Serie B 2026/27 | Sampdoria-Arezzo

Gli amaranto che espugnano il Ferraris, in un ambiente carico di fascino, è un’immagine che sembra appartenere a un altro tempo, a un tempo che non avevamo mai potuto vivere davvero. Impossibile non sciogliersi per chi, come noi, porta dentro cicatrici profonde: i fallimenti, la serie D, i campetti con le righe storte, le trasferte scomode quanto il timore di non vedere luce in fondo al tunnel. E invece per qualche ora non c’è stato più nessun conto in sospeso con il destino, nessuna ferita da medicare. C’era soltanto l’Arezzo che aveva battuto la Sampdoria a casa sua

Vincere a Genova è stato bellissimo e sapete perché? Perché pensavamo non potesse succedere mai. La nostra è una storia onorevole, dignitosa, con qualche picco di estasi qua e là ma sostanzialmente avvitata intorno ai tormenti. Infatti l’epilogo più naturale della partita, ripensando al passato, era il 2-2 della Samp al 96′, nel recupero del recupero, dopo il gol annullato, dopo il rigore non concesso, dopo il palo, dopo l’interruzione per il lancio delle torce in campo. Quella era la nostra fine, solitamente designata dal destino quando c’è una marea di gente al seguito. 

Invece stavolta non è accaduto. Merito di Sant’Andrea Cagnano da Cantù, che ha deviato in angolo il tiro a botta sicura di un belga capitato lì per rovinarci la serata. E anche di tutti gli dei del calcio che, per una volta, ci hanno guardato con amorevole compassione. O forse è solo che la Doria, oggi come oggi, è più sventurata di noi.

Comunque. L’Arezzo che espugna Marassi, in un ambiente carico di fascino, è ancora adesso, a 48 ore di distanza, un’immagine che sembra appartenere a un altro tempo, a un tempo che non avevamo mai potuto vivere davvero, fino in fondo. Trovarsi lì, in mezzo a quelle tribune, e scoprire di non essere comparse, né ospiti di passaggio, ci ha tolto il fiato. Ci ha fatto venire i brividi. Ci ha fatto scendere una lacrima.

Impossibile non sciogliersi per chi, come noi, porta dentro cicatrici profonde. Ferite (forse) mai guarite del tutto. I fallimenti, la serie D, i campetti con le righe storte, le batoste rimediate a Russi, a Todi, alle Caldine, a Pierantonio, e ce ne sarebbero altre cento. Trasferte scomode quanto il timore di non vedere luce in fondo al tunnel. Siamo stati educati alla sofferenza, ma questo non ci ha indurito il cuore. Al contrario, ci ha intenerito al punto che espugnare il Ferraris ci ha reso languidi come ragazzini al primo amore. E ancora non è passata.

È stato tutto perfetto domenica. La pioggia ansiogena del prepartita, quell’attesa febbrile che ci ha accompagnati sugli spalti, la sensazione di essere in tanti e tutti insieme, tutti uniti, il gol meraviglioso di Chierico dentro uno stadio in cui si respira calcio. Sembrava un palcoscenico troppo grande per noi, è diventato il teatro di un’estasi epocale. Per qualche ora non c’è stato più niente da aggiustare, nessun conto in sospeso con il destino, nessuna ferita da medicare. C’era soltanto l’Arezzo che aveva battuto la Sampdoria a casa sua. E c’eravamo noi, un po’ straniti, un po’ increduli, incredibilmente felici di stare lì.