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SERIE C GIRONE B - 19a giornata

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La nuova vita di Ciccio Graziani

I reality in televisione, una fiction con la Rai dietro l'angolo, Mediaset che lo conferma come opinionista. Eppure Ciccio, nonostante i cambiamenti, resta uno con cui dà gusto parlare di calcio. Ecco cosa ha detto di Conte e De Paola, di Mancini e Fioretti, arrivando fino a Rosita Celentano e Valeria Marini...



Insieme alla moglie Susanna al club Occhi Verdi“Se mi avessero detto che un giorno sarei entrato dentro la gabbia delle tigri, non ci avrei mai creduto”. Così parlò Francesco Graziani, calciatore tra i più forti e popolari degli ultimi quarant’anni, diventato un personaggio amatissimo anche in televisione grazie alla partecipazione a due reality di successo: Campioni prima e Cyrcus poi. Proprio durante le riprese di Cyrcus è accaduto quello che nemmeno Ciccio si sarebbe aspettato: affrontare le tigri con la frusta in mano e improvvisarsi domatore, per la gioia di chi a casa guardava divertito, ammirato e anche un po’ stupito. Graziani, per dirla col gergo dei produttori televisivi, è uno che buca lo schermo. Parla chiaro, semplice, è colorito, è simpatico. Non a caso gli hanno offerto addirittura di recitare in una fiction che dovrebbe partire nei prossimi mesi, insieme a Daniel Ducruet e Adriana Volpe: “E’ vero – ammette lui. Mi ha chiamatola Rai, stanno preparando una serie tivù sulla Polizia stradale. Rispondo al telefono e mi dicono: ti andrebbe di fare l’attore? E io: ma mi state prendendo in giro? Invece è tutto vero. Vediamo un po’, se ci saranno le condizioni mi piacerebbe provare. Dovrei fare la parte di un tenente”.

Nonostante la prepotente virata che ha fatto la sua vita, Graziani resta uno di quelli con cui parlare di calcio dà veramente gusto. Anche perché trovarne un altro che come lui abbia vestito i panni del giocatore, dell’allenatore, del direttore sportivo e del presidente è obiettivamente dura.

Che idea si è fatto della retrocessione dell’Arezzo?

“E’ una retrocessione che viene da lontano, negli ultimi anni la società non ha programmato. Ogni volta cambiano gli allenatori, cambiano i giocatori, non c’è mai una base da cui ripartire. La mia è una critica bonaria, ci mancherebbe, ma il problema vero è questo”.

La mancanza di programmazione è un’accusa che veniva mossa anche quando alla presidenza dell’Arezzo c’era lei. Ricorda?

“Sì, ma per noi cedere i pezzi migliori era una necessità. Un anno vendemmo per 520 milioni e comprammo solo Chiarini dalla Fiorentina per 25. Se non avessimo preso i soldi dal Livorno per Scichilone, dal Foggia per Bruni, dal Sansepolcro per Battistini, non avremmo potuto andare avanti. La forza finanziaria della società era quella che era. Pilleddu lo acquistammo a zero lire. Per fortuna i campionati li vincemmo lo stesso”.

Ha seguito la vicenda giudiziaria dell’Arezzo?

“Calciopoli in generale è stato uno scandalo più mediatico che altro. L’Arezzo ci è finito dentro e ha pagato senza reali responsabilità della società. I processi sportivi sono così”.

Quanto ha influito il -6 sulla stagione?

“Moltissimo. Ricordo le prime partite di Conte, giocate bene ma senza ottenere vittorie. Fossero arrivati subito i risultati, oggi parleremmo di un’annata completamente diversa. Per non parlare dei rigori sbagliati”.

Com’è possibile che tanti tiratori diversi falliscano regolarmente dal dischetto?

“Il calcio a volte è strano: quest’anno ne ha sbagliati tanti anche Totti, oppure Bellucci. Qualche stagione fa Batistuta ne fallì quattro di fila. Fare gol dagli undici metri sembra facile ma non lo è”.

Ultima di campionato, la Juve perde in casa con lo Spezia e condanna l’Arezzo. Scandalo o no?

“Fino a un certo punto. Dalla Juve ci si aspettava di più, ma non credo a un comportamento anti Arezzo. A Torino erano in vacanza, con zero motivazioni e senza concentrazione. Certe cose all’ultima giornata succedono ovunque, anche in serie A”.

Scarsa programmazione, calciopoli, rigori sbagliati, coincidenze sfortunate: alla fine cosa ha influito di più?

“Dentro c’è un po’ di tutto. Conte in ritiro aveva trenta giocatori, Martinetti e Volpato erano infortunati. Anche il cambio tecnico, alla fine, si è rivelato sbagliato, perché si è dovuto mandare via Sarri e riprendere Conte. Di certo c’è che la squadra non era da retrocessione. E poi secondo me è mancata una figura di raccordo tra calciatori e società”.

Prima ha detto che calciopoli è stato uno scandalo mediatico. Perché?

“Sensazione mia. In presenza di un sistema malato, è stato condannato soltanto un arbitro, cioè De Santis. E allora mi viene da pensare che si sia ingigantito tutto”.

Che rapporti ha con Moggi?

“Ogni tanto lo chiamo per salutarlo. Non ho mai lavorato con lui, ma nei miei confronti è stato sempre disponibile. Potevo telefonargli all’una di notte e lui non si negava mai. Per come lo conosco io, è un’ottima persona”.

Le chiedo un po’ di pareri. Cominciamo da Piero Mancini.

“Non lo conosco, però dobbiamo tenercelo stretto, lo dico anche ai tifosi. Ad Arezzo non ci sono imprenditori che hanno voglia di fare calcio, quindi Mancini è indispensabile. Certo, non è un passionale, non è uno che segue da vicino la squadra e le partite. Io ho conosciuto presidenti importanti che non lasciavano mai la sede o il campo d’allenamento: penso a Dino Viola ma anche a Montaini o Terziani. Da questo punto di vista Mancini è un presidente anomalo”.

Ermanno Pieroni.

“Grande conoscitore di calcio, lo ricordo fin dai tempi di Messina. Ha fatto benissimo con i Gaucci, ha portato l’Ancona in serie A, anche se nella sua storia ci sono stati problemi giudiziari, compreso il carcere. Da allenatore del Catania vinsi la finale play off proprio contro il suo Taranto, che poi è fallito”.

Con la maglia azzurra della NazionalePensa che la radiazione di Pieroni abbia influito negativamente sul campionato dell’Arezzo?

“Secondo me no. Io comunque, nei panni di Mancini, avrei separato Pieroni dall’Arezzo. Lo avrei assunto nella mia azienda, evitandogli di andare in sede, di andare al campo, di rilasciare interviste. Per carità, Pieroni lo rispetto, ma la società con lui non ci guadagna a livello di immagine”.

Antonio Conte.

“Il suo modo di allenare e di gestire i giocatori mi piace, fermo restando che il mio è un giudizio superficiale per ovvi motivi. Alla fine, comunque, Conte i risultati li ha fatti”.

Maurizio Sarri.

“Da uomo di calcio gli suggerirei di lavorare un po’ di più sulla tecnica e un po’ meno sulla tattica. Una partita è decisa all’ottanta per cento dall’istinto e dalla fantasia, poi viene l’organizzazione di squadra”.

Lei confermerebbe Conte in panchina?

“Io sì. Il discorso è sempre quello: Somma ha fatto bene e l’hanno mandato via, Marino idem, Gustinetti ha fatto bene e l’hanno mandato via. Ora potrebbe toccare a Conte. Per me sbagliano”.

La richiesta di Conte di lavorare con un paio di persone di sua fiducia nello staff tecnico, la trova legittima o no?

“Più che legittima. Un allenatore ha bisogno di gente fidata al suo fianco. E guardate che questa è una garanzia anche per la società”.

Mancini dice che in C1 vuole restarci un anno solo. Cosa fare per risalire subito?

“Innanzitutto affidarsi a un allenatore bravo e motivato, mantenendo anche una base di squadra. I calciatori più bravi sarà difficile tenerli, ma gli altri, stimolati nel modo giusto, sono convinto che resterebbero”.

Floro Flores è andato all’Udinese. Scelta giusta per lui?

“Meritava di andare in serie A senza dubbio. Adesso dipende da lui: dovrà confrontarsi con un altro ambiente, altri compagni, altri avversari. Sarà tutto più difficile, compreso sopportare le pressioni”.

Il fatto che tra Mancini e gran parte della tifoseria non ci sia feeling, può essere un handicap?

“Ma no. Lo ripeto, non ci sono imprenditori in grado di sostituire Mancini e i tifosi, simpatico o antipatico che sia il presidente, devono rispettarlo. C’è necessità semmai che tutti facciano un passo indietro, anche perché dopo questa retrocessione non ho sentito nessuno ammettere una colpa. Non l’ha fatto la società, né gli allenatori, né la squadra. E’ il segno che qualcosa dentro l’Arezzo non va”.

Lei è stato giocatore, allenatore, direttore sportivo, presidente. Quale ruolo le è piaciuto di più?

“Il calciatore, senza dubbio. E’ il mestiere più bello del mondo. Il ruolo peggiore è quello del presidente: se le cose vanno bene, il merito è degli altri. Se vanno male, tutti ti accusano perché vogliono più soldi, più investimenti. Quelli miei al vertice dell’Arezzo sono stati cinque anni vissuti pericolosamente”.

Il Graziani personaggio televisivo com’è nato?

“Con Campioni. Quel programma mi ha dato visibilità, la gente ha apprezzato e tutto è proseguito”.

Qualcuno le ha mosso anche delle critiche feroci per questa scelta.

“Fanno parte del gioco. Io accettai di partecipare a Campioni perché avevo l’opportunità di insegnare calcio ai giovani. E poi mi divertivo”.

E invece dell’altro reality a cui ha partecipato, cioè Cyrcus, cosa mi dice?

“Quello non volevo farlo. Mi hanno convinto prospettandomi la possibilità di imparare cose nuove e sconosciute per me”.

Tipo entrare nella gabbia delle tigri.

“Esatto. Il circo mi è sempre piaciuto, fin da bambino. Lì a Cyrcus non c’era la necessità televisiva di litigare a ogni costo”.

Alla festa per i cento anni del TorinoTra i personaggi che ha conosciuto, chi è il più simpatico?

“Maurizio Mosca è eccezionale, unico: non guida, vive da solo, a cena mi fa morire dalle risate. Uno con cui invece mi scontro è Franco Rossi, troppo prevenuto. Ce l’ha con Adriano e mi può stare bene, si può anche sostenere che Adriano non gioca come dovrebbe. Ma dire che Adriano è finito significa che con lui non si può parlare di calcio”.

E tra le donne?

“Monica Vanali e Ilaria D’Amico sono le più brave”.

E tra le donne dello spettacolo?

“Con Rosita Celentano non mi sono trovato per niente bene. Questione di carattere, non ci andrei mai a cena. Valeria Marini invece è da bosco e da riviera. Fa la vamp ma è una compagnona, se sbaglia chiede scusa, sa stare in gruppo. Ci sentiamo spesso ancora oggi”.

Sua moglie Susanna di tutto questo che pensa?

“All’inizio era preoccupata per me, poi si è abituata. Lo stesso vale per i miei figli: mi vedono contento e sono contenti anche loro”.

Immagino che a casa ci sia meno di prima.

“Già, meno male che ci sono i telefonini. Con Gabriele ho avuto meno problemi, lui è abituato a essere autonomo, è andato via che aveva 17 anni. Valentina, invece, avrei voluto seguirla di più”.

Eppure la vostra è una famiglia molto unita o sbaglio?

“La fortuna è che spesso sono in giro, può sembrare un controsenso ma non lo è. Con mia moglie ne parliamo spesso: la lontananza rafforza il matrimonio, è la routine che lo uccide”.

Cosa c’è nel futuro di Graziani?

“Qualche altro anno da opinionista a Mediaset. E la fiction della Rai tutta da verificare”.

Niente più calcio?

“Per ora no. L’anno scorso mi ha chiamato qualche società di C1, ma io ormai non devo far carriera. O mi capita l’occasione della vita, oppure non mi muovo. L’ex presidente del Siena, il povero De Luca, mi chiese se me la sarei sentita di allenare in serie A. Gli dissi che per me andava bene, l’incosciente era lui, se si fidava… Mi fecero piacere le sue parole”.

Nel calcio tornerebbe solo come allenatore?

“Sì, il campo sarebbe l’unico richiamo che sentirei. Ma solo a certi livelli”.

E se un giorno la chiamasse Mancini con un ruolo dirigenziale nell’Arezzo?

“Per il bene che voglio all’Arezzo, farei anche il magazziniere. Però per due giorni al massimo: qua ci vivo, ho già affrontato contestazioni, chiacchiere, pettegolezzi, non ho voglia di perdere il sonno un’altra volta”.

Qual è il ricordo più bello del suo periodo alla guida dell’Arezzo?

“La finale di Pistoia, il ritorno in C1, nella categoria dalla quale la società era stata radiata nel 1993. Ci riuscimmo in cinque anni come avevamo promesso”.

E il più brutto?

“Alla fine del primo anno, non avevamo basi né soldi, nessuno voleva investire. Facemmo una riunione ad Anghiari, una parte dei dirigenti era lì per lasciare e l’unica via d’uscita sembrava quella di mettere tutto nelle mani del sindaco Ricci. Fu bravissimo Aldo Dalla Ragione: ruppe gli indugi e formalizzò il suo ingresso in società. Non solo, fece anche lo sponsor con il Caffè River e trascinò tutti gli altri. Uno dei miei dispiaceri più forti è che quando Aldo ci ha lasciato all’improvviso, io e lui eravamo in rotta. Non sono riuscito a dirgli che per me restava una persona straordinaria”.

Ci pensa mai a Lauro Minghelli?

“Lauro era come un figlio per me, è morto troppo presto e non lo meritava. Ci penso, ci penso spesso”.

scritto da: Andrea Avato, 25/07/2007