788 Clarice Barbolani ereditò la villa e la portò in dote per il suo matrimonio con un membro della famiglia Mancini, che di fatto divenne la nuova proprietaria.

L’edificio si sviluppa su quattro livelli ed è sovrastato da un’altana curvilinea e asimmetrica rispetto al grande corpo rettangolare della costruzione, in origine provvista di orologio. Alla sommità è collocato un elegante timpano.

Sulla facciata spicca il bel bugnato del portale e delle otto finestre del piano terreno.

A destra della villa, annesso a essa, si trova un piccolo oratorio che fu dichiarato idoneo alle celebrazioni nel 1896, mentre sul retro della dimora sono collocate le scuderie, contrassegnate da medaglioni raffiguranti delle teste di cavallo. Tra XIX e XX secolo l’edificio fu ornato di uno stupendo parco.

La residenza di campagna dei Mancini salì alle cronache mondane di inizio Novecento come nido d’amore di Giuseppina Giorgi Mancini e di Gabriele D’Annunzio. Il vate conobbe la contessa, allora già sposata con Lorenzo Mancini, nel 1905. L’incontro che fece accendere la scintilla della passione avvenne però l’anno successivo a Roma. L’assidua corte del poeta e i suoi proverbiali modi fecero dapprima tentennare e quindi cadere la donna tra le sue braccia.

Le scuderie sono ancora intatte e contrassegnate da medaglioni con teste di cavalloLa relazione clandestina fu appassionata e impetuosa. D’Annunzio soggiornò più volte a Villa Mancini tra il 1907 e il 1908. La storia d’amore finì drammaticamente, con la scoperta della tresca da parte del marito e i segni di squilibrio della contessa, che rischiò di finire in manicomio.

Amaranta o Giusini, come veniva chiamata affettuosamente la nobildonna dal vate, rimase per sempre nei ricordi del poeta come uno dei suoi più cari affetti. Il diario Solus ad Solam, scritto tra il settembre e l’ottobre 1908 e uscito postumo nel 1939, ricorda quella grande e breve passione. Fu proprio Giuseppina, alla quale il vate aveva donato l’opera autografa, ad autorizzarne la pubblicazione.

Nel 1922 il conte Mancini morì a Firenze di alcolismo e lasciò l’abitazione aretina alla governante tedesca, la quale non poté ereditarla in quanto straniera. L’edificio passò così allo Stato italiano, ma Amaranta riuscì a riacquistarlo nel 1926 e ancora oggi appartiene a una sua discendente.

Nel 2009 Villa Mancini, che per gran parte dell’anno rimane disabitata, tornò a far parlare di sé per una serie di furti che la interessarono. La vasta operazione attivata dalle squadre mobili di Arezzo e Firenze, con la collaborazione di molti antiquari, portò all’arresto del custode della dimora e di due suoi amici, i quali si recavano periodicamente a “fare shopping”, facendo incetta di importanti oggetti d’arredo, mobili antichi e preziosi quadri.

Nella refurtiva recuperata c'era anche una tela attribuita a Giuseppe Maria Crespi detto Lo Spagnolo, figura di spicco della scuola bolognese del Settecento.

scritto da: Marco Botti, 30/10/2009