In fin dei conti cosa sono la squadra, i colori amaranto, se non un comune denominatore dei nostri affetti? E quindi sì, questa promozione ce la meritiamo tutti
Alla fine, ci siamo arrivati ed è già qualcosa. Il giorno della verità è qui, sbucato da dietro l’angolo. La partita delle partite, la sfida forse più importante degli ultimi vent’anni (senza forse?) è ormai a pochi passi, si scorge a occhio nudo. Questa pagina che voi vedete piena di righe e parole è rimasta bianca per un bel po’: troppe emozioni mescolate a farmi tremare le dita. Troppi pensieri e troppo sparsi per riuscire a metterli in fila. Non credo di essere riuscito a riordinarli neanche a cose fatte, a dire il vero: ho ripreso al volo sensazioni, concetti, idee quando passavano fugaci dalla testa, prima che se ne andassero e ritornassero chissà quando e dove.
Mi piace ripartire dalla trasferta di Pineto, che ci ha dato quella scarica di adrenalina e fiducia che serviva ad affrontare una settimana così. Tra chitarrine e fritture, vicini di tavolo catecumenici (amen) e torelli in spiaggia, birre e bandiere al vento, il prepartita è filato via liscissimo e la partita lo stesso o quasi. Che bello lo 0-1 di Ionita con la tribuna ospiti che trema e vibra e sembra quasi cedere. Che bella l’atmosfera in quel lato del campo, dove abbiamo iniziato a sostenere un’ora prima e finito una mezz’oretta dopo dei fischi dell’arbitro. Che bello anche lo 0-2 e che brivido all’1-2 del Pineto. Che liberazione, infine, ai gol nel recupero che hanno sciolto definitivamente la tensione. È stata la trasferta che serviva, dopo tanti, troppi divieti. Un esodo colorato e colorito, un’invasione pacifica ma risoluta. Ci siamo presi tutti i biglietti che potevamo e ci siamo presi anche tre punti vitali per lasciare tutto invariato con novanta minuti in meno da giocare.
Poi mi piace sottolineare l’atmosfera che si è creata in questi giorni: l’inguaribile speranza nascosta sotto strati di tensione che Orgoglio Amaranto ha fatto venire allo scoperto, tenendo aperta la sede tutte le sere per condividere l’attesa in compagnia e distribuire le bandiere che coloreranno tutto lo stadio. Le stesse bandiere distribuite anche da tanti esercizi commerciali che si sono messi a disposizione con spirito di iniziativa. Le stesse bandiere che sventolano dai palazzi, sui balconi, dalle finestre. C’è una città pronta, insomma, a vivere questa domenica bestiale. Eppure, forse, pronti non lo si è mai davvero per un giorno del genere.
È arrivato un momento, nei giorni scorsi, in cui non capivo se mancasse troppo tempo o troppo poco. Perché una parte di me vorrebbe già che fosse tutto finito. L’altra vorrebbe vivere in questo limbo in eterno, con le mille cose da fare e preparare, il pensiero fisso sull’obiettivo e la speranza di farcela nel cassetto. Il tempo però non guarda in faccia nessuno e le ore 14.30 di oggi arriveranno inesorabili. E sarà un’altra battaglia, perché la Torres non è salva e venderà cara la pelle, tanto per aggiungere ancora un po’ di pepe alla domenica. Ci sarà una città intera a spingere, a soffiare sulle ali dell’entusiasmo, a caricare la squadra nel momento del bisogno.

C’è chi c’è sempre stato e c’è chi ha scoperto o riscoperto questa passione più avanti. C’è chi non ha trovato il biglietto ma farà sentire il suo sostegno anche da fuori. C’è chi la serie B non l’ha mai vista e sogna questo giorno da quando è entrato allo stadio per la prima volta. E c’è chi l’ha vissuta, la B, e sogna comunque questo giorno da vent’anni. C’è chi ha visto la prima promozione del 1966 ma è ancora capace di emozionarsi. E poi c’è anche chi non c’è più ma passa il tornello con noi, dentro i nostri cuori.
Perché cos’è l’Arezzo, in fin dei conti, se non un comune denominatore dei nostri affetti? È il babbo che ti ha portato allo stadio la prima volta ed è finita che ti sei appassionato più di lui e hai proseguito con le tue gambe. È il nonno che ti ci portava con l’immancabile cuscino per quando non c’erano ancora i seggiolini, che ti comprava la bandierina nel piazzale e qualsiasi tipo di “chicco” dentro. E che con un occhio ti controllava mentre con l’altro osservava con trepidazione cosa accadesse in campo. È il fratello maggiore che magari faceva storie ma alla fine ti portava in curva insieme ai suoi amici. E di colpo ti sentivi grande. È la mamma che, in barba a ogni tipo di stereotipo, in famiglia è la più appassionata di tutti. È l’amico di sempre che alla fine ti ha convinto a venire e ti ha fatto appassionare. È il figlio o la figlia che magari ti maledice col sorriso per avergli attaccato questa bellissima “malattia” e per tutti i bocconi amari, che però una giornata come quella di domani potrebbe cancellare in un colpo solo.
L’Arezzo siamo noi, che diamo senso fuori dal campo a tutto ciò che accade dentro. Andiamo a prendercela, questa vittoria. Andiamo a prendercela, questa gioia. Ce la meritiamo tutti. Forza Arezzo!












