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A proposito di aretinità. Tutto il bello che politica e imprenditoria non riescono a vedere

C'è un sentimento d'appartenenza che sta alla base del nostro amore per i colori amaranto: nasce dalla consapevolezza del passato, fatto di insofferenza verso i domini stranieri e di apprezzamento per lo spirito che trasuda dalle vie e dai palazzi della città. La Giostra e il calcio ci rappresentano, ma oggi non c'è più la sensibilità giusta da parte degli amministratori, indifferenti verso lo sport. E non c'è più il mecenatismo di chi i soldi preferisce investirli altrove



orgoglio identitario e passione amarantoLe due belle puntate di Block Notes dedicate alla storia recente e meno recente dell’Arezzo hanno suscitato un po’ di dibattito sulla importanza/necessità di rivisitare il passato opposta alla rilevanza/opportunità di tenere gli occhi puntati sul presente e sul futuro. La cosa mi induce a riflettere sul senso dell’aretinità, su quel sentimento di appartenenza che sta alla base (o dovrebbe starci) del nostro amore per i colori amaranto. Ebbene, dalle immagini del passato (soprattutto da quelle della prima promozione in B) emerge forte questo orgoglio identitario; magari un po’ sconclusionato e forse ancora più paesano che provinciale, ma quella gente che gonfia il petto e sventola bandiere e cappelli lo fa in nome della propria città. In quegli imprenditori che allora sostenevano la società, la passione faceva premio sulla ricerca del ritorno di immagine o dell’interesse economico. Per tutti probabilmente valeva quello spirito che aleggia sulla città, lo stesso che si coglie ancora - basta volerlo sentire - camminando nelle vie del centro storico; sull’acciottolato che spesso, ancora oggi, rimanda solo il rumore dei passi.

 

Cammini tra quei palazzi, tra quelle pietre che hanno visto la grandezza di Arezzo e quello spirito ti entra dentro, ti fa capire la nostra storia e la nostra anima. E’ quello lo spirito che ci ha portato ad essere sempre insofferenti verso i domini stranieri, fossero quelli dei Medici (vandali della memoria storica nostrana e sempre tremebondi nei nostri confronti, tanto dall’aver costruito una fortezza contro la città invece che in sua difesa) o l’arroganza finto-liberale dei napoleonici. I grandi monumenti che ingioiellano la collina di San Donato, la Pieve e Piazza Grande, San Francesco e San Domenico, i grandi uomini che “dall’aria fina della terra d’Arezzo” hanno tratto linfa e ispirazione devono esserci monito, insegnamento e sprone. Ripercorrere il nostro passato diventa una ragione in più per sentirsi legati a questa terra e a queste mura, a questo carattere aspro ma genuino, al nostro esser “botoli ringhiosi” ma capaci di slanci ed affetti profondi. Il suono delle chiarine della Giostra echeggia nei cuori degli aretini veri e genera emozioni che toccano qualcosa di più forte e grande del semplice senso estetico e del tifo per il quartiere; qualcosa che precede e va oltre la tenzone in piazza, qualcosa che resta e vive dentro ognuno di noi.

 

le chiarine e gli Sbandieratori allo stadio di ArezzoOggi purtroppo questo sentimento pare annacquato; sarà l’effetto della modernizzazione, della globalizzazione, sarà l’ampliamento della città, le mutate esigenze quotidiane; fatto è che il senso di appartenenza sembra mancare proprio là dove potrebbe esser più fertile: nelle istituzioni e nell’imprenditoria. Da ormai troppi anni abbiamo amministrazioni comunali che fanno dell’immobilismo il proprio tratto caratterizzante e nemmeno il recente avvicendamento a Palazzo Cavallo sfugge alla logica delle promesse più o meno vaghe ma regolarmente non mantenute. La classe imprenditoriale, stretta oggettivamente in una crisi più generale, guarda al proprio orticello e non alza la testa che di rado verso le esigenze della città: tra queste anche quella della nostra amata squadra del cuore, da troppo tempo abbandonata. Non lo so, forse dipende dal fatto che né il sindaco né gli imprenditori hanno il tempo di passeggiare per le vie del centro storico, forse è perché si teme di cadere nel provincialismo o ancora perché qualcuno ritiene che “pensare in grande” significhi farlo lontano da qua. Eppure basta scavalcare l’appennino per trovare uno Squinzi che, pur alla guida di un gruppo di dimensioni consistenti, non ha avuto problemi ad investire e portare in alto il Sassuolo. Lo stesso si può dire dell’Entella Chiavari con Gozzi di Federacciai e dello Spezia con Volpi.

 

Insomma, gli esempi non mancano senza che nessuno si senta sminuito dall’investire in casa propria anche se piccola. Da parte dell’amministrazione pubblica poi si va da “L’Arezzo calcio è una società privata (e quindi che volete da noi)” di Fanfani (Dies Irae!) alla latitanza del sindaco Ghinelli che in undici mesi dalla nomina non ha mai sentito la necessità di convocare il presidente Ferretti, sia pure a fronte di vicende che hanno scosso la città, per informarsi quantomeno sulle intenzioni della proprietà circa le sorti venture della principale società sportiva cittadina. Vale ricordare che attraverso lo sport (ed il calcio in particolare) si può veicolare anche l’immagine della città e fare crescere il Pil cittadino (vedi interessante articolo di Eugenio Occorsio su ultimo numero di Affari e Finanza). Ovviamente si parla di manifestazioni sportive di livello e non di Lega Pro, quindi una crescita sarebbe nell’interesse comune. In attesa che lo spirito di Mecenate si reincarni in qualche industriale locale, ci tocca star qui a sfogliare una margherita immaginaria, senza petali ormai da tempo ed orfana di parole.

 

scritto da: Paolo Galletti, 27/05/2016





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