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SERIE C GIRONE A - 21a giornata

RISULTATI CLASSIFICA PROSSIMO TURNO
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Pisa22Siena
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Juventus U2301Carrarese
Pontedera11Piacenza
Pro Patria32Olbia
Pro PiacenzarinvAlessandria
Pro Vercelli10Arezzo
Lucchese10Pistoiese
Albissola01Novara
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NEWS

Stefano Butti, 302 volte Arezzo

Il terzino più amato di sempre vanta il record assoluto di presenze, distribuite in dieci anni di militanza. Il legame con la città e con i colori amaranto, Angelillo, Neri, Maradona, Floro e un rimpianto: “la società dovrebbe ricordarsi dei grandi ex”.



Durante l'intervista nella redazione di Amaranto magazineStefano Butti può consentirsi, in beata solitudine, di guardare tutti dall’alto. E’ suo il record di presenze in maglia amaranto, destinato a rimanere nella storia e negli annali per chissà quanto tempo ancora. Le 302 partite giocate con l’Arezzo sono uno straordinario ricordo e un prestigioso biglietto da visita, molto più prezioso di tanti stratosferici ingaggi del calcio moderno, sfarzosi ma senz’anima. Vent’anni fa funzionava diversamente, c’era più semplicità in campo e fuori, nei rapporti con i tifosi e con i giornalisti, e soprattutto c’era un legame più solido con la maglia da indossare la domenica. Plusvalenze, mercato sempre aperto, legge Bosman, svincoli e scadenze di contratto erano formule astruse di là da venire, delle quali nessuno sentiva la mancanza. Per farla breve, Butti è passato attraverso dieci stagioni di militanza, solcando la fascia sinistra con la generosità di chi per i propri colori era disposto a spendere l’ultima goccia di sudore. Sempre. Uno così, che ha scritto pagine di storia vera, che ha messo la firma sulla Coppa Italia dell’81 e sulla memorabile promozione dell’anno dopo, che qua vive e ha messo su famiglia, ti aspetteresti di trovarlo a braccetto con l’Arezzo anche oggi, perché è vero che il tempo passa e sbiadisce i ricordi, ma ci sono fatti e persone che a questa legge non possono piegarsi. Invece, come tanti grandi ex, pure Stefano Butti è un semplice tifoso e nulla più. “Un po’ mi dispiace – dice lui – perché credo che una società dovrebbe conservare al suo interno le tracce del passato. Altrove funziona diversamente, c’è più attenzione per chi ha dato un contributo importante sul campo”.

Soprattutto quelli della tua epoca, Stefano, sono ancora oggi molto apprezzati. Penso a te ma anche a Neri, a Pellicanò, a Pozza e tanti altri ancora.

“E’ vero, lo vedo quando vado in giro. C’è sempre qualcuno che mi ricorda i vecchi tempi e la cosa è piacevole. Dentro una società di calcio, la presenza degli ex sarebbe preziosa sotto tanti aspetti. Però il presidente non sono io e quindi mi adeguo. Le cose da fare non mi mancano”.

Pensi che l’Arezzo ce la farà a salvarsi?

“Col cuore dico di sì, con la razionalità ho qualche dubbio in più. E’ un’impresa difficilissima, perché il distacco è ampio e il cammino durante la stagione è stato faticoso. Però è vero anche che in serie B può succedere di tutto”.

Cos’è mancato all’Arezzo di quest’anno?

“I risultati iniziali. I rigori sbagliati hanno compromesso il campionato, altrimenti oggi ci saremmo trovati in una posizione più tranquilla. E poi è mancato un leader, un giocatore di carattere capace di prendere per mano i compagni”.

L’anno scorso l’organico era più forte?

“Per me sì, anche se in ogni caso non siamo da retrocessione. Il fatto è che la politica societaria è sbagliata: non si può programmare anno per anno e ricominciare sempre daccapo. E’ incomprensibile come allenatori che hanno fatto bene, l’ultimo caso è quello di Gustinetti, non siano stati confermati”.

Di Antonio Conte cosa pensi?

“Ha pagato la sua inesperienza in un torneo difficile comela B. Quando è stato mandato via sembrava la causa di tutti i mali, anche se non era vero. Adesso si sta andando verso l’eccesso opposto. Servirebbe più equilibrio nei giudizi”.

E di Sarri?

“Io ho visto giocare spesso la sua Sansovino e devo dire che la squadra era efficace e spettacolare. Dal mio punto di vista Sarri ha un difetto: non varia mai. Ha il suo sistema d’allenamento, il suo schema di gioco e va avanti con quelli. Con gli interpreti giusti, tutto funziona. In caso contrario, diventa prevedibile”.

C’è un giocatore dell’Arezzo che segnaleresti a un grande club senza timore di sbagliare?

“Sarò scontato ma dico Floro Flores. Sta facendo la differenza in B, potrebbe farla pure in serie A”.

Somiglia a qualcuno dei tuoi tempi?

“In certe giocate somiglia a Tovalieri. Però il paragone più calzante forse è con Alberto Briaschi, tutti e due velocissimi e imprevedibili”.

L’Arezzo deve giocare tre partite di fila in casa contro Piacenza, Cesena e Verona. Può essere la svolta?

“Sì, non resta molto tempo e quest’occasione va sfruttata. Servono almeno 7 punti per dare una scossa alla classifica, allora le prospettive cambierebbero”.

Avrai saputo che i biglietti per Arezzo-Juventus costano un occhio alla testa e che ne sono seguite polemiche a iosa. Al riguardo che mi dici?

“Beh, che non c’è stato un gran rispetto verso i tifosi. Considerando la situazione generale, forse il prezzo dei biglietti andava abbassato piuttosto che alzato”.

Quanto sei cambiato rispetto a quando giocavi?

“Più o meno sono rimasto sempre lo stesso. Non credo di essere cambiato molto”.

Il calcio fa sempre parte della tua vita?

“Sì, è una passione che non se ne va. Adesso alleno i ragazzi del ’92 allo Junior Camp, sono nei settori giovanili da un po’. Ho provato anche la prima squadra qualche anno fa, in seconda categoria con l’Olimpic di Monte San Savino. Mi piacerebbe riprovare, è un’esperienza che vorrei ripetere”.

In azione con la maglia amarantoI giovani calciatori di oggi cos’hanno in più rispetto a quelli della tua generazione? E cosa in meno?

“Noi andavamo al campo per divertirci, oggi giocare a calcio è un lavoro già a 15 anni. I genitori spesso influenzano i figli in negativo, criticano tutto e tutti. Per un allenatore non è facile gestire questa situazione”.

Tu sei arrivato ad Arezzo quasi trent’anni fa. In cosa è diversa la città rispetto ad allora?

“Oggi Arezzo è una città vera, importante, prima no. Uscivi dal centro ed era tutto finito”.

Il rapporto della gente nei confronti della squadra. E’ rimasto lo stesso secondo te? Oppure adesso c’è meno calore?

“Ai miei tempi tra squadra e tifosi c’era un rapporto amichevole, di grande complicità. Per noi era normale vivere la città, organizzare cene con gli sportivi e gran parte del merito ce l’aveva la dirigenza. Mi rendo conto che il calcio è cambiato, ma quella semplicità era molto positiva. In una piazza come Arezzo dovrebbe sempre funzionare così, anche con la stampa. Non come ora, che per ottenere un’intervista bisogna chiedere il permesso un mese prima”.

Estate 1980, lasci il Como e vieni ad Arezzo. E’ vero che dopo un po’ volevi mollare tutto e tornare a casa?

“Verissimo. Arrivai insieme a Zanoli in cambio di Giuliano Giuliani. Era tutto nuovo per me: ambiente, compagni, stile di vita. Con l’allenatore Piero Cucchi non andavo d’accordo, i giovani proprio non li vedeva. Poi per fortuna arrivò Angelillo e le cose si sistemarono”.

I giovani del gruppo, oltre a Butti, chi erano?

“Io, Mangoni e Vittiglio eravamo fissi con la prima squadra. Zandonà ci faceva da guida, era uno dei più esperti”.

Tre ricordi impossibili da cancellare.

“La CoppaItaliadel 1981, al mio primo anno ad Arezzo. Poi la promozione in B. E la partita di Napoli in Coppa Italia, nel 1984, esordio di Maradona al San Paolo. Mai vista una roba simile: una serata incredibile”.

Maradona chi lo marcava?

“In teoria Minoia, ma Diego era ovunque. Qualche calcio gliel’abbiamo rifilato tutti”.

E lui?

“Un grande, mai una reazione. Contro il Napoli ci avevamo giocato anche qualche settimana prima ad Arezzo, in amichevole. Maradona era immarcabile, alla fine Minoia lo stese e lo prese per il collo. Diego lo guardò incredulo e Minoia gli disse: oh, sei troppo forte, che devo fare?”.

Butti che tipo di calciatore era?

“Dinamico, generoso. All’inizio giocavo ala, poi Angelillo mi arretrò nel ruolo di terzino sinistro”.

Arezzo è stata importante anche per la tua vita privata, giusto?

“Altro che. Qua mi sono sposato a 20 anni, ho avuto due figli: Eleonora e Andrea. Adesso sono separato e ho una nuova compagna, Sabrina, con cui convivo felicemente a Lucignano”.

Figli?

“Giacomo, 6 anni, e Matteo, 17, il figlio di Sabrina”.

Il tuo allenatore preferito?

“Angelillo è quello a cui sono più legato. E Riccomini”.

Come mai un giocatore come te, con un tiro potente come il tuo, ha segnato soltanto 5 gol in 302 partite?

“Le consegne tattiche erano precise: fascia, linea di fondo campo, cross. A fare gol dovevano pensarci gli attaccanti e poi Riccomini, per esempio, non gradiva che i terzini si spingessero in avanti. Però c’è un aneddoto curioso relativo a un mio gol”.

Stagione 1981/82, quella della promozione in BQuale?

“Stagione 85-86, aSan Benedetto del Tronto segnai con un tiro da fuori area, vincemmo 1-0. Il giorno dopo lessi sul giornale che il Totocalcio aveva pagato un 13 miliardario e il risultato che fece sbancare il montepremi fu proprio quello dell’Arezzo”.

Il giocatore più forte con cui hai giocato?

“Menchino Neri, aveva mezzi tecnici incredibili. Per me avrebbe potuto giocare tranquillamente anche in serie A”.

Che rapporto hai avuto con Amedeo Carboni, che per molti doveva soffiarti il posto da titolare?

“Di quel dualismo si è parlato tanto e Amedeo lo soffrì più di me. Il titolare ero io, lui era più giovane e faticava a trovare spazio, ma tra noi c’è stato sempre un rapporto splendido. Fui io a consigliargli di andare a Parma, dove avrebbe avuto più considerazione. E per lui in effetti fu il trampolino di lancio verso una grande carriera”.

Nell’88, dopo la retrocessione in C1, lasciasti l’Arezzo. Perché?

“Non rientravo più nei piani della società e andai alla Triestina, dove vinsi subito il campionato di C1. L’anno successivo fecila B, poi andai tre mesi a Siena e tornai in amaranto nell’autunno del1990”.

Nel 1993 ci fu il fallimento della vecchia Unione Sportiva. Cosa ricordi di quel periodo?

“Io avevo chiuso col calcio pochi mesi prima, avevo problemi al ginocchio e non potevo andare avanti. La radiazione fu una delusione enorme, anche perché dietro quel fallimento ci sono ancora tanti equivoci e tanti interrogativi irrisolti”.

Una domanda banale, ma non posso non fartela. Essere il giocatore che ha vestito più volte nella storia la maglia amaranto, che effetto fa?

“Da giocatore non mi resi conto di quello che significava un record del genere. Ora invece, se ci ripenso, mi fa impressione. E’ una soddisfazione immensa, perché 302 presenze sono tantissime e se non mi fossi comportato da professionista, se non avessi avuto rispetto per i compagni, gli allenatori e i tifosi, se non fossi stato una persona seria, questo traguardo non l’avrei mai raggiunto”.

Delle 302 partite, ce n’è una che merita la citazione?

“Della partita a Napoli contro Maratona ho già parlato, dire San Siro con il Milan sarebbe scontato. Una partita molto emozionante fu il 4-1 al Comunale ai danni della Paganese, nel giorno della festa per la promozione in B. Al di là del risultato, ricordo lo stadio strapieno e un’atmosfera di esaltazione fantastica”.

Quanto tempo passerà prima che qualcuno ti porti via il primato?

“Sono sincero, non penso che accadrà presto. Il calcio di oggi ha quasi cancellato i giocatori bandiera, tant’è vero che i primatisti di presenze appartengono tutti a epoche passate, salvo qualche eccezione”.

Quando giocavi tu c’erano gli arbitri corrotti?

“Mah, forse qualcuno c’era, ma non ai livelli di adesso. Di sicuro non c’erano i mass media ad amplificare tutto”.

Gioco della torre. Chi butti di sotto, Angelillo o Riccomini?

“Troppo crudele, non butto nessuno. Sono legatissimo a entrambi”.

Direttori sportivi: butti Mariottini o Sili?

“Nessuno, mi hanno voluto bene veramente”.

Butti, Carboni o Pasqual?

“Facile, mi butto io così risolviamo il problema”.

Cosa c’è nel tuo futuro?

“Spero di poter allenare una prima squadra. E’ uno sfizio che voglio togliermi”.

scritto da: Andrea Avato, 25/04/2007