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Il talento c'è, la rabbia no. Il vero lavoro da fare non è sulla tattica ma sull'anima del gruppo

Se la qualità tecnica diventa fine a se stessa, se l'abilità diventa pigrizia mentale, se si cerca la bella giocata piuttosto che quella redditizia, vuol dire che qualcosa non torna. Giusto discutere sulla posizione in campo di Capece e Tremolada, su quanto sia acerbo Bentancourt o su Cori lontano dalla porta, ma il nodo da sciogliere riguarda l'atteggiamento. I maiali assatanati oggi non ci sono più e i piedi buoni non bastano per fare il salto. E' qui che Capuano deve martellare la squadra



Sacha Cori, un gol in campionato e punto fermo in attacco“La rabbia conta più del talento”. La frase è venuta fuori durante una delle tante trasmissioni dedicate al ricordo di Pier Paolo Pasolini. Naturalmente il regista assassinato quarant’anni fa intendeva non la rabbia distruttrice e cieca, ma piuttosto quella forza interiore capace di trascinarti oltre gli ostacoli più grandi, oltre le difficoltà, a volte anche ben oltre le possibilità oggettive. In questo contesto il talento appare quasi sinonimo di pigrizia, se non fisica almeno mentale; è quell’atteggiamento che ti fa ricercare il superfluo invece dell’essenziale, il tortuoso perché più bello e difficile invece del sostanziale, l’estetica più del risultato.

La frase ha continuato a frullarmi in testa vedendo l’Arezzo con l’Ancona, pensando al dibattito su cosa e come si potrebbe giocare e poi vedendo l’Arezzo B con il Siena. Contro i marchigiani la prova è stata complessivamente positiva, ma quella “rabbia” di cui si parlava non si è vista o si è vista solo a tratti. In Coppa ha prevalso chi ci ha creduto di più. La cifra della squadra in questo momento mi pare soprattutto questa; giustissimo dibattere sulle posizioni in campo di Capece e Tremolada, sulla qualità della manovra offensiva, su Cori che lotta ma è sempre troppo lontano dalla porta o su quanto sia ancora acerbo Bentacourt, ma il lavoro principale Capuano deve farlo sul carattere e sull’atteggiamento in campo. Si legge che questa squadra sia inferiore a quella del campionato appena concluso. Credo che tecnicamente il paragone sia improponibile. In quella formazione sapevano toccar palla secondo le regole dei manuali solo Erpen e Dettori; epperò quanta determinazione e quanta grinta! Partite recuperate nei minuti finali, giocatori che non mollavano un pallone (anche se poi sbagliavano l’appoggio di due metri), centrocampo che asfissiava l’avversario. Quest’anno che abbiamo piedi buoni in mezzo al campo, tanto da portare il mister ad accantonare l’amato 3-5-2, si continuano a perdere troppi palloni, si continua ad arrivare in zona gol cercando il fraseggio invece che la botta risolutiva.

 

Capuano agitato davanti alla panchinaAbbiamo attaccanti che sulla carta hanno fondamentali che Bonvissuto non avrebbe avuto nemmeno allenandosi 20 ore su 24, ma che al momento di andare in porta tornano indietro, ricercano l’avversario, non concludono praticamente mai. I tiri nello specchio della porta, da vicino o da lontano, si contano ormai sulle dita di una sola mano; e non è vero che manca la coralità e la manovra, perché ci sono molte azioni che partono con buon giro palla da dietro e che potrebbero avere sviluppi molto interessanti, cambi di gioco e sfruttamento degli esterni; ma sulla trequarti tutto si arena perché da lì in avanti invece di cercare la porta si cerca il taglio magistrale, si torna indietro scaricando la responsabilità del passaggio al compagno, si perde il contrasto col difensore. Si gioca, per l’appunto, per il talento e non per la rabbia.

I “maiali assatanati” sembrano ormai solo un ricordo (con qualche bella traccia nel reparto arretrato con le interpretazioni del duo Panariello-Monaco) alla cui mancanza però non vogliamo rassegnarci. In questa categoria i fatti dimostrano che i punti si fanno più spesso con i “cojones” che con i quarti di nobiltà. Non esistono fenomeni inarrivabili, la stessa Spal nelle ultime 4 partite ne ha vinta solo una (con la Lupa Roma) e si trova a dividere il primo posto con una neopromossa che quello spessore caratteriale in campo ce lo mette ogni partita, e fa la differenza. Ezio Capuano ha nel proprio dna la grinta e la combattività. Sta a lui martellare più ancora di quanto non abbia fatto sino ad oggi questo concetto nelle menti di chi va in campo, sta a lui recuperare quello spirito che lo scorso anno ci ha dato tante soddisfazioni e che quest’anno potrebbe darcene almeno altrettante perché il materiale umano è di buona qualità con qualche punta di eccellenza. Anche la sfortuna, oggettivata nella collezione di pali, negli infortuni, negli arbitraggi diciamo “poco ispirati”, deve diventare una forza, una spinta ad invertire di prepotenza un vento che sembra spirare contrario da inizio stagione e non un alibi per giustificare punti perduti. Cominciamo da Teramo a tirar fuori gli artigli e la stagione finora stretta tra una continua promessa rimandata ed una sterile indefinitezza, può cambiare ancora e può colorarsi di amaranto.

 

scritto da: Paolo Galletti, 06/11/2015





Capuano non perde fiducia nel suo Arezzo

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