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Il Busto reliquiario di San Donato

La suggestiva cripta della Pieve di Santa Maria Assunta conserva il capolavoro assoluto dell’oreficeria aretina del Trecento: il Busto Reliquiario di San Donato.



Il busto è un capolavoro dell'arte orafa aretina del TrecentoLa suggestiva cripta della Pieve di Santa Maria Assunta conserva il capolavoro assoluto dell’oreficeria aretina del Trecento: il Busto reliquiario di San Donato.
Si tratta di un’opera datata 1346 in argento dorato, sbalzato e cesellato con applicazioni di parti fuse, smalti traslucidi e pietre dure. Fu realizzato per custodire la testa del secondo vescovo e patrono di Arezzo, che secondo la tradizione subì il martirio e la decapitazione nel 362 d.C., durante le persecuzioni di Giuliano l’Apostata.
Il busto è attribuito alla bottega orafa degli aretini Paolo Ghiselli e Pietro Vanni, entrambi documentati nel 1345 come appartenenti alla fazione ghibellina della città.
San Donato è rappresentato come un giovane senza barba, con il naso piccolo e affusolato, la fronte ampia e la bocca sottile. Il volto del santo è austero e inflessibile. La testa è coperta da una meravigliosa mitria, splendidamente arricchita da incisioni, pietre e smalti.
Il suo piviale (il mantello liturgico tipico della chiesa cattolica) è fermato al centro del petto da una piastra argentea raffigurante l’Annunciazione, in origine smaltata. Sempre nel manto si alternano incisioni con i simboli dei quattro Evangelisti e placchette con smalti riproducenti alcuni personaggi cari alla Chiesa aretina.
L'opera è conservata all'interno della Pieve di Santa Maria AssuntaIn sequenza, partendo dall’Annunciazione e andando in senso orario, si ammirano l’Aquila (emblema di San Giovanni), San Satiro (primo vescovo di Arezzo), l’Angelo (simbolo di San Matteo), Sant’Antimo (diacono martirizzato con San Donato), il Bue alato (emblema di San Luca), Sant’Ilariano (monaco e amico di San Donato, perseguitato da Giuliano) e, infine, il Leone alato (simbolo di San Marco).
Sulle spalle, due per parte, si trovano delle placche smaltate con la tecnica “cloisonné”, detta anche “lustro di Bisanzio”, raffiguranti un paio di cervi, un’aquila e un animale mitologico.
La mitria è ricchissima di piastrine d’argento quadrilobate e ricoperte di smalti traslucidi.
Nella parte anteriore, dall’alto in basso, si osservano il Cristo Giudice, la Vergine con il Bambino e San Donato. Ai lati della Vergine sono collocati i profeti Isaia ed Elia. A sinistra di San Donato si trovano San Bartolomeo e Sant’Andrea, mentre a destra San Giovanni Battista e San Paolo.
Nel retro, dall’alto in basso, sono ammirabili San Filippo, San Giacomo maggiore e il Crocifisso. Ai lati di San Giacomo sono disposti un profeta non identificabile e Santo Stefano. A sinistra della Crocifissione si apprezzano la Vergine dolente e San Pietro, a destra San Giovanni dolente e il profeta Zaccaria.
Per molto tempo, i maggiori critici del Novecento si sono confrontati per giungere alla paternità di questo capolavoro del Trecento italiano. C’era chi attribuiva la parte scultorea alla scuola aretina, assegnando gli smalti traslucidi a quella senese, che per questa tecnica aveva il primato europeo e vantava straordinari maestri come Ugolino di Vieri. Altri, tra i quali il grande Roberto Longhi, davano la totale appartenenza dell’opera ad Arezzo, sebbene l’influenza dell’arte orafa senese era chiara.
Durante il restauro del 2008 sono state recuperate all'interno del busto monete e medaglie devozionaliUn contributo fondamentale, per la collocazione in ambito aretino del busto, venne dagli studi a metà degli anni Ottanta del secolo scorso di Daniela Galoppi, pubblicati anche negli Annali della Scuola Normale di Pisa. La nota restauratrice riuscì a confermare l’esistenza di una vera e propria scuola orafa locale trecentesca, inizialmente ispirata a quella senese ma capace, in seguito, di svincolarsi da essa per assumere connotati distintivi.
Dal 7 dicembre 2007 al 3 febbraio 2008 il reliquiario, assieme ad altri capolavori dell’oreficeria sacra di Arezzo, è stato ammirato da migliaia di visitatori durante la mostra Il Cammino del Sacro allestita al Museo Nazionale di Castel Gandolfo a Roma.
Nel settembre 2008 l’opera è stata presa in cura dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per un restauro finanziato da uno sponsor privato. Durante le analisi è stato ritrovato, all’interno del busto, un piccolo tesoro devozionale composto da monete e medaglie.

scritto da: Marco Botti, 10/04/2009