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Il Manicomio di Arezzo

Nel 1890 il Consiglio provinciale aretino propose, per la prima volta, di costruire in città un manicomio.  Fin dall’ultima decade del Settecento l’ospedale Bonifazio di Firenze fu preposto ad accogliere gran parte dei malati di mente del Granducato di Toscana.
Tuttavia, a causa del numero sempre crescente di individui da ricoverare, nel 1868 la struttura non era più in grado di ospitare i dementi delle province di Arezzo, Livorno e Pisa.
I cosiddetti “mentecatti” aretini furono così sistemati nell’ospedale San Niccolò di Siena.



Il manicomio di Arezzo, poi Ospedale Neuropsichiatrico, è stato uno dei più all'avanguardia in ItaliaFin dall’ultima decade del Settecento l’ospedale Bonifazio di Firenze fu preposto ad accogliere gran parte dei malati di mente del Granducato di Toscana.
Tuttavia, a causa del numero sempre crescente di individui da ricoverare, nel 1868 la struttura non era più in grado di ospitare i dementi delle province di Arezzo, Livorno e Pisa.
I cosiddetti “mentecatti” aretini furono così sistemati nell’ospedale San Niccolò di Siena.
Nel 1890 il Consiglio provinciale aretino propose, per la prima volta, di costruire in città un manicomio. Nel 1892 l’iniziativa tornò d’attualità a causa del sovraffollamento che stava investendo anche la casa di cura senese. Fu così attivata una commissione di studi per capire quali pro e contro avrebbe portato questo tipo di struttura nel territorio.
Nei successivi due anni fu individuata, nella collina del Pionta, l’area dove costruire il nuovo complesso e fu redatto il progetto tecnico definitivo. Nel 1895 partirono i primi lavori di sbancamento e nel 1897 il piano divenne operativo. Le spese per completare l’opera sarebbero state suddivise tra la Provincia di Arezzo e gli Spedali Riuniti.
I comuni di Anghiari, Castiglion Fiorentino e Cortona si opposero però all’esecuzione, paventando un aumento esagerato delle tasse per coprire i costi e sostenendo l’inutilità di un manicomio in terra aretina. Iniziarono delle battaglie legali ma il Consiglio di Stato, nel 1898, consentì la ripresa dei lavori.
Le prime palazzine furono inaugurate nel 1901 ma subito scoppiò uno scandalo a luci rosse denunciato nelle pagine de L’Appennino. La torbida storia riguardava abusi di alcuni medici e infermieri nei confronti delle malate. Le inchieste sconfessarono tutti i capi d’accusa, ciò nonostante molti dubbi continuarono ad aleggiare nell’opinione pubblica e così arrivarono le dimissioni del direttore Gaspero Bonci e del primo medico Guido Gianni.
Il 9 luglio 1904 fu nominato il nuovo rettore, Arnaldo Pieraccini, figura che risulterà capitale per il futuro della struttura e per tutta la neuropsichiatria italiana del Novecento.
Il direttore evidenziò da subito una serie di anormalità organizzative nella gestione dell’ospedale e, visto che una parte degli edifici non era ancora stata terminata, propose delle modifiche sostanziali accettate di buon grado dalla Provincia, che nel 1906 acquisì il totale controllo del Manicomio Provinciale di Arezzo. Nello stesso anno Pieraccini promulgò il “Regolamento organico e speciale” che in breve tempo divenne la base degli ordinamenti di tutti i manicomi italiani.
Un'immagine di quando ancora la struttura ospedaliera era apertaIl complesso del Pionta fu strutturato come una cittadella indipendente. Oltre ai locali adibiti ad accogliere i malati in base alla loro patologia, c’erano la sala operatoria e la palestra di riabilitazione. Non mancavano tutta una serie di servizi tra i quali la biblioteca, il gabinetto didattico, il teatro, la panetteria, la macelleria e la lavanderia. Una scuola per infermieri e sorveglianti formava personale all’avanguardia e l’oratorio di Santo Stefano, nei pressi delle rovine della vecchia cittadella vescovile, divenne la chiesa dell’ospedale. Per le innovazioni e le qualità della struttura, il manicomio aretino ricevette nel 1911 un diploma d’onore a Roma.
All’inizio degli anni Venti Arezzo ospitava oltre cinquecento dementi, curati da circa centocinquanta operatori. Le condizioni dei ricoverati furono rese le più umane possibili. Di fatto venne abolito qualsiasi strumento repressivo nella cura nei malati di mente, gesto rivoluzionario in un periodo in cui il “pazzo” era totalmente demonizzato dall’opinione pubblica.
Grazie alle intuizioni di Pieraccini, fu incentivata l’assistenza domiciliare per i degenti non gravi.
Durante la Prima Guerra Mondiale il manicomio venne utilizzato anche per assistere i soldati, soprattutto quelli affetti da patologie di natura psichica. In seguito si decise di non disperdere quel bagaglio di esperienze accumulato durante gli eventi bellici, intensificando la cura dei malati del sistema nervoso.
Nel 1925 arrivò la delibera della Provincia che di fatto trasformò il vecchio nosocomio in Ospedale Provinciale Neuropsichiatrico. L’anno successivo furono inaugurati il padiglione neurologico, la nuova palazzina per le degenti paganti e la colonia agricola femminile.
Il 12 novembre 1943 il complesso, prossimo alla ferrovia, fu oggetto di un bombardamento che provocò pesanti danni. Il manicomio fu costretto a chiudere temporaneamente e i malati vennero trasferiti a Siena, Bibbiena e Anghiari. Nel 1947 tornò a lavorare a pieno regime.
Pieraccini lasciò la carica di direttore nel 1950. A lui successero Marino Benvenuti, in carica fino al 1971, e Agostino Pirella, ultimo direttore del complesso aretino che chiuse i battenti nel 1989.
Il monumento alle vittime delle violenze dei manicomiLa legge Basaglia del 1978, difatti, aveva disposto la graduale chiusura di tutti i manicomi italiani e l'affidamento della cura delle malattie mentali a specifiche strutture extraospedaliere.
A metà degli anni Novanta l’Università degli Studi di Siena decise di ristrutturare i locali abbandonati per trasferirvi la sede aretina della Facoltà di Lettere e Filosofia, fino ad allora collocata a villa “La Godiola” sulla collina di San Fabiano.
Oggi l’area dell’ex ospedale psichiatrico è divenuta un vero e proprio campus universitario. Nel marzo 2009, a ricordo di tutte le vittime delle violenze nei manicomi, è stato collocato nei pressi della cosiddetta Palazzina dell'Orologio un monumento in marmo realizzato dagli artisti Paolo Bacci e Matteo Maggio. L’opera rappresenta una ragazza, seduta accanto a un libro aperto, che lancia il suo sguardo verso una porta spezzata.

scritto da: Marco Botti, 18/09/2009