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Il Crocifisso di Cimabue

La basilica di San Domenico, tempio nelle cui pareti la scuola pittorica aretina del Trecento ha lasciato straordinarie pagine, conserva uno dei capolavori assoluti del Duecento europeo, il Crocifisso di Cimabue.



Il Crocifisso domina l'altare maggiore della basilicaLa basilica di San Domenico, tempio nelle cui pareti la scuola pittorica aretina del Trecento ha lasciato straordinarie pagine, conserva uno dei capolavori assoluti del Duecento europeo, il Crocifisso di Cimabue.

Universalmente conosciuto per essere stato il maestro di Giotto, Cenni di Pepo detto Cimabue
nacque intorno al 1240 a Firenze, dove si formò in un ambiente ancora legato agli stilemi dell’arte bizantina. L’opera aretina, collocabile tra il 1265 e il 1268, risulta essere il suo lavoro giovanile più datato tra quelli ancora esistenti.

Nel 1972 il pittore compì un fondamentale viaggio a Roma, dove la riscoperta dell’arte classica della città eterna gli dette un ulteriore impulso per elaborare un linguaggio sempre più innovativo e raffinato. Negli anni successivi a questo soggiorno furono realizzate opere bellissime ed evolute come la Maestà del Louvre (già nella chiesa di San Francesco a Pisa), il Crocifisso di Santa Croce a Firenze, pesantemente rovinato dall’alluvione del 1966, la Maestà di Santa Maria dei Servi a Bologna, i mosaici per il Battistero di Firenze, gli straordinari affreschi della basilica Superiore di Assisi (Evangelisti, Storie della Vergine e due Crocifissioni), databili alla fine degli anni Ottanta e la Madonna in trono con San Francesco per la basilica Inferiore. Agli anni Novanta del XIII secolo risale la Maestà per la chiesa di Santa Trinita a Firenze, oggi agli Uffizi. Nel 1301 Cimabue si recò a Particolare del Pisa per lavorare al catino absidale del Duomo e in quella città morì l’anno seguente.

Dante lo considerò il migliore artista della generazione pre-giottesca e Giorgio Vasari, nelle sue Vite, lo indicò come il primo grande rinnovatore della pittura occidentale.

Il Crocifisso che domina sopra l’altare di San Domenico ad Arezzo è l’opera meglio conservata del maestro fiorentino. Esso riprende ancora molto dalla tradizione bizantina e si ispira ai crocifissi di Giunta Pisano, soprattutto a quello realizzato per la chiesa di San Domenico a Bologna intorno al 1250. Quello aretino è però un “Christus patients” che annuncia novità rilevanti, a partire dall’inarcamento accentuato del corpo, dal volto sofferente di Gesù e dalle due figure laterali ricche di pathos, raffiguranti la Madonna e San Giovanni evangelista, che caricandosi di drammaticità si discostano dall’idealizzazione bizantina.

Particolare di San Giovanni EvangelistaI preziosi colori presentano delle sfumature mai viste prima, la resa dei volumi è notevole, la muscolatura del Cristo è rifinita e lambita dalla luce. Pregevole è il naturalismo con il quale vengono descritti i capelli e la barba e, infine, grandiosa è la tecnica esecutiva per il panneggio del perizoma.

Tra XVI e XVII secolo, quando la basilica fu oggetto di pesanti rimaneggiamenti, il Crocifisso finì nella parete interna della facciata e li rimase finché, agli inizi del Novecento, fu restaurato.

Tuttavia, un passo avanti sostanziale per la rivalutazione di questa meraviglia dell’arte venne dal mirabile intervento finanziato, alla fine del secolo scorso, da Banca Etruria. Nel cantiere aperto dentro la basilica furono fermati i distacchi del colore e l’azione nociva degli insetti xilofagi, che stavano minando la carpenteria fatta di assi di pioppo e traverse di castagno.

Il complesso lavoro, durato quattro anni e diretto da Daniela Galoppi, consentì nuovi studi e riportò all’antico splendore la cromia offuscata dal tempo e dai precedenti interventi. Il 23 novembre 2002, nell’ambito di grandi celebrazioni, l’opera venne ricollocata sopra l’altare maggiore.

scritto da: Marco Botti, 03/04/2009