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L'Arezzo che cambia: più trasparenza, più credibilità. 4mila tifosi non arrivano per caso

Si notano segnali di discontinuità rispetto al passato: adesso c'è un modo diverso di fare calcio e finalmente si privilegiano le competenze giuste al posto giusto. Dalla strategia comunicativa del direttore sportivo alla campagna acquisti di gennaio, passando per il marketing e i rapporti con l'esterno: la società sembra aver abbandonato le logiche opache degli anni scorsi, dando alla piazza un'immagine migliore di sé. E' ciò che la gente invocava da tanto tempo. E infatti la partecipazione del pubblico, grazie anche ai risultati, è molto cresciuta



l'undici amaranto che domenica ha battuto l'Alessandria''Il primo obiettivo, quello più difficile, sarà trattenere tutti i migliori''. L'aveva detto Roberto Gemmi all'apertura del mercato e oggi bisogna fargli i complimenti perché i migliori sono rimasti. Poco importa sapere se il rischio che qualcuno facesse le valigie c'è mai stato per davvero: probabilmente sì ma non è questo il punto. Il punto è che finalmente si è intravista una strategia comunicativa lucida, che ha pagato in termini d'immagine e di credibilità.

Con quella premessa, la piazza avrebbe accolto favorevolmente anche una ristrutturazione minima della rosa, impreziosita però dalla conferma di Foglia e Luciani, Polidori e Corradi, Moscardelli e Yamga. Gemmi si è spinto oltre, mettendo dentro un difensore affidabile come Barison, un mediano che all'Arezzo serviva più del pane come Cenetti e tappando anche la falla portiere, aperta dopo l'intervento chirurgico di Benassi. Il mercato, soprattutto a gennaio, non è semplice e non sempre si trova il rinforzo bravo, in salute e a basso costo. Ferrario, per esempio, resta una scommessa da vincere, ma non si può avere tutto dalla vita.

 

Tutto ciò per dire che l'Arezzo, da alcuni mesi, sta lavorando con un'organizzazione più razionale rispetto al passato. Se il marketing lo fa chi sa di marketing, per esempio, aumentano le probabilità di avere sponsorizzazioni, rapporti con il tessuto imprenditoriale, interazioni con la città. E' un circolo virtuoso che porta benefici a breve e, se si procede con continuità, anche a medio e lungo termine.

Idem dicasi per la parte tecnica. Se il calcio lo fa chi sa di calcio, può anche capitare di perdere una partita o un campionato (tocchiamo ferro), ma le scelte di base avranno sempre fondatezza e raziocinio. A Gemmi, che come tutti i direttori (e gli allenatori) è legato a doppio filo ai risultati del campo, si potrà rimproverare un domani di aver preso tizio piuttosto che caio, un over piuttosto che un under, ma tutti sapranno che un acquisto, una conferma e una cessione saranno stati valutati esclusivamente secondo criteri tecnici.

 

i dirigenti Gemmi, Brandini e RiccioliSembrano banalità ma non lo sono. E qua lo sappiamo bene. Per tanto tempo, troppo tempo, l'Arezzo è andato avanti a tentoni, muovendosi dentro una zona oscura in cui era tutto opaco, in cui imperava la logica dell'amico dell'amico, in cui chi invocava competenza e trasparenza era tacciato di remare contro, di ''gufare'' e via bestemmiando. I tifosi nei migliori dei casi erano considerati polemici, assenti e indolenti, nei peggiori invece brutti, sporchi e cattivi.

Noi che siamo nati e cresciuti qua, sappiamo bene che non ci hanno definito ''botoli ringhiosi'' per caso. Ma questo ''botoli ringhiosi'' era diventata una scusa dietro cui nascondere gestioni scellerate, insuccessi sportivi, incapacità di vario genere. Siccome gli aretini sono contestatori per natura, la colpa cadeva sempre su di loro.

 

Invece no. Sul pubblico di Arezzo, considerato eccessivamente freddo, se ne sono sentite di cotte e di crude pure recentemente. Anche a proposito dell'equivoco nato intorno alla ''giornata amaranto''. Ma per rendere l'idea di come stanno le cose, bisogna guardare i fatti: più di mille abbonati a scatola chiusa in estate, dopo mesi di guerre interne devastanti dentro l'Arezzo; presenza costante in casa e fuori come pochi altri club di Lega Pro possono vantare (statistiche alla mano); 700 persone in trasferta a Siena; 4mila al Comunale con l'Alessandria. 

E' bastato proporre un modo diverso di fare calcio, senza dilettantismi e favoritismi, per consegnare all'esterno una fotografia migliore della società, della squadra, della dirigenza. Poi sono servite anche le vittorie sul campo, perché funziona così ovunque, dalla A alla terza categoria. Ma per accattivarsi il favore e la simpatia di una piazza come questa, non c'era bisogno di chissà che cosa. Vincere o perdere non è il vero discrimine. Quel che conta, e i tifosi lo stanno dimostrando, è fare le cose per bene. 

 

scritto da: Andrea Avato, 01/02/2017





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