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I primi 15 giorni di Pavanel. Testa, gambe, tattica: cosa è cambiato, cosa deve cambiare

Il secondo allenatore di questa stagione ha manifestato da subito serenità, idee chiare e voglia di lavorare. Ha esordito perdendo, ma ha martellato un gruppo depresso e l'ha trasformato in una squadra che corre, cambiando il modulo e migliorando la condizione psicologica. I giocatori lo seguono ed è il vero fattore di svolta. Mancano riprove probanti, a cominciare da Livorno ma non solo. Domenica sera il pronostico è sfavorevole ma Moscardelli ce l'ha l'Arezzo...



Massimo Pavanel, 50 anni a dicembre Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, sta cambiando il mondo. Non quello dei potenti e dei grandi interessi si intende, ma il nostro piccolo mondo amaranto sì, quello che ci fa battere il cuore o la testa contro il muro; su quello Massimo Pavanel, veneto di Portogruaro ai confini con la terra dei furlan, arrivato quindici giorni fa in un ambiente stressato e avvelenato, sta incidendo in maniera significativa e ben visibile. Giunto come l’ennesima scommessa, accolto non senza scetticismo dalla piazza già scottata dall’esperienza Bellucci, accompagnato da quell’augurio un po’ sinistro del suo predecessore (“in bocca al lupo, ne avrà bisogno…”), quest’uomo dal volto che sembra scolpito nel legno ha manifestato fin da subito serenità, idee chiare e tanta voglia di lavorare.

Ha preso in mano un gruppo depresso dai risultati ed in condizione atletica insufficiente ed ha cominciato a martellare, con la testardaggine della razza Piave, i giocatori a disposizione per recuperarne spirito e mentalità. Ha esordito perdendo, in quella che non è stata nemmeno la peggior partita della prima fase (senza l’errore di Del Sante finiva in pareggio e sarebbe stato anche più equo) ma non ha fatto una piega. Verificato alla prova dei fatti che il 4-3-3 (modulo peraltro da lui amato e che l’ha portato ai successi coi ragazzi dell’Hellas) non era il vestito adatto per questa squadra, ha subito cambiato l’assetto tornando a dare organizzazione al gioco, ricondotto adesso a principi più razionali che sfruttano meglio le caratteristiche dei singoli.

 

la formazione amaranto che ha battuto il PontederaMa il lavoro più importante l’ha fatto nella testa dei suoi, intanto cercando di sterilizzare l’ambiente dai veleni che correvano e corrono nemmeno troppo sottotraccia intorno alla società e poi senza dubbio andando ad incidere in maniera netta sul modo di stare in campo. La squadra vista mercoledi sera contro il Pontedera (ma anche ad Alessandria) poteva vincere o no, ma era una squadra. C’erano geometrie, coperture, un buon giro palla, sovrapposizioni degli esterni e tagli dei centrocampisti e soprattutto tanta convinzione. Dopo il gol del Pontedera, dovuto ad un calo di attenzione abbastanza evidente (e poi in quel momento in campo c’erano una nidiata di ragazzini) ha richiamato i suoi a salire. Recuperare metri per non concedere agli avversari l’assalto all’arma bianca contro Fort Apache che sarebbe stato quanto mai pericoloso. E i giocatori l’hanno seguito (hai detto poco) cercando anzi di offendere ancora, cosa che sarebbe anche riuscita se solo Corradi cominciasse a cercare di far gol semplici.

Finalmente sembra si stia formando una squadra di uomini intorno all’hombre assoluto con la barba. Quando dopo la partita il tecnico ha commentato, evidenziando i limiti e gli errori invece che godersi (come avrebbe potuto) i complimenti per la seconda vittoria di fila, ho apprezzato il puntiglio e la lucidità. La sensazione è che forse davvero abbiamo trovato l’uomo giusto. Servirà ancora del tempo, altre riprove, sicuramente c’è tanto da lavorare e capiteranno ancora cadute ma se capiteranno stando in campo da uomini non sarà un problema: capiremo (perché noi sappiamo capire quando ci si mette il cuore).

 

abbracci per Varga dopo la rete del raddoppioQuanto al resto, che dire? Sul capitano “non più parole omai”: immenso, strepitoso, unico e grande trascinatore ed esempio. Idem sul protrarsi del fragoroso silenzio istituzionale sulle vicende che scuotono l’Arezzo calcio a livello societario. Ho letto che il Comune si costituirà parte civile nel processo BancaEtruria per danno all’immagine. Mi pare giusto, ma guardando un po’ al di là del proprio naso ci si potrebbe accorgere che il danno per la città c’è anche ogniqualvolta qualcosa che la rappresenta finisce agli onori della cronaca per questioni non positive (ovviamente viceversa). E siccome il calcio è un giochino abbastanza seguito in Italia, ci pensi Ghinelli e ci pensino quegli imprenditori locali (con le eccezioni che sappiamo) che il nome di Arezzo lo usano per farsi lustro di tradizione manifatturiera ma che si guardano bene dal sostenere lo sport (qualunque sport) per farlo crescere a livelli più dignitosi.

Intanto, mentre la federazione affila la mannaia della penalizzazione (ma SE le cose stanno come ci hanno detto i responsabili della società, due punti sarebbero la prosecuzione di una persecuzione di vecchia data) ci si avvia verso la costa. Domenica derbone con i lanciatissimi amaranto di mare. Sulla carta pronostico chiuso, ma il Mosca ce l’abbiamo noi e loro no... 

 

scritto da: Paolo Galletti, 06/10/2017





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