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Senza stadi, senza giovanili, senza pubblico: il pallone in crisi. Ma da noi si investe

E' un quadro a tinte fosche quello che emerge dopo i fallimenti di Triestina e Piacenza, storici club costretti a riprtire dai dilettanti come accaduto all'Arezzo due estati fa. Altre società sono in mezzo a difficoltà pesanti e c'è il rischio di una vera ecatombe che potrebbe spingere la Figc alla riforma immediata della Lega Pro. Severini nel frattempo ha avviato il progetto-villaggio e confida nel ripescaggio. Di questi tempi, una vera manna dal cielo



il presidente Severini osserva giocare i bambini dell'Amaranto CampSenza stadi di proprietà, con i bilanci che si tengono a galla solo grazie ai soldi delle tv, con un monte ingaggi generalmente sproporzionato, senza settori giovanili organizzati e un pubblico quasi mai numeroso sugli spalti, tranne lodevoli eccezioni. Per le società italiane di calcio, dalla A alla D, il periodo è nero. Aggiungiamo gli effetti della crisi, le banche con i rubinetti chiusi, la liquidità che manca e il puzzle è completo. Anzi, c’è da considerare pure l’abnorme massa di club professionistici che adesso la Federcalcio si sta convincendo a ridurre. Ma i buoi, così a occhio, sono già scappati dalla stalla.
In uno scenario del genere non era complicato prevedere una vera e propria moria di club, al nord come al sud. Società blasonate e di piccoli paesi stanno andando gambe all’aria alla velocità della luce, una dopo l’altra, con i conti sballati e la prospettiva di ridimensionare e ripartire dai campetti della periferia, quelli dove di solito si andava per le amichevoli del giovedì. L’Arezzo ne sa qualcosa. Come il Rimini, il Treviso, il Venezia, il Perugia, il Cosenza, la Salernitana eccetera eccetera.
Il timore del Palazzo è che si verifichi un'ecatombe, ipotesi non troppo lontana dal vero. Fatta salva la serie A e pure la serie B, dove i circuiti economici sono diversi, è in Lega Pro che si sta allargando il buco. E la prospettiva, nonostante il Consiglio Federale abbia fissato per il 2013/14 la stagione spartiacque, è di riformare subito la terza serie, creando la C unica con tre gironi da 20 squadre. Anche a Roma e Firenze stanno leggendo in questa chiave gli ultimi eventi di cronaca.
La Triestina, precipitata in due anni dalla B alla C2, è fallita. E lì, addirittura, hanno avuto mesi di tempo per recuperare la situazione ma per ben tre volte, leggasi tre volte, l’asta per le offerte di acquisto è andata deserta. Nessuno si è fatto avanti, nemmeno dopo che il curatore fallimentare aveva dato disponibilità alla risoluzione dei contratti pluriennali in essere. Il segnale di un disinteresse e di un’impossibilità a investire nel calcio che si sta diffondendo a macchia d’olio un po’ ovunque.
Non troppo dissimile la situazione del Piacenza, appena sceso in C2 e gravato da debiti che non superavano i 500mila euro. Ma anche in questo caso non si è concretizzata nessuna offerta. Gli unici a sbattersi sono stati quelli dell’associazione “Salva Piace”, nata senza finalità di lucro e con l’obiettivo di raccogliere fondi. Una sorta di azionariato popolare, unico sussulto di una città che dovrà ripartire dai dilettanti dopo otto campionati di A e dodici di B.

 

lo stadio Rocco di Trieste con gli spettatori disegnati in gradinataLa congiuntura economica non aiuta, una retrocessione diventa una ghigliottina e poi ci sono anche quelli che chissà a che gioco giocano. Come ad Andria, club di C1, dove l’amministratore unico Vallarella prima ha rassicurato la piazza, poi ha trattato con due presunti acquirenti e alla fine ha rimesso tutto in mano al sindaco. Ma il primo cittadino, irritato come non mai, ha restituito il cerino acceso a Vallarella, invitandolo a prendersi le sue responsabilità. Per l’Andria l’orizzonte ha tinte fosche.
Lo scenario è talmente nero che i presidenti si ingegnano per trovare i sistemi più originali di finanziamento. Qualche mese addietro fece scalpore l’iniziativa di Cesare Butelli, proprietario della Spal: un parco fotovoltaico che fornisse energia a qualche migliaio di cittadini e producesse redditi da reinvestire nel club. Ma le istituzioni del calcio e la burocrazia lo boicottarono da subito, col risultato che adesso a Ferrara, dopo il capitombolo in C2, temono seriamente di chiudere bottega.
Di casi emblematici ce ne sono a iosa. A Sorrento il presidente Gambardella ha detto stop, recandosi pure lui in municipio con la bandiera bianca. Adesso la fidejussione da 600mila euro per l’iscrizione alla C1 non si sa chi sarà in grado di produrla. Addirittura a Empoli, per anni patria del calcio di livello a costi abbordabili, il presidente Corsi ha annunciato l’idea di mollare. Il pallone, evidentemente, logora chi lo fa.
Alla fine del salmo, restano da fare un paio di considerazioni. La prima riguarda i soldi che vengono buttati (perché spesso sono buttati) nel calcio, anche ad Arezzo. Al 30 giugno Severini e i suoi dovranno frugarsi in tasca e ripianare il bilancio, visto che quest’anno fra entrate e uscite c’è una differenza, spicciolo più spicciolo meno, di 700mila euro. Considerando l’investimento da un milione nel progetto-villaggio, tutto si può dire a questa dirigenza tranne di non aver messo il denaro sul tavolo. E in un periodo come questo, è manna dal cielo. La seconda considerazione riguarda la giornata di venerdì, in cui è in programma il Consiglio Federale. I capoccioni del calcio discuteranno anche di ripescaggi e l’Arezzo poi potrà regolarsi di conseguenza. Sperando che Severini non si stanchi e faccia un giorno come Vallarella, risalendo viale Buozzi fino a piazza della Libertà.

 

scritto da: Andrea Avato, 20/06/2012





COMMENTI degli utenti

Commento 1 - Inviato da: el lagarto, il 20/06/2012 alle 13:57

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 Ottima l'analisi di Avato!  La federazione sarà costretta a valutare in primis , la situazione economica di ogni socetà, in secondo luogo ,i programmi. In poche parole la concretezza e la sostanza di ogniuna. Di questi tempi 600.000 euro sono tantissimi, senza contare la campagna acquisti e cessioni, che di solito  sono più i costi dei ricavi. Io l'ho sempre detto: il futuro comincia da Arezzo e i nostri dirigenti sanno come fare.

Commento 2 - Inviato da: alti60, il 20/06/2012 alle 15:55

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Sarebbe anche il caso che si ridimensionasse il tutta a partire dai contratti super onerosi dei calciatori in  tutte le categorie ,un bel tetto ingaggi e via chi ci stà bene altrimanti fuori dai ...... che poi oltre i tantissimi soldi che prendono scommettono e fanno tutti i lacchezzi possibili e immaginabili,e chi ci rimette sono i tifosi che vedono scomparire le loro squadre perchè falliscono è ora di dire basta

 

Commento 3 - Inviato da: Libanese , il 20/06/2012 alle 16:07

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La federazione sarà costretta a valutare in primis , la situazione economica di ogni socetà, in secondo luogo 

I  PICCIOLI   che  altre società  pagano   sotto banco per farsi iscrivere con punti  di penalità...  nonostante i  colossali  debiti...,  poi  chi  non paga    sotto banco và a casaMoney mouth

Commento 4 - Inviato da: Libanese , il 20/06/2012 alle 16:08

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io  ci scherzo.., ma sinno  non si spiega  questa volonta  di  far tirare avanti  chi  è messo nella merda  da anni...

Commento 5 - Inviato da: el lagarto, il 20/06/2012 alle 19:42

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LIBANESE- Tu scherzi ma in fondo un pò di verità la dici. Questa volta però la federazione dovrà valutare attentamete tutte le situazioni altrimenti anche loro finiscono con il culo per terra.

ALTI60- Il monte ingaggi lo tirano su le grandi socetà, fanno a gara per accapparrarsi i nomi più importanti  facendo lievitare i costi e gli ingaggi. Non a caso in Italia vincono sempre le tre squadre a strisce. A meno che non capiti un'altra alluvione,

vedi Firenze

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