Jacopo bambino con il padre Giorgio

Jacopo Sorini è figlio di Giorgio, pioniere del tifo in curva sud, scomparso lo scorso ottobre: “Tutti lo conoscevano come il Tappo, è stato lui a trasmettermi la passione per il calcio. Ho sangue amaranto nelle vene ma sono un ultras bianconero, Piancastagnaio è il mio paese e qui c’è la mia quotidianità. Grande rispetto per la Minghelli, la sento parte di me, un onore trovarmela davanti. Mia madre sarà sui quei gradoni oggi, io sul fronte opposto. Il risultato, mai come stavolta, non conta. E’ tutto il resto che mi rimarrà scolpito dentro”

Jacopo Sorini ha 26 anni. È figlio di Giorgio, uno dei pionieri del tifo amaranto, conosciuto in curva sud come “il Tappo”, scomparso lo scorso ottobre a 62 anni. Jacopo vive a Piancastagnaio, dove è nato e dove oggi è diventato un punto di riferimento della tifoseria locale, anche se nelle sue vene scorre sangue amaranto. Arezzo-Pianese non è mai stata una partita qualunque e quella di oggi lo sarà ancora meno: un intreccio di sentimenti, ricordi ed emozioni che vanno ben oltre i novanta minuti.

“Quest’incrocio ha sempre rappresentato un derby in casa, qualcosa di speciale. Racchiude due pezzi della mia vita: da una parte la mia famiglia, dall’altra il mio paese e la squadra che rappresenta la mia terra. Quest’anno però è diverso. L’avvicinamento alla domenica è stato più intenso, più emotivo, perché mio padre non c’è più. Era la persona con cui affrontavo al massimo questa sfida, i novanta minuti di oggi saranno un modo per sentirlo vicino e portarlo con me. Sarà come viverla anche per lui”.

Un padre tifosissimo e una made, Silvia, con la stessa passione viscerale per il calcio. Anche lei frequentatrice assidua della Minghelli, anche lei innamorata del pallone e dei suoi imprevedibili rimbalzi, sul campo e nell’anima.

Jacopo oggi allo stadio di Piancastagnaio

“I miei genitori e Marco, il compagno di mia mamma, mi hanno trasmesso l’amore per questo sport e per la vita di curva. Crescere accanto a mio padre mi ha fatto capire che salire i gradoni non significa solo andare a vedere una partita, ma dimostrare appartenenza, rispetto e legami veri tra le persone. Sono valori che mi ha inculcato e che oggi mi porto dietro ogni volta che entro in uno stadio. Io mi considero un ultras soprattutto per quello che ho dentro, per quella mentalità respirata fin da piccolo e che sento scorrere nelle vene. Nei fatti ho avuto meno occasioni di sperimentarla rispetto a ciò che accade in realtà più grandi, anche perché nel mio paese il gruppo è rinato da poco. Però i princìpi sono quelli”.

Alla fine, come spesso accade nella vita, il cuore ha ragioni che la ragione fatica a spiegare. Jacopo tifa Pianese, anche se l’Arezzo resta qualcosa di più, qualcosa di diverso, di più profondo rispetto a una semplice alternativa.

“E’ stata una scelta quasi naturale, fisiologica: la squadra del mio paese rappresenta la quotidianità ed è naturale sentirsi legati al posto in cui si vive. Però Arezzo, l’Arezzo restano una componente fondamentale di me: con mio padre sono andato ovunque già da quando ero piccolo. Ricordo la trasferta di Pagani, quella che finì con una sassaiola e i tafferugli fuori dallo stadio. Avevo 10 anni. Il tifo organizzato a Piancastagnaio è giovane, è rinato da poco, ma c’è passione vera e tanta voglia di crescere. Siamo meno numerosi rispetto a piazze più grandi, ma chi c’è tiene davvero alla squadra e si fa sentire. Trovarsi davanti la Minghelli sarà un onore: è una curva storica, importante, che sento anche un po’ mia e che rispetto profondamente, sia per quello che rappresenta che per quello che ha significato per tante persone, compreso mio padre. Il risultato, mai come stavolta, non conta. E’ tutto il resto che mi rimarrà scolpito dentro”.