Intervista a Mauro Bandettini, uno dei gestori e collaboratori storici della testata che è punto di riferimento sul web per l’impiantistica sportiva. Da Sudafrica 2010 ai progressi di oggi. Ma in Italia molto c’è ancora da fare

Abbiamo intervistato Mauro Bandettini, uno dei gestori e collaboratori storici di Passione Stadi, punto di riferimento sul web per tutto ciò che concerne l’impiantistica sportiva. Tra gli argomenti toccati, ovviamente, anche il progetto di riqualificazione del Città di Arezzo.

Come nasce la vostra passione specifica per gli stadi di calcio?

Nasce da uno shock culturale ben preciso: i Mondiali del 2010 in Sudafrica. Fino ad allora, l’idea che gli stadi moderni, iper-tecnologici e senza barriere venissero costruiti in America, Inghilterra, Germania o Giappone era qualcosa che, psicologicamente, riuscivamo ad accettare. Ma quando nel 2010 abbiamo visto le meraviglie architettoniche e funzionali create in Sudafrica, ci siamo guardati allo specchio e abbiamo capito, con una punta di sana vergogna sportiva, che in termini di impianti il vero terzo mondo eravamo noi, rimasti fermi a Italia ’90. Lì è scattata la scintilla: la consapevolezza che lo stadio non è solo un contorno, ma lo specchio dell’evoluzione di un Paese. Da quel momento abbiamo iniziato a seguire, analizzare e pretendere cantieri reali. Insomma, i mondiali del 2010 in Sudafrica hanno mostrato al mondo stadi moderni, coperti, colorati e funzionali come il Soccer City di Johannesburg o il Moses Mabhida di Durban. Vederli, mentre in Italia si giocava ancora in strutture obsolete, con le piste d’atletica in mezzo, le inferriate alte e i teloni strappati, è stato il vero punto di non ritorno psicologico.

Quale è la situazione generale degli impianti italiani?

In Italia parlare di burocrazia è un cliché che usano tutti, in realtà noi ci stiamo concentrando di più sul consumo di suolo e la rigenerazione urbana. Questo ci obbliga a una scelta quasi obbligata: ricostruire e rigenerare gli impianti esistenti. Una strada virtuosa, ma complessa, perché ci si scontra inevitabilmente con vincoli paesaggistici, storici e con le difficoltà di lavorare nel tessuto urbano consolidato. Eppure, gli esempi virtuosi dimostrano che si può fare. Penso al completamento del Gran Sasso d’Italia a L’Aquila, nato dal recupero di una struttura preesistente, o alla splendida ristrutturazione del Paolo Mazza di Ferrara, il cosiddetto stadio-giardino che ha trasformato un vecchio impianto in pieno centro residenziale in un gioiello all’inglese senza consumare un solo palmo di terra in più. Ma l’esempio maestro in questo senso è anche il Benito Stirpe di Frosinone, un modello europeo di edilizia sportiva nato rigenerando un vecchio scheletro urbano anni ’80 a impatto zero sul territorio. Senza dimenticare, guardando proprio in casa vostra, il dibattito e le idee attorno al restyling del Comunale Città di Arezzo. La sfida del futuro è esattamente questa: far rinascere le nostre storiche case valorizzando l’esistente.

E guardando all’Europa quali sono i Paesi che hanno investito di più e meglio? Avete un modello o uno stadio preferito in Europa?

Il Regno Unito, la Germania e oggi indubbiamente la Spagna restano i maestri indiscussi per investimenti, visione e pianificazione. Gli spagnoli stanno facendo cose strabilianti con le ristrutturazioni futuristiche del Bernabéu o del Metropolitano a Madrid, o con il gioiello del San Mamés a Bilbao: hanno capito prima di tutti che lo stadio deve vivere 365 giorni all’anno. Tuttavia, se devo indicare un vero modello di riferimento per il futuro dell’urbanistica sportiva, guardo a un progetto straordinario attualmente in fase di sviluppo: il nuovo stadio del Panathinaikos ad Atene, nell’area di Votanikos. È il perfetto esempio di ciò che intendiamo per rigenerazione urbana senza consumo di suolo verde. Il progetto si basa su un principio di doppia rigenerazione: si costruisce il nuovo impianto riqualificando un’ex area industriale dismessa e degradata e, contemporaneamente, si demolisce lo storico e centralissimo stadio Apostolos Nikolaidis per regalare al quartiere un enorme polmone verde pubblico. Questo è il vero modello a cui ispirarsi: l’architettura sportiva che non toglie spazio alla natura, ma che anzi diventa il motore per risanare le città e restituire verde ai cittadini.

In Italia quale impianto secondo voi a oggi è riuscito meglio e quale è il progetto migliore per quelli che si dovranno fare?

Dovendo stilare una nostra personale top 5 dei migliori modelli italiani di rigenerazione già realizzati, la classifica parla chiaro. Juventus Stadium (Torino): il punto di svolta storico, il primo a dimostrare l’efficacia del modello privato e commerciale a ridosso del campo. New Balance Arena (Bergamo): un capolavoro assoluto a tappe forzate. Hanno demolito e ricostruito tre settori su quattro su un impianto vecchio, creando un gioiello da Champions League a ridosso del campo senza mai smettere di giocarci. Nereo Rocco (Trieste): un’opera d’arte inaugurata nel 1992, concepita all’inglese con trent’anni d’anticipo sulla media italiana. Dacia Arena (Udine): l’esempio maestro di come si unisce il vecchio e il nuovo, demolendo tre settori e salvando la storica tribuna ad arco. Paolo Mazza (Ferrara): Il miracolo dello stadio-giardino perfettamente integrato nel tessuto urbano a consumo di suolo zero. Nota a margine merita la grande sorpresa di Taranto: la totale ristrutturazione dello Iacovone per i Giochi del Mediterraneo è un modello esemplare per tempistiche, gestione dei costi e capacità di smentire ogni pregiudizio, regalando al Sud un impianto moderno e attivo 365 giorni all’anno.

Per quanto riguarda il futuro, i progetti più interessanti si muovono su binari diversi. In cima a tutti non possiamo non citare Arezzo: il vostro progetto è una pietra miliare assoluta, essendo il primo stadio in Italia pronto a realizzarsi sfruttando le modifiche e le semplificazioni della Legge Stadi. Un vero pioniere nazionale. Accanto ad Arezzo, guardiamo con enorme interesse al modello della Casertana e al restyling in corso a Perugia, esempi di una provincia che corre e progetta concretezza. Sul fronte delle grandi piazze, c’è attesa per il nuovo stadio della Roma e per l’accelerata che sembra finalmente arrivare per il nuovo impianto di Palermo. E poi, se si svegliano una volta per tutte superando le infinite lungaggini, speriamo di vedere finalmente partire anche Cagliari! Il futuro è di chi ha il coraggio di posare la prima pietra.

Domanda un po’ romantica: stadi troppo moderni non rischiano di essere tutti uguali o di accentuare il calcio business che alcuni criticano?

Il rischio dell’omologazione esiste, ma va compreso dal punto di vista tecnico. Internamente, la funzionalità, la gestione degli spazi e la sicurezza impongono standard rigidissimi che lasciano poco spazio alla fantasia: i flussi di evacuazione, la pendenze delle gradinate per una visibilità perfetta e l’assenza di barriere costringono quasi a una standardizzazione degli interni. La vera differenza, il luogo dove gli architetti possono davvero sbizzarrirsi ed esprimere la propria arte, si è spostata all’esterno. La facciata esterna dello stadio moderno è diventata il vero “Landmark urbano”, una tela bianca per creare icone architettoniche memorabili che ridefiniscono lo skyline di una città. La sfida del calcio contemporaneo è proprio questa: accettare la necessaria omologazione funzionale e di sicurezza all’interno, sfruttando però l’involucro esterno per regalare identità, bellezza e unicità visiva alla comunità locale.

Considerazioni finali?

C’è una profonda amarezza nel constatare che in Italia quasi tutti i progetti concreti vadano avanti solo grazie ai finanziamenti pubblici, mentre i grandi project financing privati faticano maledettamente ad arrivare a dama, bloccati da scetticismo e paludi burocratiche. La splendida notizia, però, è che Arezzo smentisce tutti: qui si sta dimostrando che con visione e coraggio si può arrivare dove gli altri hanno fallito. Il vostro è un autentico capolavoro gestionale e sportivo che spero faccia scuola in tutto il Paese.