Mattia Gaddini, 23 anni, nella partita della scorsa stagione a Carpi

Intervista all’attaccante del Carpi, che giovedì affronterà il suo passato: “Qui ho trovato una piccola famiglia e un modulo in cui mi trovo a mio agio. Giovedì sarà emozionante, in amaranto ho vissuto i momenti migliori della mia carriera. Il gol più importante a Seravezza in D, quello più bello all’Ancona al Comunale. Con Trombini e Renzi mi sento ancora, rivedrò i miei ex compagni con grande piacere. L’anno scorso fui impulsivo nel chiedere la cessione, con Bucchi forse la mia storia avrebbe avuto un altro finale. Non aver potuto salutare i tifosi il mio cruccio più grande”

Mattia Gaddini, classe 2002, è un talento che l’Arezzo ha coltivato in casa per due anni e mezzo. Qualità tecniche di alto livello, un carattere in via di formazione, qualche infortunio di troppo hanno puntellato il suo percorso in amaranto, in un costante saliscendi calcistico. Nonostante gli acciacchi, fu uno dei grandi protagonisti della promozione in serie C, autentico trascinatore nel periodo più complicato della squadra, quello di gennaio/marzo. Poi una stagione e mezza da professionista, sulle breccia con Indiani e più defilato con Troise. Un anno fa il trasferimento al Pontedera, in estate la cessione a titolo definitivo al Cittadella, che adesso l’ha girato in prestito al Carpi. E giovedì la partita da ex contro il suo passato.

Come sei finito al Carpi, Mattia?

Il club mi ha cercato e mi ha fatto piacere. A Cittadella ero in stand by, mister Iori da qualche tempo utilizzava il 352 e io in quel sistema era un po’ chiuso. Però avevo deciso di restare, a costo di rimettermi in discussione da quinto. Non volevo ripetere l’errore dell’anno scorso ad Arezzo, quando sono stato troppo impulsivo nel chiedere la cessione. Solo che spazio per me ce n’era poco e l’offerta del Carpi ha fatto il resto.

Sei lì da una settimana: come sta andando?

Bene. Mister Cassani mi vede dietro la punta nel 3421, mi lascia libertà di movimento e questo è un modulo in cui mi trovo a mio agio. C’è un ambiente positivo, un gruppo affiatato che è una piccola famiglia. Ho avuto da subito un’ottima impressione.

Gaddini con la maglia del Carpi (foto Alessandro Torelli)

Dopodomani ritrovi l’Arezzo. Che effetto ti fa?

Penso a questa partita dal giorno in cui ho firmato. Sono contento di rivedere i miei ex compagni, i tifosi, mi fa piacere che l’Arezzo sia in testa alla classifica. E’ un’adrenalina bella. In campo poi darò il massimo per il Carpi, è normale, anche perché abbiamo bisogno di punti.

C’è qualcuno ad Arezzo con il quale sei rimasto in contatto?

Mi sento ancora con tanti ragazzi, con Trombini e Renzi in modo più assiduo.

Sei arrivato al Comunale che avevi 20 anni, hai vissuto un’altalena di emozioni e situazioni. Hai qualche rimpianto o sei sereno se ti volti indietro?

Non mi mangio le mani però un filo di rimpianto per com’è finita ce l’ho. L’ho detto prima: al mercato invernale di un anno fa avrei dovuto gestire diversamente le cose, accettare con maggiore raziocinio le difficoltà che erano emerse. Di sicuro ad Arezzo ho vissuto i momenti migliori della mia carriera, sia per quanto fatto in campo che per le sensazioni provate insieme al pubblico. Sono giovane, spero di provarle di nuovo.

Serie D 2022/23, l’anno del centenario: diversi stop per acciacchi vari, 8 gol decisivi, la promozione. Cosa conservi dentro di te?

La sensazione strana, inebriante di vivere per la prima volta una piazza vera, con una tifoseria vera. Penso che il gol al Seravezza, per il momento che stavamo attraversando e le insidie di quella partita, sia stato uno spartiacque per andare a vincere il campionato.

Nel 2023 debutti tra i professionisti e alla fine segni 3 gol: il primo a Sassari, quindi al Pescara e all’Ancona. Sembravi in rampa di lancio, poi hai rallentato. Perché?

All’inizio feci fatica, devo ringraziare il mister e la società che mi aspettarono. Dopo il gol all’Ancona, il più bello che ho segnato ad Arezzo, mi aspettavo anch’io un salto di qualità che non arrivò. Non riuscii a salire quel gradino, non so perché. Colpa mia comunque.

Quanto devi a Paolo Indiani?

Il 90% di ciò che ho costruito è merito suo. E’ l’allenatore che mi ha trasmesso più fiducia di tutti finora, si percepiva proprio che adorava i giovani e ci puntava senza remore. Poi ogni tanto mi cazziava, se qualcosa non gli piaceva me lo diceva in faccia senza troppi giri di parole. Il mister curava la forma fisica in modo maniacale: quando arrivavamo al campo, lui era già lì che si allenava nei corridoi dello stadio. Un paio di volte mi ha fatto la ramanzina mentre correva intorno al tavolone degli spogliatoi. Dovevo restare serio, senza ridere, ma non era facile.

E con Troise invece che rapporto hai avuto?

Positivo nonostante fossi partito dietro nelle gerarchie interne. C’erano Patta, Pippo, Tave ma un po’ di spazio me l’ero guadagnato. Dopo la trasferta di Solbiate contro il Milan Futuro, ebbi un piccolo infortunio e da lì in avanti si ruppe qualcosa con lui e la società. Quando incappai in quel clamoroso autogol con il Pineto, a gennaio, capii che non avevo più la testa per restare. Ma ripeto, avrei dovuto ragionare con maggiore lucidità.

un abbraccio con mister Indiani

29 ottobre 2024, guarda com’è il destino. L’Arezzo sta pareggiando a Carpi 1-1, l’arbitro assegna il rigore, tu prendi il pallone ma sbagli e colpisci il palo. Poi finisce 2-1 per loro e l’episodio fa discutere, perché dal dischetto doveva tirare Pattarello. Con il senno di poi, rifaresti tutto?

Non fu un gesto prepotente nei confronti di Emiliano. Lui era rimasto fuori dall’area, io me la sentivo e calciai per quello. Con Patta e con il mister ci spiegammo subito dopo.

Ti sei mai chiesto se con Bucchi in panchina, la tua storia con l’Arezzo avrebbe avuto un finale diverso?

Confesso che quest’estate, quando sono rientrato dal prestito al Pontedera, qualche speranza l’ho coltivata. Ma ho capito subito che per me non ci sarebbe stato posto. Posso dire che si respirava un’aria diversa rispetto all’anno prima: merito del mister, del suo staff, dei ragazzi. Era tutto molto stimolante.

L’Arezzo lo vince il campionato?

Il girone B quest’anno l’ho seguito poco. Per quello che ho visto, letto e sentito dico che l’Arezzo è favorito. E se lo merita anche, perché è una piazza con tanta passione. Ecco, la cosa che più mi è dispiaciuta è non aver avuto modo di salutare i tifosi. E’ un cruccio che mi porto dietro e che spero di cancellare prima o poi.