L’ex calciatore del Parma e della Nazionale domenica sarà al Comunale a commentare il big match per la Rai: “L’Arezzo è favorito, con altri tre punti chiuderebbe il discorso promozione. Il Ravenna però verrà a dare battaglia, può riaprire la lotta per il vertice solo vincendo. Mandorlini ha l’esperienza che serviva ai giallorossi, Bucchi lo conosco dai tempi del Perugia. C’ero quella volta che trattava il rinnovo di contratto con Gaucci. Fu durissima per lui, il tavolo tremava”
Alberto Di Chiara, ex ala d’attacco di Roma, Lecce e Fiorentina, diventato poi un eccellente quinto di fascia, punto di forza del 352 disegnato da Nevio Scala per il Parma che faceva faville negli anni ’90, domenica sarà al Comunale per commentare Arezzo-Ravenna in qualità di inviato Rai. Da calciatore ha vinto due Coppe Italia, una Supercoppa europea, una Coppa Uefa e una Coppa delle Coppe, con l’aggiunta di 7 presenze in Nazionale. Adesso, dopo aver fatto l’allenatore, il dirigente e l’agente di calciatori, a 62 anni si sta dedicando all’attività giornalistica.
Quella di dopodomani è una partita che può ancora indirizzare le sorti della stagione?
Razionalmente e numeri alla mano, dico che l’Arezzo può solo buttarlo via questo campionato. Ha vinto tutti gli scontri diretti, ha 7 punti di vantaggio sulla seconda, ha già osservato il turno di riposo. Può permettersi di gestire, anche perché ha una rosa molto esperta. Però il calcio lo conosciamo tutti, un margine d’imprevedibilità c’è sempre.
Mandorlini contro l’Arezzo ha uno score di 6 vittorie su 6, con 16 gol segnati dalle sue squadre e zero subìti. Questi dati significano qualcosa?
Per il passato sicuramente sì, per il presente direi di no. Mandorlini ha cominciato bene con due vittorie su due dall’arrivo in panchina, ha trasmesso un messaggio positivo. Il Ravenna ha un organico molto competitivo, mi aspetto una squadra battagliera. La rincorsa al primo posto la vedo complicata ma c’è il secondo che va difeso, perché l’Ascoli è lì.
Esiste il rischio di una partita bloccata o vedremo novanta minuti affrontati a viso aperto?
Credo più alla seconda ipotesi. Nel girone di ritorno si bada alla concretezza, lo stanno facendo anche Arezzo e Ravenna. Però la partita è di quelle che tutti i calciatori vorrebbero giocare, ci saranno 8mila persone allo stadio e dunque non immagino troppi tatticismi. Se il Ravenna vuole concedersi un ulteriore margine di speranza, deve vincere. Mentre se vincesse l’Arezzo, metterebbe un’ipoteca definitiva sulla promozione.

433 per Bucchi, 352 per Mandorlini. Chi o cosa sposterà gli equilibri?
A livello tattico non ci sono segreti per nessuno, oggi gli allenatori hanno staff che studiano ogni dettaglio. La differenza la fanno sempre i calciatori, quindi penso a Pattarello nell’Arezzo. E’ vero che viene da un periodo in cui non è al massimo, ma una flessione è fisiologica durante l’anno. E lui è molto cresciuto nell’aiuto che dà alla squadra. Non trascuriamo il fatto che un top come lui, vista l’atmosfera che si preannuncia allo stadio, potrebbe ritrovare il guizzo giusto.
E sull’altro fronte?
Faccio due nomi. Okaka perché è l’elemento che dà fisicità e personalità al Ravenna. E’ scafato, ha tanta esperienza alle spalle e poi la butta dentro, dettaglio non secondario. Aggiungo Fischnaller, tecnico e veloce, con caratteristiche fastidiose per i difensori avversari.
Mandorlini è la scelta giusta per il Ravenna?
A giudicare da come ha approcciato quest’avventura, direi di sì. Conosce il calcio, mi pare abbia l’entusiasmo e le motivazioni che servono in un club ambizioso come il Ravenna.
Con Bucchi vi conoscete da tanti anni. C’è un aneddoto, un retroscena che vi riguarda?
Ci siamo incontrati a Perugia. Io avevo già appeso le scarpe al chiodo, facevo il team manager, Cristian era un attaccante in rampa di lancio. Eravamo in ritiro d’estate e stava trattando il rinnovo di contratto con Luciano Gaucci, la peggior cosa che potesse capitare a un ragazzo giovane com’era. Soffrivo per lui e con lui, cercando di mediare con il presidente che non sentiva ragioni. Ancora ricordo quanto tremava quel tavolo.
Ma poi come andò a fiinire?
Bucchi firmò. Ma fu una faticaccia.











