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SERIE C GIRONE B - 20a giornata

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Giuliano Sili: "Vado in pensione, anzi no"

Uno dei dirigenti più abili e navigati del calcio aretino si trova sospeso tra passato e futuro. Le recenti delusioni di Sansepolcro e San Giovanni non l’hanno scalfito e ora deve decidere se dedicarsi alla famiglia o ricominciare a lavorare da qualche altra parte. Lui dice: “Fra poco divento nonno e la tentazione di godermi la casa c’è eccome. Ma se l’Arezzo chiamasse…”. Botta e risposta su Ciancilla e Mancini, Pieroni e Fioretti, Discepoli e Sarri, Moggi e Matarrese.



Giuliano Sili nella sua casa di PatrignoneGiuliano Sili, classe ’50, nelle ultime settimane è tornato agli onori della cronaca in modo inatteso e un po’ amaro. Avviato al calcio da Guerrino Zampolin, amato e discusso ad Arezzo, rimpianto a Livorno, capace di tirare fuori il sangue dalle rape, abilissimo a scovare talenti sconosciuti grazie ai quali metteva in piedi plusvalenze da capogiro (vere, non tarocche), lui, il Giuliano Sili che ha portato il Montevarchi a sfiorare nientemeno chela B, è stato contestato prima a Sansepolcro, con scritte pesanti sui muri dello stadio, e poi a San Giovanni Valdarno, dove il presidente Ciancilla avrebbe voluto affidargli la gestione della società. Eppure Sili è uno che mastica di pallone come pochi, conosce giocatori dalla A ai dilettanti, ha il fiuto del talent scout e la competenza per leggere le carte federali, oltre alla diplomazia necessaria per tenere buoni rapporti con Lega e istituzioni.

Giuliano, cosa è successo?

“Cose che capitano, il calcio è così. Non mi abbatto certo per questo”.

Partiamo dalla fine. Ciancilla la chiama a San Giovanni e dopo due giorni lei se ne va.

“Ciancilla ha avuto fretta, avevo chiesto tempo per valutare la sua offerta. Io sono un personaggio scomodo. Se non mi danno le responsabilità che chiedo, non resto. E sono venuto via”.

Ora Ciancilla si è dimesso. Sorpreso?

“No, me l’aspettavo. Non bisogna mai fare il passo più lungo della gamba e un presidente non può stare a duecento chilometri di distanza, perché non vive la società tutti i giorni e non può risolverne i problemi”.

Sili alla Sangiovannese: a qualcuno è sembrata una provocazione. Cosa risponde?

“Di provocazione ha parlato il sindaco Tarchi, ma solo in riferimento a Ciancilla. Per quanto mi riguarda, conla Sangiovanneseho sempre avuto ottimi rapporti. L’ex presidente Casprini, col quale c’era grande stima reciproca, spesso mi diceva che voleva portarmi con lui. Semmai ho fatto arrabbiare qualcuno quando ho detto che il derby Sangiovannese-Montevarchi non lo sentivo più di tanto. Per me il derby è Arezzo-Perugia, è Pisa-Livorno”.

Non ha avuto il sospetto che Ciancilla volesse sfruttare la competenza di Sili per rifarsi un po’ l’immagine?

“No, questo no. Anzi, quando gli ho detto che volevo lasciare, ha capito e mi ha dato ragione. In due giorni, comunque, gli avevo già messo a posto diverse cose”.

Questo a San Giovanni. Qualche settimana prima, situazione simile a Sansepolcro. Lei arriva su indicazione di Piero Mancini e scoppia la rivolta. Perché?

“Ci sono piazze in cui si può fare calcio e altre piazze in cui il calcio può farlo solo gente del posto. Sansepolcro è una di queste. Lì vedono gli aretini come il fumo negli occhi, si sentono romagnoli. Siccome io sono scomodo, non delego, mi prendo oneri e onori, avrei potuto resistere solo se la squadra avesse ottenuto i risultati, cosa che non è successa”.

Chiudere in quel modo com’è stato?

“Non mi ha fatto né caldo né freddo perché non mi sento colpevole. Forse ho urtato la suscettibilità di qualcuno che era dentro la società, ma io coi soldi degli altri sono abituato a rendere conto. Lì coi soldi degli altri volevano comandare, spendevano e spandevano. E a me non stava bene”.

Dopo tutto ciò, i suoi rapporti con Mancini come sono?

“Non sono cambiati, ci sentiamo spesso. Mancini ha lo stesso problema di Ciancilla: le sue aziende non gli consentono di seguire la società tutti i giorni e quando il presidente in sede non c’è mai, anche l’impiegatuccio si sente padrone. Il calcio richiede impegno quotidiano”.

C’è stato un momento in cui ha pensato, o sperato, di diventare il direttore sportivo dell’Arezzo?

“No, con Mancini non ne abbiamo mai parlato. Però non nascondo che tornare in amaranto per me sarebbe molto stimolante”.

Di Pieroni cosa pensa?

“Per un uomo di calcio è difficilissimo lavorare nell’ombra, anche se lui nell’ombra non ci sta. A me non riuscirebbe. Sul passato di Pieroni non voglio giudicare, dico solo che abbiamo cominciato più o meno insieme e lui ha avuto un po’ di fortuna in più rispetto a me. Abbiamo caratteri diversi, ma a me piace il mio e me lo tengo volentieri”.

Lei ha iniziato a fare il dirigente di calcio che ancora andava a scuola. Giusto?

“Andavo a Ragioneria, frequentavo il circolo amaranto in via Pietro da Cortona, dove c’era Steno. Organizzavamo i tornei dei bar. Guerrino Zampolin, segretario dell’Arezzo, mi vedeva sempre indaffarato a riempire moduli e fogli vari, così mi propose di dargli una mano. Era il 1965. La mattina andavo a scuola, il pomeriggio in sede. All’inizio facevo il ragazzino di bottega: bollettini alle poste, versamenti in banca. Da lì ho cominciato”.

Il calcio di quei tempi com’era?

“Era un calcio dove una stretta di mano valeva più di tutto il resto”.

Un presidente in quegli anni guadagnava soldi o no?

“No, in genere i presidenti non erano magnati. C’era un consiglio, tutti mettevano qualche soldo e alla fine bisognava sempre sanare i debiti. Ricordo che Enzo Ficai controllava anche le telefonate che facevo e mi diceva: taglia, taglia”.

Quando si è sposato?

“Nel 1976. Mia moglie Lia mi ha sempre appoggiato e seguito, anche se la domenica avrebbe preferito vedermi più spesso a casa”.

Mai litigato per colpa del pallone?

“Nell’ultimo periodo a Montevarchi, quando ho dovuto tirare fuori un po’ di soldi di tasca mia. Altrimenti no”.

Agli esordi da dirigente con il LivornoFigli?

“Due figlie, Francesca di 30 anni e Anna di28”.

Per quante società ha lavorato in carriera?

“Dopo Arezzo sono stato a Prato, poi Livorno, Massese, Alessandria, Montevarchi, di nuovo Arezzo dall’89 al ’92, ancora Montevarchi”.

Vittorie?

“Quattro promozioni in C1 a Prato, Livorno e due volte a Montevarchi. Ma sono vittorie anche i tanti giocatori scoperti e valorizzati”.

Quale squadra le è rimasta nel cuore?

“Livorno. Arrivammo primi senza perdere mai e con soli 7 gol al passivo. C’erano Renzo Melani in panchina, giocatori bravi e di carattere come De Rossi, Ilari, De Poli, Palazzi, Meloni, Casarotto. Si era creato un entusiasmo tale che feci costruire anche l’impianto di illuminazione dello stadio, a gasolio”.

Chi la portò a Montevarchi?

“Terziani. Fummo ripescati in C2 al posto del Palermo, che venne radiato. L’anno dopo chiamai Benvenuto in panchina e vincemmo il campionato. Terziani mi dette una grande dimostrazione di fiducia chiamandomi a Montevarchi. Qualche stagione prima avevamo litigato ad Arezzo, perché io non approvavo la gestione tecnica di Piero Cucchi e lui fece qualche operazione di mercato sopra la mia testa. Con quell’incarico passò tutto”.

Dopo Montevarchi, il ritorno ad Arezzo.

“Esatto, era il 31 gennaio del 1989, Gianfranco Duranti alla presidenza, gestione Butali, sede in via Veneto. Le prime ventiquattr’ore furono tremende: il primo febbraio era convocata l’assemblea per ripianare il debito della società. Il notaio Cirianni cominciò a leggere il verbale davanti ai due Fabbroni, a Seri, Farsetti, Caldelli. C’era anche il figlio di Butali. Il debito era spaventoso, dodici miliardi, accumulato in due anni e mezzo. Eppure Butali ripianò. La mattina dopo ci fu la conferenza stampa della mia presentazione, che finì prima di cominciare perché Caldelli e il giornalista Nanni Melani litigarono di brutto. Io mi alzai e andai via. Questo fu il mio ritorno ad Arezzo”.

Poi?

“In estate vendemmo Dell’Anno e Tovalieri ma la situazione non era stabile. Butali piano piano si staccò, diventò presidente Alberto Farsetti, lasciarono anche i Fabbroni. L’Arezzo passò a Bianchini e nel 1993 ci fu il fallimento”.

Ma lei non c’era più.

“No, ero tornato a Montevarchi qualche mese prima. L’Unione Sportiva fallì per 450 milioni, con Sadotti e Briaschi già ceduti a Milan e Vicenza. La situazione fu gestita male dal curatore fallimentare, che non se la sentì di portare avanti l’esercizio provvisorio. Se fossi stato ancora all’Arezzo, non sarebbe finita così”.

Cioè?

“In quella situazione serviva più diplomazia, che non ci fu e che io credo di avere”.

Il presidente ideale qual è?

“L’affetto mi dice Montaini, mi dice Lebole, Terziani. Il presidente ideale è quello che arriva in sede la mattina presto e se ne va all’ora di cena”.

L’allenatore preferito?

“Beh, Neri allenatore l’ho creato io. Ricordo con piacere anche Ballacci, Fogli, Discepoli. Discepoli l’ho preso tre volte e tre volte l’ho esonerato, ma con lui ho un ottimo rapporto”.

Giocatori?

“Tanti. Balestri, Corradi, Comandini, Ponzo, Bernini, Giuliano Giuliani. Graziani un anno non voleva partire conla Primaverae Montaini pensò di regalarlo alla Sangiovannese. Per fortuna io e Zampolin ci opponemmo e qualche mese più tardi Graziani andò al Toro. La sua fortuna fu di trovare un allenatore come Giagnoni, che spesso veniva ad Arezzo per convincere i suoceri di Ciccio a farlo sposare conla Susanna, che poi è effettivamente diventata sua moglie”.

La seconda parentesi di Montevarchi com’è stata?

“Buona fino a quando Vasco Farolfi mi invitò a cena, io e lui soli, e mi disse: tra pochi giorni mi opero, sto male, la società prendila tu. Volle la mia parola, con la garanzia che sua figlia mi avrebbe aiutato. Quando Farolfi morì, mantenni la promessa ma sua figlia mi dette una mano solo il primo anno, poi ho dovuto tirare avanti io. In C1 andavamo sotto di un miliardo a stagione, ma col mercato portavo a casa un miliardo e due. Quando siamo retrocessi, è finita. Ho dovuto pure frugarmi in tasca, tante cose mia moglie neanche le sa. Però fare il presidente, al di là di tutto, mi ha arricchito dal punto di vista umano”.

Nonostante lo stress.

“Da bambino la mia famiglia era povera. Mio padre lavorava al fabbricone e quando uscivo mi chiedeva: come ti chiami? E io: Giuliano. No, ti chiami Sili, ricordati di comportarti bene. Di Giuliano in giro ce ne sono tanti, di Sili no. E’ per questo che fare brutta figura non mi è mai piaciuto”.

In tribuna insieme a Farsetti, Terziani e AngelilloLe faccio un po’ di nomi, mi dica cosa ne pensa. Marino Mariottini.

“L’ho cresciuto io, lui lavorava a Subbiano nei dilettanti. Ha sfruttato un momento particolare del calcio, anche se è giusto dire che all’Inter o all’Udinese non ci si arriva per caso. Fece bene pure ad Arezzo, nonostante pure lui dovesse operare nell’ombra per la squalifica”.

Claudio Nassi.

“Bravo ma non era l’uomo adatto per Arezzo. Veniva dalla Fiorentina, per lui fu come passare dalla Ferrari alla Cinquecento”.

Walter Sabatini.

“Grande lavoratore, grande conoscitore di calcio. Lavorava 48 ore al giorno”.

Ricordo che il presidente Bovini, che aveva Sabatini come diesse, chiamava spesso lei per avere consigli e pareri. La metteva in imbarazzo questa cosa?

“No, per lo stesso motivo per cui non sono in imbarazzo quando mi chiama Mancini. I presidenti mi vedono come uno con cui parlare di conti, di carte federali, non solo di calcio”.

Vittorio Fioretti.

“Non lo conosco molto. Più che un direttore sportivo lo vedrei bene nel ruolo di direttore generale. Ad Arezzo ha ottenuto un risultato splendido ma allontanare Somma fu un errore. Lo dico perché feci lo stesso sbaglio a Livorno, quando mandai via Melani dopo la promozione”.

E’ d’accordo con Mancini quando dice che i direttori sportivi vanno bene un anno e poi bisogna cambiarli?

“Mancini dice così perché non ha mai trovato un direttore sportivo completo, cioè uno capace di seguire la parte tecnica ma anche quella amministrativa, i rapporti conla Lega, con il personale, uno capace di leggere il bilancio”.

Lei sarebbe in grado?

“Io il bilancio lo so leggere, garantito”.

L’Arezzo ce la farà a salvarsi?

“Me lo auguro. Non è facile ma con un girone di ritorno a passo spedito può succedere di tutto”.

Cosa pensa di Sarri?

“Bravo, viene dalla gavetta. In passato mi aveva espresso più volte il desiderio di allenare a Montevarchi, ma all’epoca non aveva ancora il patentino e non se ne fece nulla. Sarri deve molto a Casprini”.

Come giudica l’ultimo mercato dell’Arezzo?

“Difficile parlare da fuori. L’allenatore aveva chiesto giocatori che si sono rivelati incedibili e Mancini, secondo me giustamente, non ha voluto spendere cifre esorbitanti senza la certezza di restare in B. Lo capisco. Comunque quelli che sono arrivati non sono male”.

Floro Flores le piace?

“E’ un giocatore che potrebbe fare pure i Mondiali. Più sale di categoria, più gioca meglio”.

Violenza, stadi chiusi, polemiche, purtroppo anche i morti. Che calcio è diventato?

“Un calcio dove i presidenti delle società devono contare di più e non lasciare il pallino ai politici, che i problemi li aumentano invece di risolverli. Il calcio, non dimentichiamolo, allo Stato porta tanti, tanti, tanti soldi”.

Gioco della torre. Chi butta di sotto, Mancini o Ciancilla?

“Nessuno dei due, chi investe denaro ha sempre ragione”.

Sansepolcro o Sangiovannese?

“La vicenda di Sansepolcro mi ha amareggiato di più. Ma avevo ragione io”.

Mariottini o Nassi?

“Butto Nassi, Arezzo non era la piazza per lui”.

Moggi o Matarrese?

“Con Moggi avevo un bel rapporto, Matarrese è un politico, quindi lo butto di sotto”.

Giuliano Sili ormai è un pensionato?

“La domanda per la pensione l’ho fatta, tra un po’ sarò anche nonno e la prospettiva di stare più tempo in famiglia non mi dispiacerebbe”.

Però?

“Però mi alletta l’idea di un’esperienza in Federazione. Oppure chiudere ad Arezzo: sarebbe il coronamento di una carriera”.

scritto da: Andrea Avato, 25/02/2007