Prima match analyst, adesso assistente allenatore nel Frosinone che ha riconquistato la massima serie con un budget sostenibile e tanti giovani di valore. L’aspetto tecnico e quello umano, uno staff affiatato, gli esordi nei dilettanti, un futuro intrigante e un passato che non si cancella: “Sono cresciuto a pane, calcio e Giostra del Saracino. Quante volte in curva con l’Arezzo, questa stagione è stata indimenticabile per tutti”
C’è un aretino che l’anno prossimo allenerà in serie A. Francesco Bonacci, classe 1994, è l’assistente di Massimiliano Alvini, tecnico del Frosinone appena tornato nel massimo campionato italiano. I due lavorano insieme da sei stagioni, durante le quali hanno vissuto piazze molto differenti: Reggio Emilia, Perugia, Cremona, La Spezia, Cosenza. E il rapporto si è consolidato fino a diventare un saldo feeling umano.
Francesco buongiorno. Una bella soddisfazione questo salto in serie A. Ve lo state già godendo in vacanza?
L’altro ieri abbiamo diretto l’ultimo allenamento: non volevamo lasciare la squadra a riposo per due mesi, sarebbero stati troppo lunghi. Il 12 luglio riprenderemo con il ritiro: una settimana al caldo di Frosinone e poi quindici giorni sul Terminillo.
Cos’ha di speciale una promozione del genere?
E’ il coronamento di un percorso. Sono con mister Alvini da tanto tempo e lui aveva questo chiodo fisso: vincere la serie B. Ha scalato tutte le categorie nei dilettanti, dalla seconda in poi le ha vinte tutte. Dentro l’ultima festa ci sono le cadute e le risalite delle ultime sei stagioni, le scelte azzeccate e quelle sbagliate.
Com’è nato questo rapporto tra voi?
Io lavoravo tra i dilettanti, sono stato alla Sangiovannese, alla Sinalunghese, al Montevarchi. E scrivevo sul sito di Renato Montagnolo, un mio collega: ci occupavamo di approfondimenti calcistici. Ho scoperto dopo che Alvini leggeva le mie cose e, quando ne ha avuto la possibilità, mi ha portato a Reggio Emilia. Montagnolo era già con lui da quattro anni, ancora oggi è il suo vice.
Quanto conta uno staff affiatato nelle fortune di una squadra?
Secondo me molto. Noi tre rappresentiamo una cosa sola ormai, andiamo con il pilota automatico, ci capiamo con uno sguardo. Soprattutto, ci siamo l’uno per l’altro anche nella vita privata, il che rappresenta una forza in più. Per quanto mi riguarda, non posso che ringraziarlo Alvini: ci coinvolge nel lavoro a 360 gradi, sa capire il gruppo, sa delegare ma anche prendersi le responsabilità di una decisione. Con lui è come fare un master ogni settimana: dalla preparazione degli allenamenti alle partite alla gestione dello spogliatoio. Ci sono colleghi molto più bravi di me che fanno meno cose e si sentono meno partecipi.
Prima match analyst, adesso assistente allenatore. Perché questa metamorfosi?
Una metamorfosi parziale che si è materializzata in base alle mie inclinazioni. A me piace il campo, è un richiamo fortissimo che ho assecondato. A Frosinone abbiamo match analyst che lavorano per noi, anche se le nostre partite e quelle del prossimo avversario me le guardo io. All’inizio l’analisi delle gare non era una pratica diffusa, io avevo giocato tanti anni, stavo per laurearmi in giurisprudenza ma volevo darmi una seconda possibilità nel calcio. Un giorno fermai Agostino Iacobelli: era in bicicletta, mi presentai, testò il mio lavoro e mi portò alla Sangiovannese dove allenava. Da lì è cominciato tutto.

Com’è la serie B e cosa deve fare una squadra neopromossa per approcciarla nel modo giusto?
Rispetto alla C, ci sono motori diversi. I giocatori hanno più corsa, più struttura fisica, mediamente anche più tecnica. E’ un bel campionato e non è vero che sia lunghissimo, come dicono tanti: una volta era così, oggi c’è lo stesso numero di partite della serie A e della Lega Pro. E’ un bellissimo torneo, con club diversi per struttura e ambizioni, tante filosofie di calcio. Il segreto per fare bene, per quel che ho vissuto io, è non snaturarsi.
Cioè?
Ci sono squadre che cambiano tanto e ottengono risultati, altre che cambiano poco e fanno risultato lo stesso. Non c’è una ricetta universale, bisogna conoscere il materiale che si ha a disposizione e integrarlo con equilibrio. L’errore da non commettere è dare per scontato che in B serva gente che la B l’ha già fatta. Posso garantire che in Lega Pro ci sono tanti calcatori in grado di reggere la categoria superiore. L’importante, se si ha un progetto a medio termine, è non scoraggiarsi alle prime difficoltà.
Con il Frosinone avete centrato la A nonostante un monte ingaggi tra i più bassi e tanti under in rosa. Com’è stato possibile?
Noi tanti di questi ragazzi li abbiamo già trovati a Frosinone. Altri li hanno scelti il mister e il ds Castagnini e devo dire che hanno sbagliato pochissimo. Il fatto di avere l’organico più giovane della categoria ci ha motivato ancora di più, i giocatori erano gasati da questa cosa. Poi influisce anche la buona sorte, inutile nasconderlo. Palmisani è diventato titolare da noi e in under 21 perché il portiere titolare Sherri si è fatto male all’esordio. Bracaglia lo abbiamo utilizzato in un ruolo per lui inedito dopo l’infortuno di Corrado.

Tu, aretino, che rapporto hai con l’Arezzo?
Io sono cresciuto a pane, calcio, colore amaranto e Giostra del Saracino. Mia madre e le sue sorelle erano legatissime all’Arezzo, mio padre Antonio anche. Mio zio Andrea è stato medico sociale della squadra come anche mio nonno Enzo Borri. In curva ho visto decine di partite, poi il lavoro mi ha portato altrove. Ma resto un tifoso: la partita vinta 4-1 a Pineto l’ho vista sul telefonino mentre tornavamo da Modena. E ho esultato anch’io.
Da esperto quale sei, cosa deve fare l’Arezzo per essere competitivo anche in B?
Lì c’è uno staff di prima qualità: dal ds Cutolo a mister Bucchi ai suoi collaboratori, sono stati e sono tutti molto bravi. Non dimenticate che l’Arezzo ha vinto partendo con i favori del pronostico. E ha vinto con una grande forza di reazione alla fine. Non sono cose scontate. Per l’anno prossimo immagino che qualche aggiustamento ci sarà, è normale.
Il fatto di non aver mai lavorato nella tua città è un cruccio oppure no?
All’inizio questo cruccio ce l’avevo, adesso vivo la situazione con grande serenità. Per un periodo ho anche pensato che con l’Arezzo in B, sarei venuto da avversario al Comunale per la prima volta. Ma alla fine è andata bene a tutti.












