La serie B non significa soltanto categoria superiore, avversari più forti, stadi più grandi e visibilità mediatica che fino a qualche mese addietro apparteneva ad altri più fortunati di noi. È anche, e forse soprattutto, una nuova dimensione ambientale, che coinvolge la società e un’intera città. Il salto di categoria ha spalancato un portone. E’ fondamentale non richiuderlo

E’ cambiato il nostro piccolo, grande mondo. Sono alle spalle i tempi degli spalti semivuoti e dell’Arezzo come argomento di nicchia. Oggi è tutto diverso, con gli onori e gli oneri. E se i primi sono evidenti da un po’, i secondi cominciano a farsi sentire adesso, mentre la stagione sta entrando nel vivo e la squadra si trova a fare i conti con le prime difficoltà. La serie B non significa soltanto categoria superiore, avversari più forti, stadi più grandi e visibilità mediatica che fino a qualche mese addietro apparteneva ad altri più fortunati di noi. È anche, e forse soprattutto, una nuova dimensione ambientale, che coinvolge la società e un’intera città.

Basta dare uno sguardo allo stadio esaurito per rendersene conto. Il colpo d’occhio è spettacolare, la partecipazione è cresciuta, l’entusiasmo ha assunto contorni che ad Arezzo non si vedevano da parecchio tempo. 5.444 abbonati rappresentano il record dei record di 103 anni di storia, il segnale di un risveglio di coscienze inatteso nonostante l’onda lunga della promozione. Adesso c’è una curva che spinge, una tribuna che si è riempita, famiglie che tornano al Comunale, persone che magari per anni avevano seguito le vicende amaranto soltanto da lontano e che adesso hanno recuperato la voglia di esserci. È qualcosa che va oltre il semplice risultato della domenica, perché racconta di un popolo che si è riappropriato della propria squadra. O forse, in buona parte, se ne è appropriato per la prima volta.

L’Arezzo, insomma, è diventato un affare di tutti. E questo è probabilmente il regalo più bello che il 26 aprile 2026 abbia portato con sé. Perché la fame di calcio che si respirava da queste parti era rimasta a lungo compressa, alimentata dalla passione di una minoranza irriducibile, abituata a stringere i denti nei momenti difficili, a seguire la squadra in trasferte folkloristiche, a frequentare lo stadio anche quando il contesto era poco gratificante, anzi avvilente proprio. Oggi quel nucleo storico si è allargato, abbracciando una platea molto più vasta. E vedere tanta gente attorno all’Arezzo è una soddisfazione che va al di là di qualsiasi classifica.

La luna di miele tra la squadra e la città è ancora in corso, c’è una sintonia che si avverte senza bisogno di spiegarla troppo. Basta farsi un giro in centro, entrare in un bar, ascoltare due discorsi al volo: si capisce subito. Esistono buoni motivi per sognare, che i sogni sono il motore più potente di tutti e sono pure un’eredità da non disperdere per colpa di due sconfitte o di qualche gol di troppo finito nella nostra porta.

Poi è chiaro che ci sono gli oneri. Se la squadra prima era soprattutto dei suoi tifosi più fedeli, quelli che non avevano bisogno di particolari motivazioni per esserci, che si riconoscevano una sorta di diritto acquisto a dire la propria, adesso è diventata un patrimonio collettivo. Più persone ne parlano, più persone la seguono, più persone si sentono legittimate a esprimere un giudizio. Quando le cose vanno bene, l’entusiasmo è contagioso e il consenso si allarga. Quando invece arrivano le sconfitte, gli errori, le prestazioni deludenti, il rumore di fondo aumenta. Si discute, si critica, si storce il naso, talvolta si perde la pazienza.

È il prezzo da pagare quando si esce da un circolo per soli iscritti e si entra in una comunità più larga. Non è necessariamente un problema, né una sorpresa. Fa parte delle dinamiche di qualsiasi piazza, dato che tutto il mondo è paese e che i meccanismi sociologici del calcio sono simili a ogni latitudine. Semmai la sfida è riuscire a mantenere un equilibrio tra le legittime aspettative di chi si è avvicinato di recente e la consapevolezza che, per una realtà come l’Arezzo, la serie B rappresenta un percorso di crescita, fatto di inevitabili difficoltà, legnate sui denti e momenti in cui servirà attingere a piene mani dal serbatoio del buonsenso e del raziocinio.

Le prime giornate hanno già mostrato quanto possa essere sottile il confine tra euforia e scoramento. Una vittoria a Empoli accende immediatamente l’entusiasmo, una sconfitta con il Sudtirol alimenta interrogativi e malumori. Fa tutto parte del gioco: la cosa certa è che Arezzo ha ritrovato un contesto che aspettava da troppo tempo. Chi ha festeggiato nel pollaio di Ponsacco, ha qualche anticorpo in più di fronte alle scoppole. Chi invece si è risparmiato le sofferenze della serie D avrà il palato più fine. Il vero salto di qualità sarebbe scrollarsi di dosso l’etichetta di botoli che, pur di brontolare, mandano all’aria pure le cose buone. La serie B ha spalancato un portone. E’ fondamentale non richiuderlo.

Andrea Avato
Nato nel 1972, giornalista professionista, ha lavorato con Dahlia, Infront, La7 e Sky. Scrive anche per Arezzo Notizie e Up Magazine, collabora con Teletruria dal 1993. E' il direttore di Amaranto Magazine