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SERIE C GIRONE B - 20a giornata

RISULTATI CLASSIFICA PROSSIMO TURNO
Arezzo23Feralpi Salò
Imolese11Padova
Modena20Gubbio
Legnago21Vis Pesaro
Fano00Perugia
Mantova10Fermana
Matelica32Triestina
Samb51Carpi
Sud Tirol21Ravenna
Cesena13V. Verona
MONDO AMARANTO
Nanci sulla neve con la papala amaranto
NEWS

Paolo Bertini, il mio fischio libero

Gli inizi di carriera, le trasferte in treno per dirigere partite in paesini sperduti, quella volta a Pagani che i tifosi sfondarono il tetto dello spogliatoio. E poi l’ascesa in serie A, le soddisfazioni, fino all’amarezza per calciopoli e quella passione di una volta che l’inchiesta ha un po’ spento. L’arbitro aretino racconta se stesso e la sua vita



Paolo Bertini nel suo ufficio di promotoreSarà che intervistare gli arbitri di calcio è sempre piuttosto difficile: ci vogliono autorizzazioni, nulla osta e concessioni dei vertici federali. Sarà che la desuetudine dal parlare con loro rende il colloquio una sorta di occasione da prendere al volo, da non lasciarsi scappare. Fatto sta che una volta spento il registratore e riposto il taccuino, mi sono venute in mente altre cento domande da rivolgere a Paolo Bertini. Però avevo già abusato abbastanza della sua pazienza e mi sono dovuto accontentare. Reduce da un’estate tribolata, in cui lui come tanti altri è finito nel tritacarne di calciopoli per uscirne pulito già dopo il primo grado di giudizio, l’arbitro di Arezzo ha metabolizzato il tutto ma ha perso un po’ di quella passione, di quell’entusiasmo che lo avevano accompagnato fin da ragazzino sui campi della penisola, concedendo rigori, estraendo cartellini e fischiando fuorigioco. Non dev’essere il massimo della vita ritrovarsi all’improvviso dentro le aule di tribunale, tra avvocati e pubblici ministeri, magistrati e procuratori federali, sbattuto sulle prime pagine dei giornali, dentro i notiziari televisivi, sospettato di aver fischiato in favore dei potenti e da molti condannato prima ancora di potersi difendere. In quei momenti chissà quanto potevano contare gli anni spesi dentro la sezione e tutte le soddisfazioni di una carriera in costante ascesa… Ad ogni modo, quando ho chiesto a Paolo se consiglierebbe ancora a un ragazzo di 15 anni di intraprendere la carriera di arbitro, lui mi ha risposto di sì: “Il contesto è sano, fondato sulla correttezza, sul rispetto delle regole, sull’onestà. Fare l’arbitro, inoltre, aiuta a crescere. Già alle prime partite ti trovi a gestire ventidue calciatori più le panchine, gli allenatori, i genitori che stanno in tribuna. Sono situazioni complesse che portano in dote una maturazione importante. Non è vero che troppe responsabilità sono un peso insostenibile. Io dico al contrario che le responsabilità fanno crescere”.

Questo vale anche per le ragazze?

“Sì. Certo, l’ambiente è essenzialmente maschile, ma una volta superato l’handicap iniziale, non ci sono differenze tra uomini e donne”.

La sezione di Arezzo è considerata una delle più attive d’Italia. Direi che un po’ è anche merito tuo.

“E’ merito di tutti, a cominciare dal presidente Carlo Polci. Adesso la sezione è mobilitata per sostenere la candidatura di Marcello Nicchi alla presidenza dell’Aia. Le elezioni sono in programma per il 24, 25 e 26 novembre, speriamo vada tutto per il verso giusto”.

Quanto è stata importante la nuova sede per lo sviluppo delle vostre attività?

“Moltissimo, per tirarla su c’è voluto un lavoro mastodontico da parte di tutti, ma adesso ne raccogliamo i frutti. Una sede così non ce l’ha nessuno in Italia, per questo mi sento in dovere di ringraziare ancora una volta il Comune di Arezzo per l’aiuto che ci ha dato”.

E a te chi ha dato una mano quest’estate?

“Mauro Messeri, il mio avvocato. E poi gli amici, oltre a tanta gente, tanti concittadini che neanche conoscevo e che hanno avuto la cortesia di esprimermi vicinanza, di stringermi la mano. Mi ha fatto piacere, sono stati un supporto prezioso”.

Tu sei anche un tifoso dell’Arezzo, un quartierista di Porta Santo Spirito. La città la vivi a fondo, te l’aspettavi così vicina?

“Forse no. E’ stata una bellissima sorpresa”.

Cosa ti ha lasciato l’inchiesta sul calcio?

“Il ricordo di una gran confusione. C’era bisogno di fare pulizia ed è stata trovata una scorciatoia che ha coinvolto tanti arbitri che non c’entravano niente, giusto per rendere più eclatante la vicenda”.

Scandalismo?

“Beh, se tiri dentro gli arbitri la risonanza mediatica è assicurata. Che però noi fossimo estranei alle accuse lo dimostra il fatto che siamo stati tutti assolti, tranne uno”.

De Santis.

“Sì, ma non voglio giudicare la sua storia”.

Sul piano umano, come l’hai vissuta questa situazione?

“All’inizio con sorpresa, poi con grande dispiacere. Essere trattato come uno che aveva contribuito a sporcare il calcio, per me che a questo sport ho dedicato una vita, è stato tremendo”.

Dimmi del processo. Molti l’hanno definito farsesco.

“L’aria che si respirava era di giustizialismo. La vicenda era stata gonfiata a tal punto che si pretendeva la testa di qualcuno. Se ne siamo usciti puliti, vista l’accuratezza con cui il processo è andato avanti, vuol dire che a nostro carico non c’era proprio niente di niente”.

Che idea ti sei fatto di calciopoli? Il calcio era veramente così marcio?

“Che qualcosa non funzionasse era percepibile da tempo, non c’era bisogno dello scandalo. Eppure è sembrato che la gente si accorgesse di certe anomalie soltanto dopo l’avvio dell’inchiesta. Dirò di più, è sembrata una vergogna che Bergamo e Pairetto parlassero con i dirigenti delle società, di tutte le società, quando è lo statuto federale che impone la nomina del designatore d’intesa col presidente di Lega, cioè col presidente dei club di A e B.La Federazionene aveva messi due, probabilmente per creare un contrappeso di forze”.

Alcuni colloqui però sono sembrati un po’ troppo confidenziali.

“Vero, infatti se ne sta occupando la magistratura. Però vi dico che da tutte le parti il lunedì c’è il lacrimatoio, a cominciare dalla terza categoria. I dirigenti che pensano di aver subito un torto telefonano al presidente provinciale e si raccomandano di avere fischietti di spessore alle partite successive. Da noi si era arrivati all’esasperazione, ma i contenuti delle telefonate andrebbero inseriti nel loro contesto, non estrapolati e pubblicati senza il contorno”.

La cupola è stata un’esagerazione giornalistica?

“La cupola riguardava soprattutto l’accordo sui diritti televisivi e sul potere mediatico di certe società, che tramite giornalisti amici gestivano intere trasmissioni”.

Hai mai avvertito pressioni anomale su di te?

“Mai. Del resto, ci sono nove mesi di intercettazioni telefoniche. Ci fossero state pressioni indebite su di me o sui miei colleghi, sarebbero saltate fuori. Noi arbitri siamo sempre andati in campo sereni, pur sapendo che le selezioni interne erano condizionate anche dal parere delle grandi società e dal condizionamento dell’opinione pubblica messo in piedi dai mass media”.

Ti sei mai sentito un arbitro non libero?

“Mai”.

Quando hai saputo che l’ex vicepresidente della Figc, Innocenzo Mazzini, oppure il tuo designatore Paolo Bergamo ti definivano ambiguamente un arbitro amico, come ti sei sentito?

“Usato. Pensa che i miei rapporti con Mazzini erano praticamente nulli, sapevo chi era e basta. Da Bergamo non me l’aspettavo, anche se giudizi personali non mi va di darne. Forse ha dovuto dire quelle cose perché obbligato dal ruolo che ricopriva”.

Adesso è migliorata la situazione?

“Con Stefano Tedeschi mi trovo bene”.

in una delle sue tante domeniche sul campo Il fatto che la prima partita che hai arbitrato dopo il processo sia stata Cesena-Juventus, come l’hai preso?

“Credo sia stato un segnale mandato all’esterno. Non dovevano esserci più preclusioni di sorta”.

Dentro gli stadi c’è più ostracismo verso voi arbitri?

“Non più di prima, la gente ha capito che non c’entravamo niente”.

Però nei tuoi confronti io ho notato un certo accanimento da parte della stampa. Tu no?

“Tra i giornalisti, gli arbitri di amici ne hanno sempre avuti pochi. Quest’estate ho dovuto sporgere querela contro sette testate. Adesso i giornali non li compro più, così faccio prima”.

Non posso non chiederti che tipo di rapporti avevi con Moggi.

“Normalissimi. Dopo nove anni di serie A c’erano persone che incontravo più spesso di altre, ovviamente in funzione delle designazioni che ricevevo: Moggi oppure Meani del Milan, oppure ancora Susini dell’Inter. Ci salutavamo e stop”.

L’episodio di Paparesta chiuso nello spogliatoio da Moggi ti ha fatto sorridere o arrabbiare?

“Mi ha fatto sorridere”.

C’erano davvero società che decidevano i destini dei direttori di gara?

“Tutte le grandi società avevano il potere di incidere sulla stagione di un arbitro. Per aver convalidato un gol di mano di Vryzas durante un Perugia-Inter, mi furono assegnate solo due partite in tutto il girone di ritorno. Eppure avevo già diretto dieci gare nel girone di andata ed ero appena diventato internazionale”.

Pensi sia giusto togliere l’Associazione arbitrale dal controllo della Federcalcio?

“Sì, gli arbitri devono avere un’autonomia gestionale ed economica, cosa impossibile fino a poco tempo fa perché c’era l’interesse a tenerci sotto osservazione diretta”.

Parliamo della tua carriera. Il fatto di essere figlio d’arte è stato importante?

“Mi ha aiutato nel compiere il primo passo, conoscevo l’ambiente, non è stato difficile cominciare”.

Tu a calcio hai giocato?

“Fino a 15 anni, ero un difensore tignoso ma corretto”.

Mai espulso?

“Mai, in vita mia ho preso solo un’ammonizione”.

Per proteste?

“No, per carità. Per un fallo”.

Tuo padre quanto ti ha aiutato?

“Molto, avevo bisogno dei suoi consigli”.

Ti ricordi i tuoi debutti tra i dilettanti?

“Mi ricordo l’esordio in Prima categoria a Chianni, un posto tra Pisa e Livorno: Chianti-Capanne 2-1. Poi mi ricordo uno Spoleto-Foligno, promozione umbra, con vittoria del Foligno. Era il1990”.

Cosa ti è restato nella memoria di quegli anni?

“Era tutto un altro mondo. Era diverso l’allenamento, la preparazione della partita, l’arbitraggio stesso. All’epoca in Promozione c’erano squadre vere, con giocatori forti e duemila persone in tribuna. Non c’era la televisione, ma per un arbitro era più bello”.

Di quello spirito lì, quanto e cosa ti è rimasto?

“L’entusiasmo è più sfumato, anche a causa di quanto mi è capitato nei mesi scorsi. Mi resta l’attaccamento a certi valori, però il clima dell’epoca è irripetibile. Soltanto organizzare le trasferte era un’impresa: partivo con il treno per andare in certi paesini sperduti che non ho più rivisto in vita mia”.

prima di Roma-Inter con Totti e ZanettiQual è il pregio che ti riconosci quando sei in campo?

“Riesco a percepire in anticipo lo sviluppo dell’azione, a cavalcare il clima della partita. Mi accorgo se c’è agonismo, semplice animosità o se invece c’è cattiveria. Lasciar giocare, secondo me, contribuisce a creare spettacolo. Solo che oggi il calcio è asettico, quindi il mio stile è diventato anacronistico. Infatti questo pregio è anche il mio difetto”.

Mi racconti qualche aneddoto, qualche fatto curioso della tua carriera?

“A Pagani, in serie D, uscii con la camionetta della polizia. I tifosi inferociti avevano addirittura sfondato il tetto dello spogliatoio”.

Ricordi positivi?

“Ero alla seconda presenza in B e fui sorteggiato per Torino-Genoa, una partita di cartello. Mi sembrava di aver combinato un gran casino, invece Paolo Casarin, che era venuto a vedermi, mi fece i complimenti”.

Tu sei un fischietto internazionale, ma ti manca la Champions. Hai abbandonato le speranze?

“No, ho ancora tre anni di tempo, mi auguro di riuscirci. Dopo, potrei pure smettere”.

Ci sono giocatori che hai apprezzato per la loro correttezza?

“Ce ne sono eccome, ma fare nomi è antipatico. Posso citare Pessotto, lui sì”.

Durante l’intervallo, controlli le immagini della televisione?

“No”.

Qual è la partita che hai diretto meglio?

“Roma-Juventus di tre anni fa. Finì 2-2, fu molto bella. Segnarono Totti, Cassano, Del Piero e Nedved”.

Invece ce n’è una che ti è rimasta sullo stomaco?

“Ce ne sono diverse, tutte quelle in cui commetti un errore e te lo porti dietro fino alla fine”.

Capita una cosa del genere?

“Capita sì, soprattutto con gli errori disciplinari. L’errore tecnico lo cancelli, quello disciplinare un po’ meno. Mi spiego: dare o non dare un rigore non influisce. Ammonire o non ammonire invece ha delle ripercussioni più marcate sulla partita”.

C’è stato un arbitro che hai preso a modello o che ancora oggi rappresenta un esempio per te?

“A me piace l’arbitro che lascia giocare, tipo Braschi, ma anche Collina”.

Collina è stato veramente il più bravo del mondo?

“Collina ha saputo coniugare un’ottima qualità tecnica e un’eccellente capacità manageriale, gestendo il suo personaggio. Sapeva discernere il metro di giudizio da utilizzare in ogni occasione”.

C’è un giovane emergente che sta crescendo bene?

“Ne cito due di Arezzo: Pecorelli in serie C e D’Ascoli in serie D”.

Perché gli arbitri non possono parlare con la stampa a fine gara?

“Perché non c’è tutta questa necessità. E’ più che altro un’esigenza giornalistica, ma mandare un arbitro davanti alle telecamere, con tutto lo stress della partita, sarebbe come liberare un passerotto all’apertura della caccia. Se invece l’arbitro potesse spiegare le sue decisioni tecniche in un contraddittorio equilibrato, perché no?”.

Arbitro e promotore finanziario: quanto tempo ti resta per la famiglia?

“Pochissimo, infatti mia moglie Daniela si meriterebbe un monumento. E’ lei che segue Elena e Tommaso, 3 e 8 anni, i nostri figli”.

Con tuo fratello Francesco, neo preparatore atletico dell’Arezzo, che rapporto hai?

“Ottimo, quest’estate la preparazione atletica me l’ha seguita lui. Gli faccio un grosso in bocca al lupo per la nuova avventura”.

Paolo, l’intervista è finita. Non ti ho chiesto niente dell’Arezzo né della sua vicenda giudiziaria.

“Tanto avrei risposto solo che dell’Arezzo sono un grande tifoso”.

scritto da: Andrea Avato, 25/11/2006