Sei partite alla fine, 18 punti disponibili, il primo posto da difendere, la trasferta di domani contro il Bra, lo scontro diretto con l’Ascoli e altre quattro gare da giocare alla morte. Siamo nel momento clou della stagione, servono risultati e sostegno, prestazioni e tifo caldo. Ad agosto avremmo tutti firmato per trovarci in questa situazione, dunque comportiamoci di conseguenza. Tutto il resto viene dopo
Sei partite alla fine del campionato: ci sono solo due parole chiave per questo finale di campionato, e queste due parole sono “nervi saldi”. Sgombriamo il campo: questo discorso vale per la squadra, per lo staff tecnico e per la piazza, intesa come tutti quei supporter, abituali o occasionali, da spalti o da tastiera, che in queste ultime settimane a vario titolo si sono interessati o interfacciati con l’Arezzo. Perché nessuno di noi è abituato all’alta quota, e qualche capogiro è normale, ma bisogna comunque essere bravi a mettere le cose nella giusta prospettiva.
Abbiamo sentito e letto già troppa gente che parlava di “campionato finito”, di Bucchi che cala sempre nel finale di campionato, di Pattarello che non è più lui, e chi più ne ha più ne metta. La realtà del calcio è fatta di sensazioni, è vero, ma è anche fatta di numeri, e i numeri ci dicono che l’Arezzo ha due punti di vantaggio, una partita in meno, lo scontro diretto in casa e la miglior difesa del campionato alla pari dell’Ascoli, a oggi l’unica squadra rimasta come avversaria per la corsa alla promozione diretta dopo la recente crisi di risultati del Ravenna.

Certo, le prossime due partite scriveranno capitoli importantissimi della storia. La trasferta in campo neutro contro il Bra, a oggi penultimo in classifica, e il successivo scontro diretto con l’Ascoli (che in questo turno riposa, e avrà quindi tutto il tempo di preparare al meglio la partita al Città di Arezzo) potranno lasciare gli amaranto in scenari anche diametralmente opposti, a seconda di come andranno a livello di risultati. E questo è importante ricordarlo: più ci avviciniamo al traguardo, più conta quello che si scrive alla voce “risultato finale”, e tutte le altre considerazioni sulla “manovra ariosa”, sulle “occasioni create”, sul “possesso palla” e altre storie fantastiche passano non in secondo ma in terzo piano.
Certo, va dato merito all’Ascoli di non avere mai smesso di crederci (non si fanno 28 punti in 10 giornate se si è “mollato” di testa), ma che la squadra bianconera avesse dei grandi valori tecnici lo sapevamo da prima dell’inizio del campionato. Però proviamo a fare un esercizio di tipo diverso: guardiamo la situazione dal di fuori. L’Arezzo ha subito appena cinque gol nel girone di ritorno, ha un cammino esterno impeccabile, ha il secondo miglior attacco del girone. Non ci sono certezze da andare a cercare con chissà quale formula magica, ci sono numeri e dati di fatto. Ci sono – casomai – risorse in panchina da cui spremere il meglio, per far tirare un attimo il fiato a chi fino a qui ha portato avanti la carretta.
Ma queste sono considerazioni che nessuno meglio di Bucchi, che la squadra la vive tutti i giorni e la vede in allenamento, può fare. Per quanto riguarda noi che stiamo sugli spalti (ripeto: reali e virtuali), c’è solo da ripetersi due cose. La prima è – stucchevole, ma va ripetuto fino allo sfinimento – che se ci avessero detto a inizio anno che ci saremmo trovati a questo punto del campionato in questa situazione di classifica, e col match point in casa, padroni del nostro destino come tante volte avremmo sperato di essere, ci avremmo fatto la firma. La seconda è altrettanto semplice, e spiegata alla perfezione in uno dei cori più famosi che da sempre vengono lanciati dalla Minghelli: “tutto lo stadio deve cantare, gli amaranto han bisogno di noi”. Tutto il resto viene dopo.












