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SERIE C GIRONE B - 13a giornata

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Gascoigne, Zeman e tanto Arezzo

Roberto Bacci torna in amaranto per guidare la Berretti: “Una bella soddisfazione, un impegno che ho preso con tanto entusiasmo”. A ritroso nel tempo fino agli inizi della carriera da calciatore, il settore giovanile del Toro, lo sbarco alla Lazio, Zoff e Zeman, Zola e Baggio, Riedle e Gascoigne. Il rientro sfortunato in granata e l’arrivo ad Arezzo con due play-off persi, due grandi squadre, Cosmi e Cabrini, Bazzani e Frick. Fino alle scarpette appese al chiodo, il patentino da allenatore e la nuova avventura che sta per cominciare. Un’intervista a tutto tondo.



con Gazza Gascoigne ai tempi della LazioIl primo ricordo di Roberto Bacci che ho stampato in mente è quel gol che segnò ad Ancona nella semifinale play-off. Era il 2000, l’Arezzo aveva pareggiato 1-1 in casa e doveva vincere per forza in trasferta, contro un avversario forte e quadrato. Bacci firmò l’1-0 all’inizio del secondo tempo con un tiro da fuori area. Sembrava il prologo di una grande impresa, fu l’inizio della fine. Neanche due minuti e pareggiò Corallo, poi proprio Bacci venne espulso e l’Arezzo restò in dieci. Dai e dai, l’Ancona vinse 2-1 e chiuse un ciclo d’oro per il calcio amaranto. Serse Cosmi lasciò la panchina dopo cinque stagioni da favola, Bazzani tornò a Venezia, la rosa venne smembrata e di lì a qualche mese ci fu pure il passaggio di consegne alla presidenza della società, con Bovini che cedette il posto a Piero Mancini. Bacci, che all’epoca aveva 33 anni, restò e fece da chioccia alla nuova squadra, affidata ad Antonio Cabrini. Dopo un inizio disastroso, le cose si misero per il verso giusto e addirittura l’Arezzo centrò i play-off, persi contro il Livorno. Era la stagione di Frick e Ricchiuti, tanto per citarne due che poi hanno fatto carriera. Bacci era la guida del gruppo e dall’alto della sua esperienza sapeva sempre cosa fare, sia in campo che fuori. Infatti nel 2002, accortosi che Enzo Ferrari gli preferiva Firicano, appese le scarpette al chiodo e passò dietro a una scrivania. Responsabile del settore giovanile, questo il suo incarico. Ma durò solo qualche mese, poi Bacci decise di fare altre esperienze.

Dopo sei anni, l’Arezzo ha ufficializzato il suo ritorno, affidandogli la guida tecnica della Berretti. Lui, l’ex pupillo di Dino Zoff, il mediano che dava filo da torcere a tutti i fantasisti della serie A, l’amico di Gazza Gascoigne, nel frattempo è diventato allenatore e ha scelto la strada da seguire per il suo futuro professionale. I ruoli dirigenziali non lo attirano più di tanto, il campo e la panchina decisamente sì.

Ti aspettavi di tornare all’Arezzo?

“Ci speravo. Rondini, il responsabile del vivaio, mi ha chiamato mentre ero a fare uno stage con gli Esordienti della Fiorentina. Avevo allenato lì l’anno passato, pensavo di restare”.

Invece?

“Invece eccomi qua. E’ un ritorno piacevole, ho accettato con entusiasmo. Del resto qua ci ho giocato, in questa città ci vivo. Non potevo non gradire”.

Perché te ne andasti a suo tempo?

“Andò via Iacobucci, arrivò Fioretti a fare il direttore generale. Portò Galantini e in due a gestire il settore giovanile saremmo stati in troppi. Decisi di provare altre esperienze, all’epoca ragionavo ancora da calciatore, non sapevo cosa mi avrebbe riservato il futuro”.

Piero Mancini l’hai sentito?

“Certo. Con lui eravamo rimasti in buoni rapporti. Gli ho telefonato un mese fa, l’ho salutato. Tra noi nessun problema”.

Di quei mesi da dirigente cosa ti è rimasto?

“Una sensazione strana. Avevo appena smesso di giocare, non avevo ancora la testa giusta per gestire un settore giovanile. E’ anche per questo che scelsi di andarmene”.

Chi c’era nel vivaio di allora?

“Nei Giovanissimi c’erano Sereni, Pelagatti, Lancini. Ritrovarli oggi cresciuti e migliorati è stato bello”.

Nel frattempo cosa hai fatto?

“Ho preso il patentino a Coverciano, frequentando il corso insieme a Ferrara, Torricelli, Marchegiani, Costacurta. Oggi so che il mio obiettivo è fare l’allenatore”.

Quattro anni al Chimera, qua ad Arezzo, creando una struttura organizzatissima con tante squadre giovanili. Poi la Fiorentina. Giusto?

“Insieme a Beruatto, Pozza, Tuzzi abbiamo costruito un settore giovanile forte. Molti ragazzi del Chimera sono andati alla Fiorentina, Padelli lo cedemmo alla Juve e adesso me lo ritrovo in Berretti. A Firenze ho guidato gli Esordienti, mi sono divertito a fare l’educatore più che l’allenatore”.

Come ti sembra questa Berretti amaranto?

“Buona squadra, abbiamo tutti elementi del ’92 e qualcuno del ’91. Una decina di questi vengono da fuori, da Perugia, da Roma, da Napoli. Però l’obiettivo è uno: lavorare bene sul nostro territorio. Con la Tuscar c’è un progetto ben avviato da Rondini per coinvolgere i ragazzi fin da piccoli. Ora con Ceravolo verranno risistemati tutti i settori della società. Ci vuole un po’ di pazienza”.

in posa sotto lo stemma del CavallinoTu sei di Barga, provincia di Lucca. A 15 anni ti prese il Toro. E lì cominciò la tua carriera.

“Al Toro sono rimasto fino a 19 anni, ma non ho mai debuttato in prima squadra. Con me c’erano Osio, Bresciani, Lentini, Fuser. I primi tempi feci fatica anche fuori dal campo, venivo da un paesino e trovarmi in una grande città non fu semplice. Poggi e Lerda diventarono amici veri, stavamo sempre insieme”.

E poi?

“Andai in prestito al Pavia insieme a Massara e Rambaudi. In cambio il Toro prese Crippa. Poi sono stato pochi mesi a Como, dove Vitali non mi vedeva, e quindi a Mantova in C1. La Lazio seguiva Lampugnani e acquistò anche me. Ancora facevo il difensore centrale”.

1990, lo sbarco a Roma.

“Traumatico. La Lazio mi comprò poco prima di Riedle. Ci presentarono insieme, ci portarono al Colosseo a fare le foto. Ma tutti guardavano lui e a me non mi conosceva nessuno. Avevo 23 anni, mi sembrava di sognare. L’allenatore era Zoff, un mito del calcio. Se ripenso al giorno in cui l’ho incontrato, ancora mi emoziono”.

E’ vero che eri il suo pupillo?

“Mi stimava perché facevo il mio. Tra infortuni e squalifiche, debuttai da titolare alla prima di campionato, guarda caso sul campo del Toro. Finì 0-0, marcai Martin Vazquez e giocai bene. Quell’anno misi insieme 17 presenze, la stagione successiva addirittura 30, tutte da centrocampista”.

Presidente era Calleri, se non sbaglio.

“Esatto. Quando Zoff se ne andò, prese Zeman. Mi vedeva terzino, ci massacrava agli allenamenti. Era una sofferenza anche per me, che sono sempre stato un corridore. Qualcuno, tipo Cravero, andava fuori di testa”.

Gli almanacchi riportano un tuo gol e basta in serie A. E’ così?

“Vero. Segnai a Spagnulo del Genoa, all’Olimpico, con Zeman in panchina. Vincemmo 4-0”.

Aneddoti di quel periodo?

“Sembra la classica frase fatta, ma eravamo un gruppo di bravi ragazzi. C’era gente forte, penso a Boksic, a Winter, a Ruben Sosa. Giocavamo a briscola in cinque: io, Signori, Casiraghi, Orsi e Cravero”.

Non mi dici niente di Gascoigne?

“Un matto vero, ma un matto simpatico. Gli volevamo tutti bene perché era un generoso, anche se in campo c’è andato poco. Peccato, era un talento. Ci mandava al manicomio con gli scherzi: annodava i lacci delle scarpe, metteva il vino nelle borracce d’allenamento al posto dell’acqua. A Calleri, quando c’era qualche serata importante, infilava sempre il palloncino sulla sedia. Lui si sedeva e veniva fuori la pernacchia”.

Il suo amico Jinny cinque pance l’hai conosciuto?

“Erano sempre insieme. Gazza una volta gli tagliò tutte le sopracciglia, nonostante avessero bevuto entrambi come spugne. Però ti ripeto: a Gascoigne non si poteva non volere bene”.

E con la curva Nord come andarono le cose?

“Benissimo. Per la mia centesima presenza con la Lazio, mi fecero anche gli striscioni. Io e Corino eravamo molto amati, davamo tutto e la gente apprezzava”.

E i giornalisti?

“A Zoff chiedevano sempre: ma perché gioca Bacci? Però a me non mi hanno mai rotto le scatole”.

Calleri lascia la Lazio a Cragnotti, compra il Toro e tu lo segui.

“Sì. 1995, anno sfortunato. Perdemmo 5-0 il derby con la Juve, Vialli ce ne fece tre. Retrocedemmo in B e io passai in prestito al Verona. L’anno dopo andai a Modena, al Toro non ho avuto fortuna”.

Quel 5-0 fu una macchia indelebile.

“E pensa che a Roma di derby ne ho giocati 10, perdendone solo uno. Due li ho vinti e sette pareggiati. I primi anni finiva sempre in parità, troppa tensione”.

Ricordi?

“Nella Roma c’erano Giannini, Desideri, Di Mauro. Romani e romanisti, era una guerra in campo”.

Chi è che ti faceva dannare per marcarlo?

“Zola. Con lui andavo in difficoltà, l’ho affrontato otto volte e mi ha sempre messo in crisi. Con Baggio meglio, Maradona l’ho incrociato nel ’90, quando lui era in calo. Non fa testo”.

A chi non ti ha visto giocare, cosa diciamo? Che centrocampista eri?

“Ero forte fisicamente, correvo tanto, aggredivo. E poi potevo ricoprire diversi ruoli, mi è mancato il portiere sennò li ho fatti tutti. Non cercavo numeri inutili, io rubavo palla e l’appoggiavo subito al compagno. E comunque mi sono sempre sentito più difensore che centrocampista”.

l'Arezzo della stagione 2000/01Infatti nel ’99, quando arrivasti ad Arezzo, Cosmi ti fece giocare dietro.

“Ero svincolato, mi chiamò Sabatini e mi spiegò che c’era il progetto di andare in B. Però non bisognava dirlo in giro. Accettai subito, sapevo che qua si stava bene”.

E Cosmi?

“Il primo giorno arrivai con la borsa del Toro. Lui la vide e me la sequestrò. Aveva un amico tifoso granata, gli fece un regalo. Serse fu una sorpresa per me, abituato ad allenatori molto distaccati. Aveva un rapporto familiare col gruppo, i tifosi gli volevano bene. Fu una bella stagione”.

Quella squadra lì a Cosmi è rimasta nel cuore, tu lo sai.

“Penso che Serse debba tanto a quei giocatori. E’ grazie a loro se ha fatto il salto in serie A. C’era uno spogliatoio affiatato, altrimenti non avremmo fatto risultato. E poi c’era la qualità: Bazzani, Antonioli, Rinino, Tarana. Eravamo forti. Purtroppo ci sono mancati due minuti…”.

Ad Ancona.

“Segnai io, l’arbitro fermò Tarana per un fuorigioco inesistente, pareggiò Corallo, poi venni espulso. E addio. In finale avremmo trovato l’Ascoli, non ci sarebbe stata storia, credimi”.

L’anno dopo idem: play-off e delusione.

“Restammo io e pochi altri. Cambiò la società, il nuovo diesse Tito Corsi comprò Vendrame, Ricchiuti e Frick e lì cambiammo passo. Sei vittorie di fila ci portarono in alto, Cabrini fu bravo a darci la quadratura giusta. Quell’anno giocavamo con un incontrista solo, Campofranco, Ricchiuti che faceva la mezz’ala, due esterni e due punte come Frick e Benfari. Ai play-off ci arrivammo stanchi, perdemmo netto col Livorno”.

L’Arezzo di Cosmi o quello di Cabrini? Qual era più forte?

“Difficile rispondere. Quello di Cabrini era fortissimo in attacco. Quando buttavamo la palla ai giocatori davanti, eravamo già con le braccia alzate perché un gol lo facevano di sicuro. Quello di Cosmi era più tosto, più solido, con Martinetti e Caracciolo in mediana. In uno scontro diretto, forse avrebbe vinto”.

Il tuo rimpianto più grande, Ancona o Livorno?

“Ancona senza dubbio”.

Tornassi indietro, smetteresti di giocare a 35 anni?

“No, feci una cavolata. Fisicamente stavo bene, mi divertivo. Fu un errore, ormai è andata”.

Cosa c’è nel tuo futuro?

“Non lo so. Guardo a quest’anno e basta. Sono contento di essere tornato all’Arezzo, spero di fare bene, Ci tengo molto, per il futuro vedremo”.



scritto da: Andrea Avato, 25/09/2009