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La storia di Benito Butali diventa un libro. C'è anche l'Arezzo: ''La mia fu la squadra più forte...''

Luca Caneschi, all'esordio nelle vesti di scrittore, ha firmato la biografia dell'imprenditore aretino, legatissimo alla famiglia e capace di rivoluzionare il mercato degli elettrodomestici. Venerdì sera la presentazione al Giardino delle Idee in una sala gremita. Il testo, edito da Rizzoli, arriverà in libreria il 16 giugno. All'interno anche un capitolo dedicato al calcio: ''è un ambiente che o ti macchia o ti scotta''



Benito Butali al tavolo amaranto con l'allenatore Bruno Bolchi''Conta i soldi con le mani'' è il libro sulla vita di Benito Butali, l'uomo che ha rivoluzionato il mercato degli elettrodomestici. Aretino, imprenditore di successo, legatissimo alla famiglia, Butali ha più di novant'anni e una lucidità invidiabile, come ha dimostrato venerdì sera alla presentazione della sua biografia.

Ospite del Giardino delle Idee, davanti alla sala gremita della Borsa Merci, ha ripercorso le tappe della sua ascesa professionale, spendendo parole dolcissime per la moglie Vera e i figli. Il libro, edito da Rizzoli, segna l'esordio di Luca Caneschi nelle vesti di scrittore. ''Conta i soldi con le mani'' arriverà in tutte le librerie venerdì 16 giugno.

 

All'interno c'è anche un capitolo dedicato all'Arezzo. Benito Butali è stato presidente della società amaranto alla fine degli anni '80 e ha svelato alcuni retroscena interessanti di quel periodo. Ne pubblichiamo uno stralcio.

 

(...) In quel momento il presidente della società è Vittorio Nofri, che l’ha rilevata dallo storico patron Narciso Terziani. La società viaggia sull’orlo del fallimento (per il calcio di allora è una novità, oggi la regola) e necessita di un nuovo gruppo dirigente: Butali, accostato alla Fiorentina, appare come l’interlocutore più naturale.

«Mi chiamarono tutti, dal sindaco al prefetto, ci fu una pressione non indifferente nei miei confronti. Allora cominciai a contattare amici imprenditori con l’intento di dare una mano dall’esterno, per tenere in piedi la squadra per almeno tre anni. In una riunione alla Camera di Commercio, la cifra necessaria per evitare il tracollo fu quantificata in trecento milioni di lire l’anno e in cinque o sei ce ne facemmo carico, a patto di non entrare mai in società. Però, ci convinsero a partecipare a un’assemblea nella sede dell’Arezzo, con la scusa di fare un comunicato stampa a fine riunione.

Verso le undici, mentre l’assemblea era in corso, ci informarono che la via sottostante era stata invasa dai tifosi, che volevano conoscere il nome del nuovo presidente. La strada era stata chiusa e il traffico deviato. Fino all’ultimo abbiamo resistito, convinti che entrare nel calcio fosse un salto nel buio, ma le ore passavano e la pressione non si allentava. Verso le sette di sera la Polizia ci fece sapere che dovevamo dire qualcosa alla folla assiepata, quindi fummo costretti a formare una società della quale, pur avendo opposto resistenza, divenni presidente. L’accordo, però, era che sarei stato “uno inter pares”, con tutti i poteri e gli esborsi divisi equamente. Fu così che cominciò la mia avventura nel mondo del pallone.»

 

la copertina del libro sulla vita di Benito ButaliLa squadra si salva sul campo grazie al lavoro di Enzo Riccomini, galantuomo e bravo allenatore. Per la stagione successiva, 1987-1988, i dirigenti si pongono il dilemma di cosa fare. «Io dissi: “Che si fa, si sta qui a covare o si prova ad andare nell’alta classifica?”, e si decise di provare. Come allenatore prendemmo Bruno Bolchi, che aveva appena portato il Cesena in serie A.»

Il direttore sportivo è Marino Mariottini, che Butali definisce l’uomo dai pugni nascosti, perché se ti dà un cazzotto è difficile provare che è stato lui. Sornione ma con il grande pregio di mantenere sempre la parola, anche a costo di rimetterci di persona. Viene costruita una squadra fortissima, che a detta di tutti può competere per la serie A, ma i risultati sono deludenti. A Bolchi viene rimproverato lo scarso utilizzo di giovani come Carboni, Nappi e Silenzi, ma lui dice che “con i giovani si perdono le partite”. Il girone d’andata si chiude con appena 18 punti, ma nel ritorno ne basterebbero solo pochi di più per riuscire a salvarsi, visto che quell’anno retrocede solo l’ultima in classifica.

«Bolchi ci diceva che per fare punti ci vogliono i volponi, non i giovani, ma i volponi lo sono anche nel fare i lacchezzi, cioè vendere le partite. In effetti, molte gare mi sembravano pilotate, ma non credo che Bolchi e Mariottini fossero conniventi. Pur non essendo mai stati all’ultimo posto, all’inizio del girone di ritorno c’erano forti pressioni per cambiare allenatore. Così, ci ritrovammo in casa di Giancarlo Fabbroni. Io e Vasco, il fratello, ci opponemmo all’esonero, ma Farsetti, Nofri, Tristi e Caldelli vollero il ritorno di Angelillo e, forti dei numeri e della regola dell’“uno inter pares”, lo ottennero. Fu la fine dell’Arezzo: non vinse una partita e ci portò alla retrocessione.»

 

(...) «´╗┐Quello che posso dire è che le parole nel calcio non contano niente, i contratti si possono invalidare con motivazioni futili o fasulle, ed è un rischio mortale per chi ha aziende sane. È un mondo dove chi ha il denaro entra per boria, e solo chi non ha i soldi riesce a fare affari. Comunque, c’è anche tanta gente in buona fede: ricordo Domenico Luzzara, che per trentadue anni è stato presidente della Cremonese. Mi diceva: “Butali, lei che può, vada via”. Certo, ho il rammarico di essere ricordato per una retrocessione arrivata con la squadra più forte che l’Arezzo abbia mai avuto. Anche per questo, al di là di quello che si è detto negli anni successivi, e ogni tanto si dice anche adesso, non mi è mai tornata la voglia di farmi di nuovo coinvolgere da un ambiente che o ti macchia o ti scotta

 

scritto da: La Redazione, 12/06/2017





''Conta i soldi con le mani'', la storia di Benito Butali

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