Floro Flores esulta dopo un gol al Cesena nel maggio 2007

Ci sono giocatori scarsi, giocatori anonimi, giocatori forti, giocatori decisivi e poi ci sono giocatori che lasciano qualcosa di profondo. Antonio appartiene all’ultima categoria. E non è, non è stata, soltanto una questione di gol

Ci sono giocatori scarsi, giocatori anonimi, giocatori forti, giocatori decisivi e poi ci sono giocatori che lasciano qualcosa di profondo. Antonio Floro Flores appartiene all’ultima categoria. Ad Arezzo è rimasto due stagioni, dal 2005 al 2007, nell’ultima è retrocesso insieme ai compagni e a tutti noi, eppure il suo nome ha conservato un’aura speciale. Non capita spesso nel calcio moderno, e quello di vent’anni fa già lo era, che un calciatore riesca a diventare così tanto simbolo di un’epoca senza aver vinto nulla. Floro ci è riuscito lo stesso.

Arrivò ad Arezzo in punta di piedi, dopo il fallimento del Perugia, con la faccia da ragazzo di strada e un talento che si accendeva abbagliante. Aveva qualcosa di diverso nel modo di stare in campo: velocissimo, l’eleganza unita alla rabbia nelle giocate, tanta tecnica, un tiro che era una sentenza. Poteva sbagliare tre cose semplici e poi inventarsi un gol che ti lasciava a bocca aperta, trascinarsi indolente per mezz’ora e spaccare la partita in cinque secondi.

In amaranto ha firmato 28 gol in serie B: nella storia dell’Arezzo nessun altro c’è riuscito. Come nessun altro è riuscito a segnare sia alla Juve che al Milan. Quel missile nella porta di Dida, davanti alla sud, il 18 gennaio 2007, è diventato iconico. Ma anche la doppietta di Rimini con la maglia color oro, le accelerazioni che facevano alzare in piedi la gente ancora prima del tiro, le sterzate in un fazzoletto con la palla incollata al piede. C’è una partita con il Piacenza in cui l’Arezzo rimase in dieci e Floro si fece in quattro, giocando da prima e seconda punta, da trequartista, da centrocampista aggiunto. Una prestazione meravigliosa.

Ma ridurre Floro ai numeri, o alle cose di campo, sarebbe quasi ingiusto. Perché il legame con la piazza andava oltre i gol, era l’idolo degli adulti e dei ragazzini. Non a caso dentro la grande festa di popolo del 26 aprile scorso, dopo il 3-1 alla Torres, in centro c’erano decine di tifosi con la maglia numero 83 e il nome Floro Flores. Antonio era in amaranto quando l’Arezzo precipitò in C e sarà vicino agli amaranto domani, quando alla C rivolgeremo un caro saluto: oggi è l’allenatore del Benevento ma resta, e resterà, uno dei nostri.