Sessant’anni fa centinaia di aretini scavallarono l’Appennino per andare a festeggiare la vittoria del campionato. Il presidente Simeone Golia e l’allenatore Cesare Meucci guidarono la società e la squadra a un traguardo atteso da tempo. Impossibile non emozionarsi di fronte alle foto ingiallite e ai filmati d’epoca

Immaginiamo Arezzo il 15 maggio 1966, con viale Giotto che portava in campagna, lo stadio tirato su soltanto cinque anni prima, il passaggio a livello in via Trasimeno, il supermercato Santaprisca appena inaugurato e Renato Gnocchi, insegnante di storia e filosofia, socialista, eletto sindaco da due mesi. Poi guardiamo questo video e proviamo a immaginare quale emozione serbassero nel cuore le centinaia di persone che quella domenica salirono sui pullman e scavallarono l’Appennino per recarsi al velodromo Cabassi di Carpi. L’Arezzo aveva a portata di mano la vittoria del campionato e non sbagliò: vittoria 2-0, gol di Ferrari e Meroi. Fu la prima, storica promozione in serie B.

La società aveva provato a salire di categoria già l’anno precedente, ma c’era solo andata vicino. Il presidente Simeone Golia, imprenditore orafo, costruì una rosa forte: in panchina venne confermato Cesare Meucci, un friulano che era considerato un sergente di ferro. Carattere duro, si rivelò un grande gestore di uomini.

l’Arezzo che andò in B nel 1966

La stagione magica era cominciata all’Alpe di Poti, dove si svolse il ritiro estivo, una località destinata a diventare un porta fortuna. L’Arezzo ingranò subito e vinse otto delle prime dodici partite, espugnando anche Lucca e Pistoia. Nel girone di ritorno ci fu il cambio di marcia decisivo: sedici giornate, sei pareggi e dieci vittorie, compresa quella di Carpi. Bernasconi a fine anno segnò 14 gol, Flaborea 12, Meroi 9: gli alfieri di una squadra che aveva tra le sue fila anche Zanetti, Chesini, Gerardi e Del Negro.

A sessant’anni da quella giornata al Cabassi, è impossibile non emozionarsi di fronte alle foto ingiallite e ai filmati d’epoca, ai tifosi con il cravattino e il berretto, a quel tipo che si arrampicò sulla balaustra per issare la bandiera. Era un’altra Arezzo, una città più piccola e forse più vera. E anche la squadra viveva dentro un calcio diverso. Ma ciò che siamo oggi nasce da lì, da quello che hanno (abbiamo) fatto ieri. E per fortuna che ci sono un po’ di video a tenerci viva la memoria.