Il direttore sportivo ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera e svelato tanti retroscena legati all‘attività nel calcio. Non è mancato il ricordo della figlia Emanuela, prematuramente scomparsa. Poi è stato premiato dal ds amaranto Cutolo e dal suo collaboratore Dezi
Giovedì, presso l’Hotel New Energy Valdichiana, si è tenuto un nuovo appuntamento di “I protagonisti del calcio si raccontano”, format ideato dal giornalista e project manager Donato Alfani, nell’ambito della 15ª edizione del Festival del Calcio e dello Sport Italiano. Questa volta, dopo Amedeo Carboni e Fabrizio Castori, l’ospite d’onore è stato Giorgio Perinetti, dirigente, direttore sportivo e attuale direttore generale dell’Athletic Club Palermo. Prima di iniziare, a prendere la parola è stato Donato Alfani per i canonici saluti istituzionali: “Conosciamo tutti la storia del direttore, soprattutto i suoi aspetti umani. Lui è la Bibbia del calcio: per noi averlo qua è un grandissimo onore”.
Tanti sono stati i temi trattati dal direttore sportivo, tra cui il rapporto con gli allenatori e gli altri dirigenti: “Conte l’ho conosciuto da calciatore, ai tempi della Juve: era il più brillante per personalità. Sin da subito ho pensato che potesse diventare un grande allenatore. Sono tanti i simpatici aneddoti che posso raccontare: per esempio quelli sulla Roma, che ogni tanto anticipava le partite di campionato per giocare in coppa. Ho ricordi anche legati ad Arezzo: io e Viola ci recavamo in città per vedere la partita e lui amava fermarsi a mangiare i fagioli all’uccelletto”.
La passione per il calcio e l’attenzione ai dettagli tecnico-tattici sono stati cruciali nella sua crescita professionale: “La mia fortuna è stata quella di abitare a Roma e amare il calcio in maniera viscerale, senza però viverlo da tifoso. Andavo anche da solo allo stadio e osservavo i giocatori in maniera oggettiva, proprio perché non avevo simpatie e, di conseguenza, non avevo modo di essere troppo influenzato. Nel corso del tempo, ho sviluppato un senso analitico che mi ha aiutato molto nella mia carriera. Penso che uno dei compiti principali del direttore sportivo sia la scelta dell’allenatore: dev’esserci una sintonia totale, il dialogo è fondamentale”.
Un lavoro decisamente entusiasmante, ma allo stesso tempo impegnativo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti umani. Quelli più particolari, senza dubbio, sono stati quelli con i presidenti: “Ho scritto una poesia sui presidenti: diciamo che quelli più speciali li ho avuti io. Con alcuni ho avuto qualche difficoltà, soprattutto con presidenti-imprenditori come Sensi, Viola e Ferlaino, anche se era un calcio diverso. Invece con Zamparini, Preziosi e Cellino ho sfiorato il manicomio. Cellino mi chiamava anche alle due di notte, per chiedermi l’età dei giocatori: dovevo tenere a portata di mano un altro telefono, uno per rispondere e un altro per controllare i dati su Internet. Tutto ciò insegna che il calcio non ha orari”.
Inoltre, Perinetti ha sottolineato quanto sia cambiata nel tempo la figura del direttore sportivo: “Una volta il ds era il direttore commerciale della società, gli incassi erano quelli al botteghino e poco altro. Si guadagnava con le plusvalenze, ma quelle vere, non quelle di oggi. Il direttore faceva il bene della società: faceva quadrare i conti e crescere la società. Oggi, invece, il suo è più un lavoro di rapporti, dove i procuratori hanno preso sempre più spazio”.
Commovente il ricordo dell’adorata figlia Emanuela, a cui è stato dedicato il libro “Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di bello”, in cui Perinetti invita a sensibilizzare più persone possibili sui disturbi alimentari: “Mia figlia Emanuela faceva marketing sportivo. Aveva una carriera avviata, in cui vedeva da vicino i suoi idoli d’infanzia, come Del Piero. Purtroppo però è stata colpita dai disturbi alimentari: in Italia succede a tre milioni di giovani, un numero elevatissimo. Sono cose gestibili solo se le intuisci subito e io, purtroppo, non avevo gli strumenti e le conoscenze per farlo. Il titolo del mio libro è emblematico, perché quelli che non ho visto arrivare sono i segnali di un disagio ancora oggi molto sottovalutato. Basti pensare che la legge non obbliga i giovani maggiorenni alla cura, anche quando è palese che non siano lucidi nel prendere delle decisioni per il loro benessere. Questo è stato il mio dramma più feroce, ovvero la mia impotenza di fronte a una situazione che si sarebbe aggravata di lì a poco”.
Dopo questo momento toccante, la serata si è conclusa con il conferimento al direttore del “Premio alla carriera”, consegnato dal direttore sportivo dell’Arezzo Nello Cutolo e da Jacopo Dezi, suo collaboratore e dirigente sportivo.












