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La chiesa di San Bernardo

Lungo via Margaritone, dove questa si incontra con via dell’Anfiteatro, sorge la chiesa di San Bernardo. Ci troviamo in prossimità dei resti dell’anfiteatro romano, opera risalente ai primi decenni del II secolo d.C. (o del I secolo d.C. per alcuni studiosi). Nel 1333 il senese Bernardo Tolomei, iniziatore dell’Ordine benedettino di Monte Oliveto Maggiore nei pressi di Asciano, acquisì la zona dell’ex arena dalla nobile famiglia degli Azzi. A quei tempi Asciano ricadeva nella diocesi aretina e, proprio per questo motivo, nel 1319 Tolomei e altri due aristocratici senesi avevano dovuto chiedere al vescovo di Arezzo, Guido Tarlati, l’autorizzazione a fondare la nuova congregazione.



San Bernardo era la chiesa degli Olivetani Lungo via Margaritone, dove questa si incontra con via dell’Anfiteatro, sorge la chiesa di San Bernardo. Ci troviamo in prossimità dei resti dell’anfiteatro romano, opera risalente ai primi decenni del II secolo d.C. (o del I secolo d.C. per alcuni studiosi).

Nel 1333 il senese Bernardo Tolomei, iniziatore dell’Ordine benedettino di Monte Oliveto Maggiore nei pressi di Asciano, acquisì la zona dell’ex arena dalla nobile famiglia degli Azzi. A quei tempi Asciano ricadeva nella diocesi aretina e, proprio per questo motivo, nel 1319 Tolomei e altri due aristocratici senesi avevano dovuto chiedere al vescovo di Arezzo, Guido Tarlati, l’autorizzazione a fondare la nuova congregazione.

Pier Saccone Tarlati ne favorì l’insediamento in città, acconsentendo all’edificazione di un convento, che si erse sui resti dell’emiciclo meridionale dell’anfiteatro. Questo atto permise l’inglobamento e la conservazione di parte dell’ellisse sino al secondo ordine di gallerie, ancora oggi visibile, anche se per realizzare il complesso monastico il resto dell’ex circo venne utilizzato come cava di pietra arenaria, marmo e travertino, vocazione che peraltro aveva assunto fin dall’Alto Medioevo.

Di pari passo con il monastero, terminato nel corso del Quattrocento, venne eretta una chiesa, i cui lavori cominciarono nel 1340 e finirono nel 1375. La sua consacrazione avvenne molto tempo dopo, nel 1484. Alla prima metà del secolo susseguente risale invece la graziosa loggetta di fronte alla facciata. Nel 1583 l’edificio sacro contava un grande altare maggiore, altre sette cappelle e un’infinità di opere d’arte, andate quasi tutte perse nei secoli successivi.

Una immagine di inizio Novecento della chiesa con il vecchio campanileStando alle “Vite” di Giorgio Vasari, la chiesa era impreziosita da affreschi di Spinello Aretino, di Parri di Spinello, di Bicci di Lorenzo, di Piero della Francesca (un San Vincenzo inserito in una nicchia) e dello stesso Vasari (che dipinse la volta della loggia). Di quest’ultimo mancano all’appello anche due piccoli quadri a olio raffiguranti Giobbe e Mosé. È scomparso pure il ciclo con le Storie di San Benedetto, iniziato nel chiostro del convento da Bicci di Lorenzo e portato a termine da Marco da Montepulciano nel 1448.

Dalla lunetta del portale è stata staccata un’opera di fine Quattrocento con l’Apparizione della Vergine a San Bernardo, affresco di Bartolomeo della Gatta ora visibile, anche se deteriorato, presso il Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna di Arezzo. La stupenda tempera su tavola di Filippo Lippi di metà XV secolo, con l’Incoronazione della Vergine tra angeli e santi (detta anche Incoronazione Marsuppini), è invece oggi ammirabile nella Pinacoteca Vaticana grazie all’intervento di papa Gregorio XVI, che nella prima metà dell’Ottocento l’acquistò nel mercato antiquario dove era finita da anni, smembrata in tre parti.

Tra Seicento e Settecento chiesa e monastero furono oggetto di rimaneggiamenti. Nel 1783 il granduca Pietro Leopoldo ordinò il trasferimento degli olivetani a Santa Maria in Gradi e così il complesso cambiò destinazione, divenendo sede dell’Accademia Ecclesiastica.

Nella prima decade dell’Ottocento avvennero nuove pesanti trasformazioni, finché nel 1866 anfiteatro e convento furono confiscati dallo Stato mentre la chiesa rimase affidata alla parrocchia di San Jacopo. Nel 1937 il monastero accolse la nuova sede del Museo Archeologico Gaio Cilnio Mecenate. Alla fine del 1943 un feroce bombardamento aereo provocò danni terribili all’ex struttura olivetana, soprattutto al luogo di culto. La ricostruzione di quest’ultimo terminò nel 1950, ma la sistemazione dell’interno fu completata solo negli anni Sessanta.

Immagine di inizio Novecento. Sulla sinistra la sede della Croce BiancaLa chiesa, a navata unica, in realtà è intitolata a San Giuseppe, alla Vergine Maria e a San Bernardo. Il campanile a vela fu costruito dopo gli eventi bellici al posto di quello a torre abbattuto dalle bombe.

Sulla parete sinistra si segnala una Madonna con il Bambino, statua policroma della seconda metà del XIV secolo. È documentata in San Bernardo già nell’Ottocento, ma nell’ultimo dopoguerra fu trasferita per alcuni anni nella scomparsa chiesa di San Jacopo, per tornare nel 1956 in via Margaritone. Gli storici dell’arte dibattono ancora se sia da attribuire a una mano franco-renana o a una produzione senese con influssi d’oltralpe. Si ipotizza pure che questa statua sia quella che si trovava nell’edicola sacra collocata nell’odierna via Madonna del Prato, distrutta alla fine del Settecento, davanti alla quale dal XIV al XVI secolo passarono i condannati a morte prima di raggiungere il patibolo.

Sempre sulla sinistra, a lato dell’altare, è visibile un pregevole San Giovanni Battista nel deserto, patrono dei Cavalieri di Malta, in precedenza conservato nella chiesa di San Jacopo. Per la sua attribuzione è stato fatto anche il nome di Cecco Bravo, uno dei più validi artisti del Seicento fiorentino.

Dietro l’altare si apprezza infine la Madonna con il Bambino tra San Bernardo e San Benedetto, già nella sagrestia, eseguita tra il 1511 e il 1512 da Agnolo di Lorentino, figlio del pittore Lorentino d’Andrea.

scritto da: Marco Botti, 15/01/2010