Anni di bocconi amari, delusioni cocenti e lacrime, rabbia e imprecazioni, rassegnazione e bestemmie sono il prologo naturale al disfattismo. In quest’ultimo mese abbiamo tutti intravisto un disegno nefasto per cui il tifoso amaranto è destinato a patire finché campa, se possibile nella maniera più beffarda e illusoria che c’è. Eppure c’è una fiammella accesa che alimenta speranza, ottimismo, convinzione: non servono calcoli né tabelle, occorre vincere tre partite. E ce la possiamo fare spingendo, mettendo pressione, combattendo. E magari finirà come in “Febbre a 90”, con gli spettri che volteggiano sopra lo stadio ma vengono spazzati via dal colpo di coda della squadra. Avanti Arezzo!
Da quando seguo l’Arezzo ho vissuto una mancata qualificazione ai playoff per la serie A per un gol di differenza reti, una retrocessione dalla B atroce per come è arrivata, una mancata qualificazione ai playoff per la B per la classifica avulsa e una classifica riscritta a poche giornate dal termine, due eliminazioni sanguinose da quegli stessi playoff, una mancata iscrizione al campionato successivo, quattro deprimenti stagioni in D da cui siamo usciti solo per un tardivo ripescaggio, un turno di playoff perso in casa subendo una rimonta con due risultati su tre a disposizione, un’eliminazione in semifinale playoff, una stagione interrotta per Covid nel nostro momento migliore con conseguente rinuncia a disputare i playoff, un altro tragicomico anno nei dilettanti e un altro turno di playoff perso in casa con due risultati su tre a disposizione.
Insomma, se in queste ultime settimane ho visto tutto nero non dico di condividere, ma almeno di capirmi. Sono automaticamente portato al disfattismo da anni di bocconi amari, delusioni cocenti e lacrime, rabbia e imprecazioni, rassegnazione e bestemmie. In quest’ultimo mese ho intravisto un disegno nefasto per cui il tifoso amaranto è destinato a patire finché campa, se possibile nella maniera più beffarda e illusoria che c’è. Il palo col Ravenna a tempo scaduto e il rigore subìto nello scontro diretto sempre a tempo scaduto, la sconfitta interna contro una squadra praticamente fallita, gli episodi arbitrali, l’Ascoli che pareggia al 93’ e vince al 97’… Tutto sapientemente orchestrato per sfiancarci.
«Per una volta nella vita, fammi ottenere ciò che voglio», cantavano gli Smith. «Dio sa che sarebbe la prima volta», che poi non è del tutto vero, ma fa più rumore una cosa andata storta che dieci che hanno preso il verso giusto. Perché da quando seguo l’Arezzo, a pensarci bene, ho vissuto anche una meravigliosa promozione in B, una salvezza in B all’ultima giornata, un campionato di B comunque esaltante, la vittoria sul Milan prossimo campione d’Europa, la Battaglia Totale e la salvezza a Carrara, un campionato di D vinto con il ritorno in C. Poche gioie, forse, rispetto alle sofferenze, ma comunque abbastanza per farmi pensare che a volte può anche finire bene e l’obiettivo può essere centrato. E allora forza, vinciamo queste tre partite e andiamo in B. Ne abbiamo vinte 21 finora, possiamo vincerne altre tre, di cui due in casa.

E anche se il Comunale oggi è tutto fuorché un fortino, per la legge dei grandi numeri si dovrà pur tornare a vincere in casa. Allora via la paura, via il disfattismo, via la sfiducia, via la tremarella: non abbiamo niente in meno dell’Ascoli, né di certo in meno rispetto alle nostre prossime tre avversarie. Via anche i calcoli, via la gestione, via il “braccino”: non c’è più nulla da gestire e nessun altro jolly da giocarsi. Attaccare, azzannare, offendere (anche a parole, se serve). Riempire l’area, tirare da tutte le parti, mettere pressione. È così che va giocata. È così che va vinta. Col Livorno domenica, ma anche le prossime. Non guardiamo quello che fa la “regina delle Marche”: non ce ne frega nulla, stacchiamo internet, andiamo a vedere la Sba, facciamo altro. Pensiamo solo a noi stessi. E sugli spalti tifiamo, urliamo, strepitiamo: incutiamo timore agli avversari, condizioniamo l’arbitro, se del caso, e spingiamo i nostri. Non c’è altra strada. Sarò poco ortodosso ma non me ne può fregar di meno.
E poi speriamo che finisca come in «Febbre a 90°», libro e film che sono riferimenti cult per tutti noi amanti del pallone. Un campionato che sembrava vinto che si complica sul finale, il protagonista (uno strepitoso Colin Firth) che vede gli spettri, che teme l’ennesima delusione, che non ci dorme la notte e rischia di mandare al diavolo la vita di tutti i giorni, le relazioni, il lavoro. Non ditemi che non vi ci rivedete un po’ anche voi: io tantissimo. Ma poi sul più bello arriva il colpo di coda della squadra, l’Arsenal vince la partita decisiva, i tifosi scendono sulle strade a festeggiare e la vita non è mai sembrata così bella. Dai, deve finire così. Ne abbiamo bisogno e ce lo meritiamo. Cuori caldi e bandiere al vento, allora. C’è un’altra battaglia totale da vincere, tutti insieme e contro tutto: avversari, arbitri, vento contro, destino bastardo, fortuna cieca e sfiga che, invece, ci vede benissimo. Avanti, Arezzo!












