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Domenico Neri. Capitano, bandiera, simbolo di un'epoca con la sua rovesciata dei sogni

Arezzo-Campobasso, 9 giugno 1985. In tre minuti Menchino passò come in un film dalla disperazione alla gioia, dal rigore sbagliato a un gol strepitoso che valse la salvezza. E si consegnò per sempre alla storia



scambio di gagliardetti fra capitaniEra l’estate del 1988 e Domenico Neri diventò il mio allenatore. Giocavo nella Berretti dell’Arezzo, mi prese in simpatia e mi affidò pure la fascia di capitano. Ricordo che mi faceva fare supplementi di allenamento insieme a Emiliano Carresi, un mancino che avrebbe meritato una carriera più fortunata. Passaggi, stop, cambi gioco: Menchino ci mostrava come calciare la palla e gli riusciva tutto con un’incredibile naturalezza. Le prime volte che me lo trovavo davanti, mi metteva un po’ in soggezione: l’avevo sempre visto giocare dalle tribune dello stadio, lo consideravo una specie di mito vivente, come ogni tifoso in quegli anni. Duro poco, però: aveva un carattere così aperto e socievole che nel giro di qualche settimana tutta la squadra cadde nell’eccesso opposto, peccando di troppa confidenza. Neri era in quel modo, non bastavano i baffi a farlo sembrare un sergente di ferro. Di lui conservo un ricordo affettuoso dal punto di vista umano e quando ripenso a quella sua rovesciata col Campobasso, mi vengono i brividi. A Teletruria c’è un archivio con la versione integrale della partita, che avrò rivisto decine di volte. In tre minuti successe l’impossibile: la concessione del rigore, l’incertezza su chi doveva batterlo, il tiro parato e la disperazione di Neri, letteralmente ributtato in campo da un fotografo. Poi la fuga di Mangoni, il cross per Menchino e la sforbiciata vincente, la corsa impazzita sotto la curva. Tutte le emozioni del calcio in centottanta secondi. Da film. Uno di quei casi in cui la realtà supera la fantasia. Oggi Domenico Neri si è staccato dall’ambiente che ha frequentato per quarant’anni, ma il racconto della sua vita, che si intreccia con quella della vecchia Unione Sportiva, resta incredibilmente affascinante.

 

Possiamo dire che lei è stato uno dei pochi aretini profeti in patria?

“Di sicuro la gente mi ha sempre voluto bene, forse perché si capiva che per me la maglia aveva un valore speciale”.

Dove ha trascorso la sua infanzia?

“A Sant’Andrea a Pigli fino a 6 anni, poi ci siamo trasferiti in città, al Gattolino”.

Quand’è che ha cominciato a tirare calci al pallone?

“Per la strada ho iniziato prestissimo. A 10 anni sono andato in una squadretta che si chiamava Mazzola, allenata da Tonino Duranti. Qualche stagione dopo rilevò tutto l’Arezzo e mi trovai in amaranto”.

I suoi genitori erano contenti?

“Il calcio a casa mia non interessava a nessuno, però mi lasciarono fare. Chi mi seguiva sempre era mio fratello Giuseppe, più vecchio di 12 anni. Lui e Carla, la sorella più grande, mi coccolavano e mi viziavano”.

Con lo studio come andavano le cose?

“Insomma, calcio e scuola non si conciliavano proprio alla perfezione. Però terminai i tre anni di segretari d’azienda”.

Dov’è che facevate gli allenamenti?

“Con la Mazzola al vecchio Mancini, a Campo di Marte. Con l’Arezzo, invece, ci allenavamo al Comunale quando andava bene. Altrimenti ci portavano in qualche campetto cittadino”.

Come ci arrivava?

“Sempre in bicicletta, estate o inverno non faceva differenza”.

Se la ricorda la città sul finire degli anni ’60?

“Completamente diversa, senza i locali che ci sono oggi. E anche se ci fossero stati, non li avrei conosciuti. Uscivo di rado io, il tempo lo passavo tra i libri e il pallone”.

In che ruolo la facevano giocare da ragazzino?

“Mezz’ala da subito. In vita mia non ho mai cambiato posizione in campo”.

Quali allenatori l’hanno formata nel settore giovanile?

“Tonino Duranti e il suo assistente Silvano, poi Castaldi in Primavera”.

Sono in tanti a sostenere che la Primavera dove ha giocato lei è stata la più forte della storia. E’ d’accordo?

“Se sia stata la più forte di tutte, non lo so. Certo di giocatori bravi ce n’erano, da Graziani a Baldi, da Martini a Del Pasqua, a Giulianini. Ogni volta venivano tre o quattromila persone a vedere le nostre partite”.

I settori giovanili erano più forti di quelli di adesso?

“Probabilmente sì. Senza contare che arrivare in prima squadra era difficilissimo: le rose erano corte, tra titolari e riserve in campo andavano in 13 e quasi mai uno di questi era un giovane della Primavera”.

Se lo ricorda il suo debutto con l’Arezzo in serie B?

“Giugno ’72, Arezzo-Sorrento 1-2. Segnai con un tiro da fuori area ma perdemmo in casa. Quel gol, nonostante la sconfitta, non lo scorderò mai. Oltretutto fui uno dei primi ad esordire dopo Graziani. Giocare con la squadra della mia città era un sogno che si avverava”.

Con Graziani che rapporto aveva?

“Molto buono. Lui veniva da fuori, da un’altra realtà, ma si ambientò velocemente, grazie anche al fatto che conobbe Susanna, che poi è diventata sua moglie”.

I rapporti fra di voi adesso come sono?

“Non ci sentiamo”.

C’è un compagno di squadra con cui l’amicizia è rimasta negli anni?

“Andrea Baldi. Abbiamo fatto insieme tutta la trafila delle giovanili e oggi sono amiche anche le nostre famiglie. Ma di nomi potrei farne anche altri”.

Per esempio?

“Il massaggiatore Nanni Occhini, il segretario Remo Maccarini. Ci uniscono splendidi ricordi. E poi Andrea Mangoni, Beppe Zandonà. Per fortuna ho sempre avuto un carattere socievole, mi ha aiutato molto dentro lo spogliatoio”.

Quando ha conosciuto sua moglie Daniela?

“Prestissimo. Ci siamo fidanzati quando io avevo 19 anni e lei 14. Fu un vero e proprio colpo di fulmine”.

Dove successe?

“A Città di Castello, in discoteca”.

Menchino Neri con la storica maglia FibokCome in discoteca? Prima ha detto che non frequentava locali…

“Fu un caso, giuro. Andai coi miei amici del Gattolino a ballare per Capodanno e scoccò la scintilla. Oggi abbiamo due figlie: Simona e Francesca.”.

Sua moglie era gelosa del tempo che vi portava via il calcio?

“No, assolutamente. Mi ha sempre seguito e appoggiato, è stata la mia prima tifosa”.

Fino a vent’anni fa si diceva che sposarsi presto era un vantaggio per i calciatori. Conferma o smentisce?

“Io mi sposai a 22 anni, quando giocavo a Massa, e per me fu un grande aiuto. Oggi la situazione è cambiata, è tutto un altro mondo”.

Si ricorda il primo stipendio?

“Ventimila lire dall’Arezzo nel ’71. Diciamo che non era nemmeno uno stipendio, quanto un rimborso spese che faceva avere il povero Zampolin a noi ragazzi”.

Ci pensa mai a tutte le emozioni vissute grazie allo sport?

“Ci penso molto spesso. La cosa più bella è giocare, hai pochi problemi, pochi pensieri. Da allenatore aumentano le preoccupazioni, la partita quasi non te la godi più”.

Dopo l’esordio con l’Arezzo nel ’72, la mandarono a Empoli, poi due anni a Massa, tre a Reggio Emilia e sei mesi a Como. Perché?

“All’Empoli mi dettero in prestito: ci rimasi male, io da Arezzo non sarei mai partito. Tuttavia feci un buon campionato e a fine stagione il presidente Montaini mi cedette definitivamente alla Massese. Reggio Emilia la conservo nel cuore: bella città, gente ospitale. Ad Arezzo tornai nel ’79, grazie a Giuliano Sili che mi portò via da Como. Ero in B, accettai di scendere in C soltanto perché c’era di mezzo l’Arezzo, dove rimasi fino al 1987”.

In quegli anni conobbe fior di allenatori, giusto?

“A Empoli c’era Ulivieri: giovane ma già allora troppo perfezionista. Mi stava addosso. A Massa ho avuto prima Orrico con la sua gabbia e poi Vitali, a Reggio Emilia Caciagli e Mammi, a Como Pippo Marchioro. Il più preparato di tutti, comunque, era Mauro Benvenuto”.

Davvero?

“Tecnicamente sì. Angelillo invece era un volpone, spesso vinceva le partite grazie ai cambi azzeccati. Sia lui che Benvenuto avrebbero potuto fare carriera, ma li ha frenati il carattere un po’ fuori dagli schemi”.

Riccomini com’era?

“Abilissimo nel gestire lo spogliatoio, che poi è il compito più difficile per un allenatore. Nel calcio moderno, con le rose di 25 giocatori, è ancora peggio, ma pure allora gli ostacoli non mancavano. Per un calciatore, l’allenatore bravo è quello che ti fa giocare. Se ti tiene fuori, diventa un nemico. L’ho capito quando mi sono seduto su una panchina anch’io”.

C’è qualche aneddoto particolare sui rapporti che ha avuto con gli allenatori?

“Posso raccontare la storiella che ormai conoscono tutti, quella delle noci di Angelillo”.

Noci che erano un amuleto.

“Angelillo era molto scaramantico, si teneva sempre due noci nella tasca del cappotto perché era convinto che portassero fortuna. Un sabato, mentre eravamo in viaggio verso Taranto, le trovai sul pullman. Ignorando tutta la situazione, me le mangiai. Il giorno dopo, quando il mister si accorse che le noci erano sparite, cominciò a cercarle e Zanin gli disse che le avevo mangiate io. Angelillo se la prese a morte. A Taranto pareggiammo e lui dette la colpa a me. Erano 15 anni che se le teneva in tasca”.

A chi non l’ha mai vista giocare, direbbe che era una mezz’ala, un trequartista, una seconda punta o qualcos’altro?

“Un centravanti arretrato, la mia posizione ideale era dietro due punte, nel ruolo che richiede più estro e che tanto fa discutere. Questi giocatori sono la croce e la delizia degli allenatori, che non sanno mai come impiegarli. Una punta e un trequartista è poco, due punte e un trequartista è troppo”.

oggi all'interno del suo negozio di orologeriaLei però è sempre stato amato, sia dalla stampa che dai tifosi.

“E’ vero. Forse mi ha aiutato il fatto di essere aretino”.

Sfatando un altro luogo comune.

“Io davo sempre il massimo, giocare in casa era una motivazione molto forte che i giornalisti e il pubblico coglievano al volo”.

Il suo colpo migliore quale era?

“Ero furbo, o meglio, avevo quella malizia che agli aretini piaceva e che faceva arrabbiare gli avversari. Cadevo spesso, ma non ero un simulatore. Solo che qualcuno se la prendeva, tipo Borgo della Pistoiese. Mi faceva la guerra, mi aspettava per un anno intero”.

Il compagno più forte con cui ha giocato?

“Tovalieri e Dell’Anno”.

Non posso non chiederle del gol in rovesciata al Campobasso. Prima il rigore sbagliato, poi quella prodezza che valse la vittoria e la permanenza in B. Mi racconta quei momenti?

“Il rigorista era Tovalieri, ma ne aveva già sbagliati un paio quell’anno. Quando l’arbitro ci dette il penalty, ci fu il fuggi fuggi: nessuno voleva tirare. Pinella Rossi mi guardò e disse: battilo te. Andai sul dischetto con la convinzione che l’avrei sbagliato, il pallone mi sembrava pesante cento chili. Calciai alla destra del portiere e lui lo parò. Lì cominciò il minuto e mezzo più lungo della mia vita, ero distrutto. Quell’errore poteva significare la retrocessione, purtroppo”.

Un giocatore che ha appena fallito un rigore, come fa a pensare a una rovesciata in quella maniera?

“Era destino. Stavo per essere sostituito, però la palla non andò fuori e l’azione proseguì fino al cross di Mangoni”.

Rovesciata e gol.

“Non lo so come ho fatto. So solo che fu una gioia tremenda, una liberazione. Ciappi, il portiere del Campobasso, mi strinse la mano. L’ho anche incontrato un paio di volte, negli anni successivi, e mi ha sempre detto che prendere gol belli in quel modo era un piacere”.

Ha rimpianti per non essere arrivato a livelli più alti?

“No. La serie A l’ho rifiutata un paio di volte pur di restare in amaranto. Mi volevano il Cesena e il Genoa, ma Terziani diceva che dopo aver appeso le scarpe al chiodo mi avrebbe fatto fare il dirigente. Avevo fiducia in lui, tanto che firmavo sempre il contratto in bianco. Poi, quando ho smesso, lui ha venduto la società e addio posto da dirigente”.

Terziani lo sente ancora?

“Sì, lo considero sempre il mio presidente, anche se mi ha fatto guadagnare meno del dovuto. A lui e Giuliano Sili devo molto”.

Domenico Neri allenatore com’è stato?

“Ad Arezzo ho fatto un paio di stagioni buone. L’anno che partimmo forte, portando tremila tifosi a Ferrara contro la Spal, non avevamo società. Bianchini era troppo solo. L’anno dopo arrivò Nucifora, peggio che andar di notte: aveva convinto il povero Dall’Avo che la squadra era da serie B. Fui esonerato, crollò tutto e ad aprile del ’93 l’Arezzo fallì. Ci riprovai a Massa l’anno dopo, un’esperienza positiva fino a marzo”.

Troppo stress in panchina?

“Da giocatore pensi a te stesso e basta. Quando alleni devi combattere con la squadra, coi dirigenti, col magazziniere, con la stampa. E sei troppo legato al risultato. Infatti dopo Massa chiusi col calcio, non avevo voglia di trasferirmi ogni anno in un posto diverso, di stare lontano dalla famiglia”.

La breve esperienza con l’Arezzo di Piero Mancini come la giudica?

“Mi chiamò per consigliarlo sulla gestione tecnica. Filò tutto liscio fino a quando non mi chiese un parere su Fioretti. Gli dissi che per me non era il direttore sportivo giusto, ma lo prese lo stesso. Allora decidemmo che era meglio chiudere”.

Le manca il calcio?

“Mi manca, ma io non ho il carattere né per fare l’allenatore né per fare il dirigente. Troppi compromessi”.

L’Arezzo lo segue?

“Sì, sempre, anche se allo stadio ci vado di rado. Mi sembra che la società negli ultimi anni abbia indovinato tutte le mosse. Ha cambiato tanto, ottenendo comunque ottimi risultati. E’ un merito importante”.

Facciamo il gioco della torre. Chi butterebbe giù, Angelillo o Riccomini?

“Nessuno dei due, sono legato a entrambi”.

Terziani o Butali?

“A Terziani farei un monumento. Butali pagò il fatto di essere mal consigliato”.

Gritti o Tovalieri?

“Sono due amici. Butto Tovalieri perché con le sue qualità avrebbe dovuto diventare uno dei migliori centravanti d’Italia”.

Mariottini o Nucifora?

“Nucifora”.

Una curiosità: perché si è tagliato i baffi?

“Ho deciso sette o otto anni fa. Mi facevano troppo vecchio”.

Ci sarà mai un altro come Neri nella storia dell’Arezzo?

“Un altro aretino apprezzato dalla gente? Spero di sì, è una soddisfazione enorme, un orgoglio che non ha paragoni”.

 

(intervista realizzata a ottobre 2006 per Amaranto Magazine cartaceo)

 

scritto da: Andrea Avato, 09/06/2021





Domenico Neri e la rovesciata 30 anni dopo

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