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SERIE D GIRONE E - Playoff e Playout

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NEWS

Pero Nullo, le Caldine, la neve dell'Amiata, i ko di Russi e Todi. Per noi sopravvissuti alla serie D

Questa categoria così bastarda l'abbiamo lasciata nel 1996, profittando della dabbenaggine del Borgo, e nel 2014, pagando. Ci apprestiamo a mandarla giù per l'ottava volta in ventotto anni e abbiamo imparato due cose. Non va approcciata con la puzza sotto al naso perché sennò ci sbattiamo i denti. Non va considerata già vinta solo perché siamo l'Arezzo, altrimenti ciao. Ricordato questo, siamo già a buon punto



Siamo sopravvissuti al gol di Bracciali a Tolentino. 5 settembre 1993, il primo gol dell'Arezzo in serie D che non portò nemmeno i due punti perché loro pareggiarono all'ultimo minuto.

Siamo andati oltre la sconfitta di Russi (12.027 abitanti nel ravennate) e le quattro partite di fila senza segnare un gol al Città di Castello tra il 1993 e il 1994.

Abbiamo metabolizzato il 3-0 con cui ci mise sotto l'Ellera e la “bambola” che ci dette la Pontevecchio di Cosmi sia all'andata che al ritorno, cui rubacchiammo due pareggini.

Non ci ha ammazzato prendere 6 pappine in casa da un Rieti già retrocesso (6 maggio 1995) né rimediarne 4 nel catino spartano di Todi (10 ottobre 2010).

Ci siamo ciucciati l'egemonia del Castel Rigone (406 residenti sopra al Trasimeno) e anche le prepotenze calcistiche del Casacastalda.

Siamo stati così polli da regalare giornate di gloria al Pierantonio e al Trestina, al Monteriggioni e alla Sansovino (a tavolino, per non farci mancare niente).

Il destino ci ha riservato l'amarezza di una goleada subìta a Piancastagnaio (4.064 abitanti nel senese) e di un 3-0 tondo tondo a Pontedera mentre ci festeggiavano in faccia la promozione coi capelli tinti di rosso.

Abbiamo sopportato sette partite di fila in casa senza vincere mai (tra settembre e dicembre 2012) e il tabù del Buitoni, dove ci aspettavano coi cartelli pro Perugia.

Ci siamo piegati a portare le bandiere a Montemurlo e Fiesole, a Colle Val d'Elsa e alla Gabelletta di Terni.

La storia ha voluto che diventassimo Atletico Arezzo e che bagnassimo il debutto con un 2-0 all'inglese a Sesto Fiorentino (per loro).

Abbiamo temuto le giocate di Pero Nullo e i falli laterali di Schettino, il piede morbido di Borozan e i gol di Cocilovo.

Ci facevano preoccupare il sintetico di Zagarolo, i fratelli Ceccagnoli, l'estro di Minincleri e bomber Tranchitella.

Abbiamo visto con i nostri occhi le linee del campo tutte storte a Piancastagnaio, un presidente fare il badarighe (e sventolare fuorigioco inesistenti) a Civitacastellana e un altro strappare i biglietti d'ingresso a Todi, perfino il bagagliaio di una Fiat Punto utilizzato come bar nel settore ospiti di Narni.

Gli annali raccontano del diluvio che ci accompagnò a Deruta e della neve che ci accolse sull'Amiata, della corsa ciclistica che bloccava l'accesso al campo delle Caldine e degli odori della sagra della porchetta che arrivavano fino alle tribune di Bastia.

Ci hanno fatto godere, incredibile ma vero, le trasferte di Senigallia e Osimo, di Greve in Chianti e Faenza.

E anche i ristoranti di Spoleto, Ostia Mare, Jesi e Riccione.

Questa categoria così bastarda l'abbiamo lasciata nel 1996, profittando della dabbenaggine del Borgo, e nel 2014, pagando.

Ci apprestiamo a mandarla giù per l'ottava volta in ventotto anni e abbiamo imparato due cose. Non va approcciata con la puzza sotto al naso perché sennò ci sbattiamo i denti. Non va considerata già vinta solo perché siamo l'Arezzo, altrimenti ciao. Ricordato questo, siamo già a buon punto.

 

scritto da: Andrea Avato, 09/09/2021





Folklore in serie D
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