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SERIE C GIRONE A - Play-off e Play-out

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NEWS

La chiesa di Santa Maria ai Prati

Ci sono luoghi intorno ai quali fino a pochi decenni fa ruotavano microcosmi rurali che la corsa sfrenata alla modernità ha fagocitato inesorabilmente.
È il caso della chiesina di Santa Maria ad Nives (cioè della neve), meglio conosciuta come Santa Maria ai Prati, a poca distanza dalla frazione di San Giuliano. L’edificio, ormai completamente avvinghiato da sterpaglie e rovi, racchiude in sé delle origine curiose e ancora in parte da indagare.



La chiesa si trova in aperta campagna, a poca distanza da San GiulianoCi sono luoghi intorno ai quali fino a pochi decenni fa ruotavano microcosmi rurali che la corsa sfrenata alla modernità ha fagocitato inesorabilmente.
È il caso della chiesina di Santa Maria ad Nives (cioè della neve), meglio conosciuta come Santa Maria ai Prati, a poca distanza dalla frazione di San Giuliano. L’edificio, ormai completamente avvinghiato da sterpaglie e rovi, racchiude in sé delle origine curiose e ancora in parte da indagare.
Per capire meglio cosa ci facesse una chiesa isolata in aperta campagna, bisogna tornare però ai secoli XIII e XIV, quando la città di Firenze visse una fase di sfrenata espansione economica e demografica. Più gente in città significava anche maggiori bocche da sfamare e il grano prodotto nei territori limitrofi non bastava. Così da Arezzo, ma anche dall’Umbria e dal Lazio, si inaugurarono nuove vie commerciali, come quella fluviale che i barcaioli utilizzarono partendo fin dal Tevere e dal Paglia, per entrare nella Chiana e giungere in un sito ancora oggi detto Ponte alla Nave, tra San Zeno e San Giuliano. In questo punto i barconi erano ormeggiati e i sacchi con i cereali venivano caricati sui muli che, risalendo la strada lungo il Vingone (la via del Bastardo), raggiungevano Gratena per scendere a Ponticino e dirigersi in territorio fiorentino.
Nell’approdo conclusivo della “via d’acqua” con il tempo si stabilì una fiorente attività di carico, scarico e immagazzinaggio della merce, che attirò manodopera e portò all’esigenza di un oratorio per le persone che frequentava la zona.
L’intitolazione alla Madonna delle Neve probabilmente fu un culto esportato proprio dai barcaioli dello Stato Pontificio e rimanda alla tradizione secondo la quale, nella notte tra il 4 e il 5 agosto 352 d.C., la Vergine apparve in sogno a papa Liberio e a una coppia di patrizi romani, desiderosi di offrire i propri beni per costruire un edificio sacro. I tre furono invitati a salire all’alba sul colle Esquilino, dove avrebbero trovato una nevicata. Seguendo la superficie innevata, il pontefice tracciò il perimetro della chiesa, che sotto il papato di Sisto III (432-440) fu abbattuta per lasciare il posto a una struttura più grande e sfarzosa, la futura basilica di Santa Maria Maggiore.
Negli ultimi 50 anni la chiesa è andata lentamente in disfacimentoTornando alla nostra chiesina, non è ancora chiaro quando sorse di preciso. Nella visita pastorale del 1535 è documentata e gestita dalla compagnia laicale omonima, che ne mantenne l’amministrazione nei secoli successivi, passando indenne anche le soppressioni degli enti religiosi del 1785, dato che il Granduca Pietro Leopoldo continuò a permettere la celebrazione delle messe per i naviganti e tutti quelli che lavoravano nello snodo commerciale.
Fino al secondo dopoguerra l’edificio proseguì nella sua funzione. Vi si facevano importanti cerimonie nel corso dell’anno, in particolare il 5 agosto, ricorrenza del miracolo della Madonna della Neve. Nei giorni di festa il forno esterno della canonica lavorava a più non posso, sfornando pane, schiacciate, dolci e bistecche. Nei periodi di caccia, invece, era un rito consolidato che la domenica mattina, al suono delle campane, i cacciatori della zona appoggiassero i fucili nel portico, legassero i cani e assistessero alla liturgia.
Oggi di tutto quel piccolo mondo agreste non è rimasto nulla. Nel 1960 gli ultimi abitanti della canonica lasciarono l’abitazione e così tutto andò lentamente in disfacimento.
Dai ruderi si desume che la chiesa aveva una pianta rettangolare, con navata unica. Sulla facciata era addossato un delizioso portico settecentesco scandito da quattro colonne di pietra, purtroppo scomparso. Il tetto a capriate è crollato e nulla è rimasto dei tre altari che impreziosivano l’interno, quello maggiore dedicato alla Madonna, i laterali a San Mauro e Santa Lucia. Per fortuna ancora si può osservare l’elegante campanile a vela.
Carlo Patriarchi, con la famiglia ultimo residente della canonica, ricorda bene il suono delle campane che venivano azionate proprio dalla sua cameretta e riecheggiavano solenni in questo angolo di terra aretina, ricco di storia più di quanto si possa immaginare.

Per approfondire: Racconti del Bastardo (a cura di Nanni Cheli, Tipografia Ezechielli 2010)


scritto da: Marco Botti, 02/07/2010